
A settembre ci sono tradizioni e momenti difficili da affrontare. Finisce l’estate, le giornate si accorciano, si torna al lavoro. Se è un anno dispari (ma non è detto, perché ogni tanto succede pure negli anni pari come il 2016) è consuetudine settembrina fare i conti con il fallimento dell’Italbasket e tirare le somme tra crisi e possibili rimedi. Lo abbiamo già fatto e adesso va fatto in maniera diversa. Partendo da un presupposto alternativo. Questa generazione di giocatori, comprensiva di gente che gioca in Nba come Belinelli e Gallinari o che ci giocava come Bargnani e Datome, è davvero fenomenale come la si dipingeva fino a due anni fa? O per comodità è stata sopravvalutata oltre i loro effettivi (de)meriti? Cerchiamo di approfondire.
C’è stato un momento in cui il presidente della Fip Petrucci si era spinto a dire che questa era ‘la nazionale più forte di sempre’. Successe per un gruppo che aveva Belinelli, Gallinari, Bargnani, Datome, Gentile ed era allenato da Pianigiani, uno che aveva vinto sette scudetti con Siena. Intorno si poteva contare su Aradori, Della Valle, stava spuntando Melli, c’era già Hackett. Parliamo di nove giocatori, un telaio praticamente completo di nazionale. L’Italia che si è fermata per tre volte di fila ai quarti degli Europei, nonché quella incapace di vincere il preliminare olimpico per andare a Rio che si era organizzata in casa, ha paradossalmente fatto meglio quando per infortuni e vicissitudini di ogni genere (2013 e 2017) si è trovata senza alcuni pezzi di prestigio ed è stata costretta a ricorrere alla sana e solida ricetta nostrana, fatica, cuore, orgoglio. Ma il punto è, e non si può più rimandarlo ora che quei pezzi da novanta hanno tutti tra i 29 e i 31 anni, che questo gruppo di giocatori di grande talento non ha mai contemporaneamente potuto contare su un leader. Né su un trascinatore. E non può essere un caso.
Il passato – Adesso passo indietro sull’ultima nazionale in grado di indossare una medaglia, quella argentata di Atene 2004. Considerata per talento da Petrucci, e tanti altri commentatori, inferiore a quella contemporanea. In quella squadra giocavano Basile, Pozzecco, Galanda, Bulleri. C’erano Marconato, Soragna e Chiacig. Parliamo non solo di leader e trascinatori, ma anche di gente abituata a giocare al più alto livello continentale. Nel 2004 in Eurolega ci fu una semifinale italiana tra Fortitudo (dove giocavano Basile e Pozzecco) e Siena (dove giocavano Galanda e Chiacig). L’anno prima c’era stata un’altra semifinale italiana tra Siena e Treviso (dove giocavano Bulleri e Marconato). Giocavano da protagonisti, non da comprimari, in squadre che vincevano o lottavano per vincere ogni stagione. Tutta gente cresciuta negli anni Novanta nel campionato più competitivo del continente. La serie A era più competitiva dei campionati spagnolo, francese, greco e tedesco.
Il presente – Torniamo a oggi. Gallinari non ha mai vinto una serie playoff nella Nba e non ne ha mai giocata una. Belinelli è un perfetto giocatore di sistema, la sua migliore stagione con anello l’ha avuta nell’organizzazione più sofisticata della Nba a San Antonio con Popovich, è un role player che ha cambiato un’infinità di squadre, uno specialista del tiro al quale non è mai stato chiesto di essere la prima opzione offensiva se non nel suo ultimo anno italiano. Gli succede solo in nazionale. Bargnani è stato prima scelta Nba nel periodo di massima infatuazione verso gli stranieri, nel 2006, e fino a quel momento aveva fatto solo numeri da circo pregevoli, ma come giovane talento della rotazione, a Treviso. Quella pressione ha finito per schiacciarlo fino a farlo diventare un uomo senza squadra a 31 anni. Datome un solo anno, nel 2012-13, è stato un terminale offensivo in una squadra che ha giocato la finale scudetto, a Roma. Non aveva fisico e mani per la Nba e si è trasformato in un giocatore di sistema, e di successo, al Fenerbahce di Obradovic. Non è propriamente un trascinatore ma è l’unico le cui prospettive di carriera si sono sviluppate di pari passo alle aspettative. Per quale motivo questi giocatori, che forse per talento cestistico sono superiori a quelli del 2004, dovrebbero magicamente trasformarsi in leader e trascinatori in nazionale se nella loro carriera, adesso che è in fase discendente, non l’hanno mai fatto e non sono mai stati vicino a farlo?
L’aspetto emotivo – Non si può dire che non siano forti. Ma si può dire che non siano così forti. O più precisamente, si deve dire che non sono stati formati né sviluppati per diventare punti di riferimento di un sistema. Guardate che è un discorso che riguarda la testa almeno quanto riguarda le mani e i chili e i centimetri. Gallinari che salta l’Europeo per un pugno dato in amichevole è figlio di questo disagio e di una pressione simile a quella che ha rovinato la carriera a Bargnani, soprattutto dopo essere diventato lo sportivo italiano più pagato del mondo. Belinelli che sistematicamente sbaglia tutte le partite decisive in nazionale, o per lo meno la maggior parte dei tiri che si prende in quelle partite, anche. Non è il loro lavoro fare i trascinatori. Non sono stati programmati per esserlo. E guardate anche che in Italia c’è un problema sistematico nello sviluppo dei talenti più interessanti. Emotivo prima che tecnico.
Gli altri – Usciamo dai giocatori in ottica Nba. Ma subito dietro c’è una cascata di gente che ha problemi simili. Gentile che diventa capitano di Milano e si brucia litigando con giornalisti, compagni di squadra e società, costretto all’esilio. Hackett che inizia la sua carriera con una mandibola fratturata a Usc per un pugno rimediato dal compagno di squadra OJ Mayo nella Ncaa e lui pure girovaga per il continente quasi mai trovando la sua dimensione. Aradori che a Milano, Roma e Siena fallisce e ha bisogno di andarsene al Galatasaray e all’Estudiantes, e poi nella provincia accogliente di Reggio Emilia, per diventare un tiratore completo ma non trascinante. Un percorso simile a quello di Melli, emigrato a Bamberg, ma lungo che agli Europei non ha mostrato un singolo movimento in post basso in una squadra senza dimensione vicino al canestro. Di Della Valle si sono perse le tracce e il processo di crescita.
Il movimento – Curiosamente, dal 2004 in avanti, l’Italia come movimento cestistico ha bruciato tutti i suoi migliori talenti a cominciare da Garri, splendente in quella Olimpiade e delusione del decennio dall’autunno successivo. Ma, non casualmente, l’Italia come movimento cestistico da quel momento in avanti non ha bruciato solo tanti giocatori. Ha bruciato inizialmente le sue piazze storiche. Bologna lo scorso anno era scomparsa dalla serie A. Siena e Treviso fallite. Prima ancora Verona e Napoli. Roma è sopravvissuta solo autoretrocedendosi al piano di sotto. Può mai essere credibile e competitivo uno sport nel quale la squadra della capitale decide di sua iniziativa di partecipare a un campionato diverso da quello che le spetterebbe in base ai risultati del campo? No, e infatti non è previsto dal regolamento. E’ stata la federazione, con una deroga, che le ha permesso di farlo. Mentre la serie A si inceppava, i campionati spagnolo, francese, greco e tedesco, anche quello turco, crescevano. Soldì, sì, ma anche idee. Strutture. Movimento che nasce dal basso.
Le prospettive – Di fronte alla crisi il nostro movimento non ha saputo fare altro che provare a mascherare le crepe. Ha affidato le chiavi anche comunicative del proprio stato ai risultati della nazionale e a giocatori che non erano stati da lei stessa preparati ad affrontare una sfida del genere. Ha messo sulla panchina Messina. Ha in poche parole fatto affidamento ai migliori arredatori e interior designer presenti sul mercato, ha spruzzato un po’ di deodorante per cercare di mascherare l’odore di muffa ma in nessun caso si è dotata di architetti per sistemare e progettare da capo l’intero edificio che andava in pezzi. E non succederà. Il Petrucci che dice ‘dobbiamo fare qualcosa perché non vinciamo da 13 anni’ è sintomatico di uno sguardo puntato sul luogo sbagliato. Non dice ‘dobbiamo fare qualcosa perché il nostro prodotto è scadente’. Come se fossero le medaglie a fare la salute del movimento e non il contrario. L’Italia che vinse quattro medaglie in sette anni, tra il 1997 e il 2004, e che iniziava con Messina proprio dove oggi Messina finisce, è la dimostrazione che i successi della nazionale da soli non aiutano il movimento e non lo rendono più solido se dietro non c’è un movimento costante. Al contrario lo impoveriscono. Impoverendo anche, di esperienza e personalità, giocatori che poi sono chiamati a una missione che non sono stati addentrati per combattere. Questa non è una generazione di fenomeni perché nessuno ha insegnato loro a esserlo.






