
Alle 16:21 del 19 maggio 2018 Gianluigi Buffon diventa un ex giocatore del calcio italiano. Non del calcio in assoluto, forse, se vuole perseguire il sogno Champions League con una maglia straniera. Quella del Psg o di qualcun altro in grado di sostenere le sue ambizioni e l’idea romantica di affidare la porta a una leggenda quarantenne. Il 28 maggio 2017, circa una settimana dopo e un anno prima, era successa la stessa cosa a Francesco Totti. E’ fisiologico, è la parte più umana degli eroi, che non si arrendono di fronte a niente che non sia lo scorrere del tempo. In una annata nella quale la parte più tragica è stata attraversata dalla tragedia di Davide Astori, scomparso nel sonno, magari non ce ne rendiamo conto ma alla fine di ogni stagione, sia quella sportiva o quella del calendario indicata dal 31 dicembre, ci ritroviamo a fare la conta. Di noi che siamo rimasti, di quelli che se ne sono andati, di quelli che hanno smesso di essere ciò per cui sono indelebili nella nostra memoria.
Buffon, Totti, Pirlo, Del Piero, Maldini e così indietro a cascata. Smettono e finiscono da qualche altra parte. A fare gli allenatori, o i dirigenti, o i commentatori televisivi, o a caccia da soli in qualche angolo sperduto d’Argentina, come Roberto Baggio. Ogni tanto li ritroviamo con qualche chilo in più, qualche capello in meno, il pizzetto ingrigito. Ogni tanto se ne va un allenatore che ti era rimasto nel cuore, come Azeglio Vicini. Smettono i giocatori e gli allenatori, ma insieme a loro finiscono soprattutto brani interi della vita di ciascuno di noi, che è il motivo per cui rimangono nei ricordi. E se ci pensate bene, ogni volta che siamo qui a celebrare la fine, per la maggior parte dei nostri eroi calcistici ricordiamo nitidamente anche l’inizio. Quando Buffon giocò a 17 anni contro il Milan e poi nella neve a portare l’Italia ai mondiali ’98, agli spareggi, come non è riuscito a fare a novembre. Quando Totti segnò ancora minorenne il suo primo gol con la maglia della Roma. Quando Del Piero si rivelò segnando una tripletta al Padova, da promettente riserva, nella primavera del 1993. Quando Baggio fece in miniatura, contro il Napoli e con la maglia della Fiorentina, il gol che poi replicò su scala mondiale contro la Cecoslovacchia a Italia ’90. Il primo gradino di scale che portano al paradiso spesso è lucidamente vicino, come se fosse oggi, come se il giorno dell’esordio e quello dell’addio si incrociassero in un percorso a otto, che se lo metti per orizzontale corrisponde a infinito.
Ma qui, sempre più spesso, compare un pensiero ricorrente che prima non esisteva. Che è quello del ricambio. Parola suggestiva, simile e parallela a quella del cambio, inteso come sostituzione di gioco, come ad esempio quando un giovane che diventerà leggenda prende il posto in campo di uno che leggenda lo è già per regalargli l’applauso del pubblico a mezz’ora dalla fine di una partita di fine campionato. Anche questo era fisiologico, o almeno lo era fino a un po’ di tempo fa. I giganti che smettono e altri, che giganti diventeranno, li sostituiscono. Valeva nello sport, valeva nella musica, valeva nel cinema, valeva nelle arti. Adesso, con la vorticosa liquidità dei tempi moderni, questo assioma sembra venire meno.
Quando Buffon arrivò, venivamo da Zoff per poi passare a Zenga e Tacconi, con Peruzzi a fare da anello di congiunzione. La tradizione dei grandi numeri 10 italiani non stiamo nemmeno a raccontarla. O quella dei difensori centrali, o dei terzini. C’era sempre qualcuno che subentrava a continuare la saga. Ma adesso volgiamo sempre più spesso lo sguardo al passato perché non c’è nessun futuro su cui posarlo. Chi vediamo oltre Buffon? Nessuno, al momento. Difficilmente ricordiamo l’esordio in serie A di Donnarumma, o di Perin, o di Scuffet. Chi viene dopo Totti? Non Insigne, non Immobile, non Belotti e ci vuole un esperto in quiz televisivi per ricordare i primi passi in campionato di Bernardeschi e Saponara. Alcuni, come Balotelli e Verratti, hanno dimostrato di non poterci stare nella categoria delle leggende. Altri, forse, speriamo, devono ancora nascere o sono ancora in territori esoterici come le nazionali Under, ancora più Under dell’Under 21.
Ogni anno perdiamo una leggenda e piangiamo lacrime anche per Lucio Dalla, e Prince, e Tom Petty, e David Bowie, e Chris Cornell. E noi abbiamo avuto tanti nomi leggendari da piangere. Se tu eri un adolescente il giorno dell’esordio di Buffon e ora lo saluti quarantenne, gli adolescenti di oggi con chi cresceranno, oltre che con la prima estate nella storia moderna accompagnata da un mondiale senza l’Italia? Diventeranno leggende, per loro, quelli oggi che sono solo ottimi calciatori, ma non fuoriclasse? Saranno idoli musicali quelli che sanno cantare ma non incendiare uno stadio con il timbro inconfondibile della loro voce alla prima nota? Ci sono Totti e Buffon dietro, nel passato. L’album delle figurine, alla pagina ‘futuro’, è intonso. Siamo uno dei paesi più vecchi d’Europa dal punto di vista anagrafico, e non abbiamo nuove leggende da mettere in vetrina per sostituire quelle che inevitabilmente a un certo punto devono andare in soffitta. E’ un vuoto di fronte agli occhi a cui non siamo abituati. Evoluzione non fa sempre rima con miglioramento, lo diciamo sempre. E nemmeno con mantenimento. Delle vecchie abitudini, delle tradizioni, delle stagioni che si susseguono, dei vecchi che vanno e dei giovani che li sostituiscono. Era un mare e sta diventando uno stagno ed è sempre più piatto. Ecco perché ci fa effetto. Non solo, non soltanto perché a fine agosto ogni anno troviamo un protagonista in meno di quelli che ci hanno accompagnato per decenni nel nostro intrattenimento sportivo. Ma anche perché non c’è nessuno in grado di sostituirli.







