
Trump Curry Lebron Popovich, tutti contro il Presidente!
Di questi tempi il problema principale di Donald Trump è certamente quello relativo alle tensioni con la Corea del Nord, che anche nelle ultime ore ha minacciato di utilizzare armi nucleari contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. C’è però anche un fronte interno fortissimo e ostile, che si è compattato negli ultimi mesi e ora non perde occasione per manifestare il proprio disappunto verso l’operato dell’attuale Presidente degli Stati Uniti.
Parliamo del mondo sportivo statunitense, un universo sconfinato di atleti e addetti ai lavori delle più seguite leghe sportive statunitensi.
Un disagio di questa portata fra il Presidente e gli sportivi più importanti del proprio paese non ha precedenti. Ma andiamo con ordine, almeno noi.
Il 22 settembre Trump ha dichiarato che le squadre e gli spettatori del campionato di football americano, la NFL, non dovrebbero permettere ai giocatori di rifiutarsi di ascoltare in piedi l’inno nazionale («Non vi piacerebbe sentire un presidente che dice “Prendete quel figlio di puttana e toglietelo subito dal campo. Fuori. È licenziato?”»).
Negli ultimi mesi molti atleti si erano rifiutati di farlo per protesta contro la condizione dei neri e certe dichiarazioni di Trump, sempre un po’ equivoco sul tema razzismo. Il sindacato dei giocatori ha criticato le parole del Presidente, e lo stesso ha fatto Roger Goodell, il Commissioner NFL.
Il 22 settembre dopo Stephen Curry ha annunciato di non voler andare alla Casa Bianca per il tradizionale saluto al Presidente da campioni in carica. «Se dovessimo votare nello spogliatoio, io sceglierò di evitare la visita dal presidente: mi auguro che in questo modo, con un gesto del genere, potremo ispirare il cambiamento». Poche ore dopo, Trump ha ritirato l’invito ai Golden State Warriors scatenando l’ira, oltre che l’ilarità, di mezzo mondo.
Immediata e violentissima è arrivata la solidarietà di altri esponenti del mondo NBA. Chris Paul ha scritto: «Con tutto quello che succede nel nostro Paese, perché ti preoccupi di chi non si alza per l’inno o non viene alla Casa Bianca?». Draymond Green ha aggiunto: «Continuo a chiedermi come questo tizio possa governare il nostro Paese».
LeBron James ha chiamato Trump “straccione”: “Venire alla Casa Bianca è sempre stato un onore, almeno fino a quando sei arrivato tu”. E anche Kobe Bryant l’ha toccata piano: “Un Presidente il cui nome evoca rabbia e divisione, le cui parole ispirano dissenso e odio, non renderà l’America Great Again”. Infine, Gregg Popovich ha dichiarato che in questo momento essere americani è “imbarazzante”, con esplicito riferimento a quanto detto e fatto da Trump dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca.
Questo il comunicato ufficiale dei Golden State Warriors. “Avevamo intenzione di riunirci per parlare di una potenziale visita alla Casa Bianca. Ma accettiamo che il presidente Trump abbia messo in chiaro che non siamo più invitati. Crediamo che non ci sia niente di più americano che avere i nostri cittadini liberi di esprimere le proprie idee in maniera libera. Siamo delusi dal non avere l’opportunità di condividere le nostre idee ed avere un dialogo aperto su argomenti che sono importanti per la nostra comunità. Al posto della visita alla Casa Bianca abbiamo deciso che useremo il nostro viaggio nella capitale il prossimo febbraio per celebrare l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione. Valori che noi Warriors abbracciamo”.
Lo stesso Commissioner NBA Adam Silver ha preso una posizione ufficiale. “Ero a favore della visita degli Warriors alla Casa Bianca e pensavo che fosse un’occasione rara per i giocatori per condividere direttamente con la presidenza le loro idee. Sono deluso che questo non accadrà. E, cosa più importante, sono orgoglioso che i nostri giocatori abbiano un ruolo attivo nella loro comunità e continuino a parlare su argomenti di importanza critica”.
E come se non bastasse il 23 settembre, per la prima volta nella storia della Lega un giocatore della Major League Baseball, Bruce Maxwell, si è inginocchiato durante l’inno. Maxwell ha detto di aver pensato di inginocchiarsi già da tempo ma di aver deciso di farlo ora per rivendicare il diritto degli atleti alla libertà di parola e di protesta. Gli Oakland Athletics hanno commentato dicendo di rispettare questa decisione e di rivendicare il diritto costituzionale alla libertà d’espressione.
Insomma, una tempesta non solo mediatica sta investendo il presidente Trump, che ora ha contro tutto lo sport americano. E ormai con cadenza quotidiana si ripetono episodi di solidarietà reciproca tra atleti e atlete di diverse leghe.
Tra queste anche la WNBA: prima di gara1 delle Finals che vedono in campo anche Cecilia Zandalasini, le Los Angeles Sparks hanno abbandonato il campo prima dell’esecuzione dell’inno mentre le Lynx l’hanno ascoltato e cantato incatenate l’una all’altra.







