Roberto Gotta: penna geniale, una vita a raccontare sport rigorosamente “live”

Esperto di calcio inglese e di tutti gli sport americani, ora lavora per Fox Sports: in passato è stato una delle colonne di Superbasket e American Superbasket.

Sono certo che Roberto Gotta non abbia mai scritto un articolo “smarmellato”, chiuso tanto per coprire le battute assegnate. Piuttosto, non fosse stato convinto, ti avrebbe fatto aspettare per settimane. Perché ogni suo pezzo ti doveva regalare un valore aggiunto, un’apertura originale, una chiave di lettura inattesa. Non a caso oggi parla di “scrittura faticosa e sofferta”.

Per anni ho lavorato con lui a Superbasket. C’erano giorni in cui non apriva bocca, ricoperto da centinaia di news stampate da siti improbabili di tutto il mondo. Se ne abbeverava, quotidianamente. Poi, dal nulla, usciva la battuta che faceva ridere la redazione per ore.

Con Roberto ho condiviso uno degli hobby più divertenti della mia vita: trovare refusi clamorosi su quotidiani, locali e non. Abbiamo cartelle intere, purtroppo non pubblicabili.

Leggete le sue risposte. Il concetto di intervista è francamente riduttivo, quando a rispondere è Roberto Gotta.

Scrivere: una passione che nasce come e quando?
Mah, ero bravo a scuola, scrivevo temi apparentemente ben fatti, anche se per caso ne ho trovato uno delle medie e mi sono venuti i brividi, in senso negativo. Chissà come scrivevano gli altri, se io ero bravo… Scrivere per lavoro però è venuto dopo la passione per lo sport. Può anche darsi che io abbia finito con il raccontare – scrivere è solo un aspetto – perché non ero in grado di essere un atleta vero. Tra l’altro, ingenuo come sono sempre stato, pensavo che poter fare i giornalisti si dovesse essere di una certa età, e all’inizio nemmeno la pensavo come scelta professionale. Poi, un giorno, su Superbasket vidi un articolo firmato da Luca Corsolini che più o meno diceva ‘scrivo queste righe durante il servizio militare’ ed ebbi – a 19 anni, non a 10… – la consapevolezza che si poteva scrivere ed essere pubblicati anche da giovani. Bisognava esserne in grado, certo, ma non c’erano veti sull’età. Nell’estate del 1983, dopo la maturità, ho inviato un articoletto a Superbasket e al primo numero di settembre me lo sono visto in terza pagina. All’epoca non sapevo che in quel periodo senza partite SB avrebbe più o meno pubblicato qualsiasi cosa, e dunque mi sono rincuorato, ho proposto altre cose e un po’ alla volta ho cominciato a fare solo questo. Tornassi indietro sceglierei comunque un’altra strada, tenendomi la narrazione solo come hobby. Si è più liberi, ed è inoltre più difficile prendere fregature da un passatempo.

Radio, tv, Web, Stampa: quale ti diverte di più?
La radio mi fa bene alla salute, perché quando faccio collegamenti passeggio avanti e indietro o giro in tondo e brucio calorie. La tv è più costruita ma ha anche il pregio di mostrarti per come sei nei gesti e nei modi, a prescindere dalle tonnellate di trucco – al quale mi sottopongo una volta su 100 – che ricoprono i volti e un po’ travisano la realtà. La scrittura è quella che mi riesce più faticosa e sofferta, da parecchi anni. In genere piace, ma è frutto di eccessivo tormento.

Le squadre per cui tifi, tra NBA, NFL, NHL, MLB, Premier League.
Guarda, ormai tanti anni ho svoltato, smettendo di tifare per qualunque squadra al di fuori dei nostri confini. In precedenza avevo avuto simpatie, ma non appena ho cominciato a vedere partite su partite e visitare stadi su stadi ho percepito che sarebbe stato assurdo prendere posizione per club così lontani da noi. Per me il vero tifo è quello in cui nasci e cresci: a volte lo stesso di genitori e amici, a volte l’esatto contrario (era il mio caso nel calcio italiano), ma sempre frutto di esperienze personali vissute prestissimo. A scuola si parlava di calcio e basket italiani, e lì nasceva il tifo genuino. Avevo simpatie per l’Arsenal e una volta ho persino esultato – dentro di me, ero in tribuna stampa – per un gol di Ian Wright al 90° a White Hart Lane, ma altre volte sono andato a vedere il Tottenham, mi è piaciuto moltissimo l’ambiente e mi sono sentito stupido ad avere avuto sentimenti negativi. Idem per NFL, NBA eccetera. Possono avermi colpito certi luoghi, come l’università americana di Division III presso la quale ho soggiornato per un mese e mezzo nel 1988 e di cui seguo tuttora le vicende, ma io con un abitante del Wisconsin ho pochissimo in comune e mi sentirei superficiale a dirmi tifoso. Il tifo è una cosa seria, non riesco ad applicarlo artificialmente. Poi capisco le simpatie per giocatori (Larry Bird, Doctor J, Michael Jordan, ora LeBron James, Steph Curry, Tom Brady, eccetera) ma faccio fatica sul resto.

L’evento che sei orgoglioso di aver seguito dal vivo.
Difficile dirlo, perché sono tanti e ognuno ha avuto una sua genesi. Non posso lasciare fuori la finale dei Mondiali del 2006, non tanto per il risultato quanto perché coronava un mese in cui la mia capacità di organizzare viaggi al risparmio, cavando il sangue dalle rape, aveva toccato il culmine. Avevo prenotato una decina di voli la sera stessa del sorteggio, spendendo così poco che anche in caso di mancato accredito la rinuncia ai voli stessi non mi sarebbe costata molto. E dal 7 giugno al giorno dopo la finale ho fatto avanti e indietro con la Germania 5 volte, fermandomi là ogni volta 3-4 giorni per poi tornare, e gestendo col portatile le pagine di American Superbasket della finale NBA.

E quello che non avresti voluto mancare e invece…
Beh, ho visto tanto, non ho particolari rammarichi. Per assurdo, mi è costato molto non riuscire a prendere, per una inutile riunione di lavoro (‘inutile’ è peraltro pleonastico…), il volo che mi avrebbe portato a Londra appena in tempo per vedere, lunedì 14 settembre, West Ham-Newcastle United. Perché quella è rimasta l’unica partita di Premier League del West Ham che io mi sia perso nella stagione 2015-16, l’ultima al Boleyn Ground, sulla quale ho scritto un libro. Quindi non una partita memorabile in assoluto, ma significativa per me. Per il resto davvero non ho particolari rimpianti, ma forse un desiderio c’è, vedere dal vivo un Rose Bowl. Si gioca l’1 gennaio (quando la data non viene spostata per esigenze di playoff) ed è sempre stato, e sempre sarà, impossibile per me assentarmi in quei giorni, a prescindere dai costi altissimi dei voli in quel periodo.

L’atleta che ti ha emozionato intervistare.
LeBron James, ma non fu una intervista, solo una domanda in quella partita di liceo che vidi nel gennaio del 2003 a Greensboro, in North Carolina, di… passaggio verso il Super Bowl di San Diego. Un altro nome c’è, forse a sorpresa: avendo letto e riletto, fino a sgualcirlo, il libro che in gran parte raccontava la sua storia, intervistare Lloyd ‘Swee’ Pea’ Daniels per Giganti del Basket, oltre 25 anni fa a Pesaro, mi emozionò molto. Così come essere diventato (quasi) amico di Artis Gilmore nel suo anno alla Fortitudo Bologna, ma non credo di averlo intervistato se non per un riquadrino per Superbasket. Parliamo del 198-89, quasi 30 anni fa. Mettiamoci anche Kevin Keegan, non più giocatore ma allenatore del Newcastle United, nell’ottobre del 1992: ero a Londra per altro (vedi sotto), ma seppi che la squadra giocava a Brentford il sabato, e allora il venerdì sera andai all’hotel e chiesi semplicemente a Keegan se volesse parlarmi. Accettò senza nemmeno pensarci. Ah, dimenticavo: John Fashanu. Estate 1992, andai all’allenamento del Wimbledon, gli dissi che avevo un VHS di un programma tv italiano da fargli vedere. Lui accettò, rimase colpito dalle sue menzioni in Mai Dire Gol da parte della Gialappa’s Band, volle approfondire, andammo a casa sua (attico con vista sul Lord’s Cricket Ground) dove ci accolsero una domestica e un maggiordomo o qualcosa di simile, e ne vennero fuori non solo una bella intervista ma anche le basi per la puntata di Mai Dire Gol con la visita al Wimbledon. Dovevo andarci anche io e prenotai per i primi giorni di ottobre (quelli in cui poi intervistai Keegan), poi cambiarono idea, spostarono il tutto, e rimasi tagliato fuori.

Ho un ricordo di te che 15 anni fa perdevi intere giornate a leggere notizie per aggiornarti. Ora che “tutti parlano di tutto”, SAPERE è ancora più importante?
Sapere è importante per se stessi ma – riprendo le parole di un noto collega – “non serve a ottenere un posto di lavoro, al massimo serve a conservarlo” e anche questo è inesatto. Quanto all’esempio che hai fatto, senza essere uno studioso di media posso dividere gli ultimi 35 anni in due periodi: prima del web bastava che tu avessi un tabellino e un resoconto di una partita ed eri all’avanguardia (ricordi le telefonate del mattino dal fax della redazione al numero speciale della NBA che ti permetteva di avere poi il fax con i risultati e i tabellini della notte?); con il web prima maniera invece il tabellino lo avevano tutti e bisognava secondo me andare oltre. Fu in quel tempo che decisi di acquistare la parabola motorizzata e un abbonamento semiclandestino (ovvero, non pirata ma pagato al canale tramite un intermediario) per vedere partite NCAA che in Italia non si vedevano ed NBA che si vedevano in numero ridotto. Arrivai ad aver visto direttamente il 95% dei giocatori del draft NBA in quel periodo in cui solo alcuni GM e scout potevano farlo, e così la mia coscienza nello scrivere i ritratti dei nuovi giocatori era a posto. Una grande spesa, utile all’epoca ma a conti fatti inutile come gran parte delle cose che si fanno per migliorare, se non per la propria autostima. Come grande spesa fu quella per viaggiare a mie spese e informarmi: Superbasket mi pagava la trasferta alla Final Four e di questo sono tuttora grato ma negli altri casi andavo di mio per fare esperienza. E facevo anche centinaia di foto perché secondo me la sola parola non poteva bastare, serviva l’immagine. Per certi versi anticipavo esigenze televisive: non è mai sbagliato immortalare un attimo, in seguito potrà sempre servire. Un collega a Fox Sports una volta mi ha detto ‘hai risposta per tutto’: è solo perché mi sono mosso in anticipo per ‘esserci’.

Il tuo giornalista preferito e perché?
Ahia. Nessuno. So che è strano dirlo ma – anche a causa di ritmi pesanti – leggo pochissimo, quasi solo in inglese perché seguo sport che si giocano all’estero, e spesso nemmeno noto l’autore dell’articolo. Mi rasserena lo stile di Peter King, il più importante giornalista americano di NFL, ma la sua rubrica MMQB l’avrò letta due volte negli ultimi sei mesi e non ho il mito del giornalismo anglosassone, forse perché ne ho visti tanti all’opera, di giornalisti anglosassoni. In generale tendo ad ammirare, senza idolatrare, chi ha doti che io non ho: pittori, scultori, musicisti, per fare un esempio. Ammiro anche chi ha coraggio di agire senza preoccuparsi delle conseguenze.

Il primo stadio inglese nel quale sei entrato.
Beh, il vecchio Wembley. Pazzesco pensare che siano passati 39 anni. Era l’agosto del 1979, ero in Inghilterra con il classico corso di studi estivi e le mie 2 settimane le ho fatte prenotare in agosto apposta per andare a vedere partite. La prima era la Charity Shield tra Liverpool e Arsenal. Costrinsi il capo della famiglia che mi ospitava a portarmi, e più ci penso più mi rendo conto che fece un atto di enorme generosità. Perché lui, tifoso Tottenham, dovette andare allo stadio dell’Arsenal e mettersi in fila per i biglietti, solo per accontentare un ragazzino italiano. Però a pensarci bene non fece nulla di eccezionale: anche tu porteresti un 15enne straniero tuo ospite a vedere la Lazio se te lo chiedesse, no?

(Beh, certo, ovvio…)

Quante partite di Premier hai visto?
Eh, non lo so. Tra Premier League e altre categorie sarò sul centinaio ma potrebbero essere 60 o 100, davvero ho perso il conto. In senso letterale.

Quanti SuperBowl hai seguito?
Questa la so perché è più facile: 22, più altri due in cui per puro senso del dovere (verso chi non se lo meritava, peraltro) sono rimasto là a seguire tutta la settimana poi sono tornato in Italia per contribuire alla telecronaca.

Quante volte negli Stati Uniti?
Ho perso il conto anche qui, a 60, era un bel numero tondo.

La partita più incredibile a cui hai assistito.
Che fatica… Devo citare il Super Bowl LI, quello della rimonta dei New England Patriots dal 3-28 con vittoria al tempo supplementare, ma negli ultimi anni le postazioni media per questi eventi sono così alte e lontane dal campo da far perdere gran parte dell’atmosfera. Sei sopra ai tifosi, non in mezzo, e non si vive con l’emozione che si può immaginare da fuori. Ricordo in due giorni successivi, sabato e domenica, le finali dei Regionals del Torneo NCAA a Rosemont, vicino a Chicago (vinse Illinois all’overtime su Arizona) e a Austin, in Texas, in cui Michigan State batté Kentucky dopo due tempi supplementari. All’ultimo secondo dei 40’ c’era stato un canestro di Patrick Sparks in cui la palla aveva girato sul ferro un po’ prima di cadere, e solo dopo qualche minuto gli arbitri avevano determinato, con prova tv, che si era trattato di un tiro da 3 e che dunque si doveva davvero andare al supplementare. Però sinceramente ho visto troppe partite per isolarne alcune, temo di dimenticarne altre.

Foto Archivio Privato Giancarlo Migliola