
Piero Guerrini è una delle firme più raffinate e competenti della nostra pallacanestro. Da tanti anni ci delizia sulle pagine di Tuttosport, profondo conoscitore e narratore delle storie del basket italiano e, quando capita, di quello piemontese. Per farci raccontare le tre Coppe Italia vinte nell’ultimo mese da Torino, Tortona e Omegna, chi potevamo chiamare se non lui?
Torino. Squadra pazza, altalenante, in mezzo a una stagione complicatissima in campo e fuori. E poi a Firenze che succede?
Direi che la squadra non è pazza, per quanto discontinua, ma ha vissuto in acque agitate tutto il mese di gennaio, con i cambiamenti in panchina (Banchi, Recalcati) e le tensioni interne allo spogliatoio che riemergevano. L’idea di puntare sull’assistente Galbiati con Comazzi si è rivelata vincente, perché i due avevano vissuto tutto e hanno saputo recuperare il lavoro fato in precedenza, aggiornandolo. Galbiati parlava ai giocatori, Garrett ad esempio dà tutto per lui. Poi ci vuole anche un po’ di buona sorte. La Fiat che già aveva parecchio talento si è ritrovata d’incanto con la squadra più equilibrata, dalle gerarchie meglio definite e finalmente con il sorriso sul volto al momento opportuno. Le forti personalità di Patterson e Vujacic erano in contrasto e questo incideva sul rendimento in campo e sui rapporti. Ma di colpo: due dei tre che si lamentavano di spazi e ruoli (Iannuzzi e Patterson, non entro nel merito delle ragioni), si sono di fatto eliminati alla vigilia della Coppa. Di conseguenza: Torino si è trovata con una squadra, più dinamica (Boungou Colo ha dato più verticalità atletismo e duttilità, riportando Washington nel ruolo più adatto, ala piccola. Washington che se fosse rimasto attivo Patterson sarebbe andato in tribuna), più pronta in difesa, con capi definiti (Garrett tecnico, Poeta e Washington a livello anche emotivo). La partenza di Iannuzzi ha dato più spazio e tranquillità a Mazzola, che di suo ha messo più difesa, applicazione, spirito combattivo in posizione di centro, laddove Mbakwe per ragioni fisiche ha bisogno di una mano. Vander Blue si è inserito con inattesa pazienza e disponibilità. Aiuta certo di più in difesa di Patterson, da più equilibrio e con lui paradossalmente Vujacic ha più spazio (non inteso come minutaggio), in campo. Altra chiave, l’auto-eliminazone di Patterson che peraltro in campo è un califfo e se imparasse a gestire la sua gola fuori dal campo non sarebbe qui… dapprima l’agente che spedisce mail a tutti i club possibili interessati allorquando la società ingaggia Vander Blue e si crea il soprannumero tra americani. Poi lo stesso Lamar alla vigilia della coppa… diciamo che rientra presto in hotel il giorno successivo e viene escluso… Così narra chi c’era… Ma la vera risorsa che ha condotto al successo è il sorriso, portato dalla presenza di Galbiati in panchina, duro ma capace di ascoltare e dialogare (sempre con l’aiuto non indifferente di Comazzi). Sorriso portato anche dai volti nuovi che hanno soffiato via un po’ di nubi, di quella cappa di negatività che si era addensata, non avendo quel vissuto: tre nuovi in campo e uno in società, col ritorno di Marco Atripaldi. I Forni ci mettono passione, denaro familiare e tanto. Sono proprietari tifosi. Ma anche molti altri proprietari lo sono e magari ci mettono meno. Quando le nostre società diventeranno più aziendali, senza però perdere il fuoco della passione, riavremo un grandissimo basket di vertice. Il figlio Francesco è al primo anno da dirigente vero e con responsabilità. Ama il talento.
Tortona.
Tortona, anzi Derthona… ha una squadra più forte e attrezzata di quanto si pensasse al di fuori. Lorenzo Pansa, cresciuto come allievo di Marco Crespi da cui ha preso molti pregi, personalizzandoli, è un allenatore su cui scommetterei subito al piano di sopra. E usa una delle parole chiave del maestro. Desiderio…. E’ bravissimo nel motivare. Conosce gioco e giocatori e sa come colpire i difetti altrui. E’ analitico, maniaco del lavoro. A Moncalieri aveva fatto benissimo e una parte (una buona parte) del titolo nazionale Under 20 del 2017 è suo (7 ragazzi lavoravano con lui, 4 stabilmente in organico). Mi ha sorpreso la clamorosa prova difensiva in finale, per una squadra non nata come difensiva. Ma la motivazione e la convinzione è tutto. Oltre alla positività dell’allenatore, c’è poi quella societaria. L’ingresso dei Gavio ha spinto eccome. Stanno per presentare la costruzione di un’arena da 6.000 posti. Sono giovani, hanno entusiasmo e idee. E grazie alla disponibilità hanno già inserito un tassello del futuro, Alibegovic, che in A2 è un lusso, E sanno che bisogna partire dalla casa, cioè dalla fondamenta, per creare una struttura solida. Segue di fatto ciò in passato avevano compiuto Casale e Biella: progetti. E sottolinerei quanta Casale Monferrato c’è in vari successi (Pansa e il suo assistente a Tortona, Carrea è passato da Casale, De Benedetto di Torino viene da Casale).
Omegna.
Ugo Paffoni tira avanti la baracca da 11 anni a Omegna. E adesso dice che vuole rilanciare anche il settore giovanile. In quella zona il basket è più importante del calcio. Sono stati in A2, lanciando Mike James (incredibile sia finito al Panathinaikos prima della Nba e del ritorno in Grecia, anziché finire in un top team italiano) e Iannuzzi. Una volta scesi non hanno mollato, anzi. Quest’anno hanno investito parecchio, la squadra è completa. ha recuperato due dei tre infortunati (soltanto Milani è ko da inizio stagione), compreso capitan Simoncelli, in vista della Final Eight. Punta alla promozione, difficilissima per la struttura del campionato, ma ne ha le possibilità.
Tre successi nei quali l’impronta dell’allenatore è stata fortemente riconoscibile. Una parola per ognuno dei tre.
Galbiati, preparatissimo, appassionato, monotematico. Insomma, vive di pallacanestro. Adora i playmaker perché da ragazzo è stato playmaker. Tra i più colpiti per l’addio di Banchi (motivo per il quale era venuto a Torino), ma ha saputo ricostruirsi. Disponibile.
Di Pansa ho già parlato. i colleghi dicono che abbia un approccio cinico al gioco, cioè analizza e colpisce gli avversari. Ma le sue squadre hanno anche identità. Però questa adattabilità e duttilità mi spinge a dire che possa essere vincente al piano di sopra.
Ghizzinardi: lupo di mare, maestro di Minors, con la difesa come mantra. Questa qualità può aiutare le squadre nei playoff. In generale i tre sono uniti dal fatto di essere belle persone.
Straordinario fermento del Piemonte, tre successi come questi non possono essere un caso. Come ti spieghi questa “rinascita?
Il Piemonte è terra di basket, lo è sempre stato anche se al massimo livello l’esposizione era tutta o quasi per il calcio. C’è fermento da anni, forse mancava Torino, però coltivata dai settori giovanili (in particolare Pms). Ma non va dimenticata la crescita a cavallo del nuovo millennio di Biella, che ha raggiunto l’apice con la costruzione del Forum e la semifinale scudetto. Non va dimenticato che per la prima volta il Piemonte ha avuto due club in A nel 2011/12, Biella e Casale. E nonostante retrocessioni successive le due società hanno rilanciato attraverso i giovani. società strutturate, campi di gioco, istruttori e allenatori giovanili su cui scommettono. Addirittura, da qualche anno c’è il progetto Novipiù cup, che coinvolge, Casale, Borgomanero (importante realtà giovanile in cui è cresciuto Okeke) e Pms. Le tre società raccolgono i migliori elementi Under 16 per inviarli a tornei e leghe internazionali. Quest’anno la EYBL. Col settore giovanile Biella si è rilanciata e s’è salvata due volte. e dietro tutto c’è uno dei grandi maestri italiani (quei 4-5 rimasti) cioè Federico Danna. Le scuole portano anche giovani allenatori a crescere. Esempio è Ora tra A e A2, ci sono Galbiati (34 anni), Pansa, Carrea e Ramondino (tutti del 1982). Si privilegiano programmi e sistema. I Forni a Torino hanno puntato sulla prima squadra, ma con grande dispiego di risorse e passione, riuscendo a intercettare Fiat, impresa mai riuscita al basket maschile che pure ci aveva provato in ogni modo. Le loro tre stagioni in A sono state finora un romanzo d’appendice, tra discese ardite e risalite, in un’alternanza di emozioni fortissime tra allenatori in partenza, cambi di giocatori, incidenti degli stessi all’alba davanti a discoteche, infortuni, polemiche. Alla fine, però, centrando sempre gli obiettivi. Tornando ai settori giovanili, l’Under 20 d’oro 2013 era zeppa di giocatori cresciuti qui, su tutti Amedeo Della Valle che è pure piemontese. L’Under 19 d’argento della scorsa stagione aveva Denegri di Casale, Okeke, Visconti (figlio e fratello d’arte, ora a Venezia, ma torinese, e Guglielmo Caruso, che ha completato il settore giovanile con due-tre anni in Pms). Sempre la Reyer Venezia ha preso in estate il 2003 di Bra, Francesco Cravero. Lo stesso vale a livello femminile, dove la squadra in A1 magari fatica ma resiste e prova a crescere e comunque Torino è tra le due città ad avere la massima serie maschile e femminile con Venezia, ma c’è il vivaio Pms e non solo, c’è Polismile che cresce. C’è Valeria Trucco, che tu consci bene. Berrad è andata al Global Camp di Basketball Without Borders dalla Pms. E nel progetto High School Basketlab della Fip ci sono due torinesi del 2003, Martina Iagulli (Pms) e Sofia Varaldi (Polismile) che studiano e giocano al centro federale. Nel girone delle Azzurrine di quell’anno mi pare ci sia anche Sara Zecchina. Aggiungiamo le case del basket, perché le ultime Arene costruite, sono in Piemonte (Biella e Isozaki Torino, dove pure il Vela sarà la prossima casa della Fiat). Ora si aggiungerà Tortona… No, non è casuale. E si potrebbe crescere di più ancora se si facesse più sistema, più collaborazione, senza disperdere i talenti giovani in stagioni di poche partite competitive e di allenamenti per forza di cose non al massimo (perché le squadre non hanno 15 elementi super).
Al di là della tua straordinaria e riconosciuta professionalità, quanto è bello per te raccontare successi in serie di squadre piemontesi?
E quanto esageri? Raccontare questi successi, però è vero, è un sogno. Cerco di essere equidistante ma il vero piacere è nell’aver sempre creduto che il basket potesse avere cittadinanza in questa regione e nella mia città. perché il basket è una meravigliosa rappresentazione atletica della vita. Una delle più corrette. E qui c’è tutto perché abbia successo. Mi fa anche piacere che si siano costruiti campi all’aperto e siano pieni di ragazzi. E che non vengano più rotti i canestri. Oppure che quando accade siano sostituiti. Un tempo mi battevo per avere spazio su Tuttosport, ora è da una parte più facile, d’altra parte devi avere sempre gli occhi aperti. Ciò che invece un po’ mi spiace è essere riconosciuto come un vecchio conoscitore. Per il vecchio, ovviamente, in fondo ho “solo” 55 anni. Il presidente Forni mi chiama il decano (e peraltro non lo sono). Ma l’emozione che ad esempio ho vissuto a Firenze (non paragonabile comunque a quella dell’argento olimpico o delle altre medaglie raccontate da inviato) nasce soprattutto da un senso di gratitudine che vivo quotidianamente ma che esplode in questi casi. Perché il basket mi ha reso migliore la vita. Mi ha aiutato a diventare la persona che sono, molto più che il giornalista. Non a caso i miei figli giocano. E spero che magari diventino istruttori, o chissà. Insomma, che possano vivere il basket quanto l’ho vissuto io. Lo sognavo dai tempi di Gianni Asti, Sandro Gamba e soprattutto del professor Dido Guerrieri.









