
La Ferrari di Marchionne continua a tessere la propria tela e operare su molteplici fronti. Se l’operazione Alfa Romeo in abbinamento a Sauber va inquadrata in un’ottica strategica che mira ad aumentare il peso di Maranello in vista delle nuove regole della F1 che andranno vergate dopo il 2021, dal punto di vista tecnico gli sforzi si concentrano per azzerare il divario con la Mercedes e dare la caccia al mondiale 2018.
Si narra che i tecnici del cavallino, nello sviluppo della nuova monoposto presentata il 22 febbraio e impegnata nei faticosi e innevati test di Barcellona in questi giorni, siano particolarmente concentrati nel migliorare le prestazioni sul giro secco oltre ovviamente all’affidabilità necessarie per chiudere un’intera stagione con tre sole power unit. Se siamo, e ci siamo, dentro uno sport nel quale si sorpassa poco e non sempre con la strategia ai box è possibile sopravanzare chi parte davanti, è fondamentale pareggiare o almeno migliorare quel dato che parla della scuderia argentata come titolare di 15 pole position nel corso dell’ultima stagione. In Ferrari sanno che per vincere il titolo, anzi i titoli, è fondamentale stare davanti alla Mercedes il sabato per poterci rimanere la domenica.
Ma in Ferrari sanno anche che in quest’epoca di corse, un modo per azzerare le distanze e ampliare le proprie conoscenze è anche quello di portarsi a casa uomini che hanno maturato esperienza e acquisito conoscenze altrove. In questa ottica si legge l’arrivo di Daniil Kvyat come sviluppatore per il 2018. Sarà lui il pilota che si occuperà di macinare chilometri al simulatore di Maranello nella nuova stagione, compito lo scorso anno affidato a Antonio Giovinazzi che rimane confermato come terzo pilota ma che al momento non ha grandi prospettive di avere un sedile sulla griglia all’orizzonte.
Kvyat porta in dote numerosi vantaggi al cavallino. E il fatto che il russo abbia vissuto a Roma e parli fluentemente l’italiano, con la possibilità di farsi capire in almeno due lingue dai tecnici, è solo l’ultimo dei vantaggi. Pilota di 24 anni da compiere a marzo, ha già attraversato l’intero spettro di gloria e polvere che il motorsport moderno porta in dote a ragazzi di talento ma non predestinati, soprattutto se in orbita Red Bull. Ebbe quindi l’onore di diventare nel 2015 l’erede di Sebastian Vettel tra i bibitari austriaci, dopo un promettente debutto in Toro Rosso nel 2014, salvo vedersi retrocedere di nuovo in Toro Rosso nel maggio del 2016. Fu sacrificato sull’altare di Max Verstappen, il predestinato di cui sopra, prima del gran premio di Spagna. Che l’olandese vinse alla sua prima apparizione in Red Bull. Da lì il declino, parola ironica per uno nato appena cinque giorni prima che Ayrton Senna andasse a guidare nel mondo dei più, con un 2017 incolore.
Ma a 23 anni Kvyat ha già guidato in 72 gran premi, ha esperienza e il fatto di girare al chiuso di un simulatore avanzato lo esenta da pressioni emotive che in carriera ha sempre sentito, e pagato, particolarmente. Soprattutto è un uomo che conosce probabilmente alcuni o molti dei segreti Red Bull, la scuderia più innovativa e sorprendente dell’ultimo decennio, e conosce sicuramente nel dettaglio le loro procedure dal punto di vista dello sviluppo e della ripartizione del lavoro nelle varie aree tecniche.
La Ferrari si porta a casa, per un tozzo di pane, un pilota di talento che serba conoscenze utili a colmare il gap di Maranello con le procedure e le usanze della F1 moderna, quella che si fa e si pensa principalmente in Inghilterra. Mentre, come disse Briatore, il cavallino negli ultimi anni ha pagato anche il suo isolamento geografico rispetto alla terra più prolifica dal punto di vista della scuderie e dei motori. Fa tutto parte di un disegno completo. I cui frutti dovrebbero iniziare a vedersi da Melbourne in avanti.









