Mercato, la top five delle operazioni ‘alternative’

Oltre le big europee e le squadre italiane, quali sono state le operazioni più illuminate del mercato europeo sommerso? I cinque trasferimenti più interessanti di cui non si è parlato abbastanza

Quella appena conclusasi è stata un’estate calcistica che verrà ricordata per molto tempo, a causa delle cifre roboanti che hanno di fatto forzato il passaggio ad una
nuova epoca del calciomercato. Esattamente come fino a pochi mesi fa potevamo tranquillamente indicare la sentenza Bosman come uno spartiacque “storico” del mercato, nei prossimi anni è molto probabile che il trasferimento di Neymar al Paris Saint-Germain verrà considerato uno snodo altrettanto fondamentale. Infatti, a differenza di quanto era già successo nei casi più importanti di passaggi di grandi Campioni da un “top club” all’altro (si pensi, ad esempio, all’addio di Cristiano Ronaldo al Manchester United, o a quello di Zidane alla Juventus) quest’estate ha generato un effetto-domino che ha portato al rialzo esponenziale di pressoché tutte le principali operazioni di mercato: del resto, per rendersene conto, basti vedere le valutazioni che hanno improvvisamente coinvolto anche giocatori come Coutinho, Dembélé o Mbappé.  Di queste operazioni si è parlato fin troppo. Noi invece vogliamo focalizzarci sui movimenti e i trasferimenti che hanno coinvolto i “comuni mortali”, ossia quelle squadre che, pur senza avere il peso economico per attirare le luci del palcoscenico su di sé, sono comunque riuscite a concludere affari importanti, destinati a svoltare la stagione di tali singole realtà. E dunque, decidendo di omettere volontariamente le operazioni delle big europee, oltre a tutte le squadre italiane, quali sono stati i cinque acquisti più intelligenti di quest’ultima sessione di mercato? Ecco la Top Five delle operazioni più intriganti, e potenzialmente più efficaci, della sessione estiva.

5. Fabian Schär (Hoffenheim Deportivo La Coruña)
Solamente poco più di un anno fa il difensore svizzero si affermava come uno dei migliori difensori centrali, per rendimento, dell’intero Europeo svoltosi in Francia. Leader tecnico indiscusso di una difesa che, oltre a lui, poteva annoverare gente come Lichtsteiner e Ricardo Rodríguez, Schär era riuscito ad emergere grazie ad una serie di prestazioni maiuscole che, tuttavia, non hanno comunque permesso alla Svizzera di andare oltre gli ottavi di finale della competizione. Dopo aver segnato il gol decisivo nella partita inaugurale degli elvetici, contro l’Albania, “rischiando” poi addirittura di replicarsi nella gara successiva con la Romania (solo un miracolo di Tătărușanu, per quanto possa sembrare un ossimoro, gli ha strozzato l’urlo in gola), ha raggiunto i picchi massimi del proprio Europeo contro Francia, match nel quale ha totalmente annullato Gignac dal campo, e Polonia: in quest’ultimo caso, la sua marcatura ad uomo su Lewandowski ha di fatto privato gli uomini di Nawałka del proprio riferimento offensivo principale, anche se, probabilmente, di quella prestazione si ricorderà soltanto il fallo assassino con cui Schär ha rischiato seriamente di compromettere il resto della manifestazione per entrambi. E proprio per queste ragioni, sorge spontanea la domanda su cosa sia andato storto, nell’ultima stagione dello svizzero. L’Hoffenheim di Nagelsmann è stata la vera sorpresa della scorsa annata di Bundesliga, insieme all’RB Lipsia, soprattutto per la qualità del gioco espresso. Se in fase di possesso la capacità di Schär nel tagliare le linee di pressione, grazie ad una sensibilità tecnica innegabile, si sposava perfettamente con i principi del gioco di posizione della squadra, è forse in quella di non possesso che emergevano le criticità maggiori: infatti, all’interno di un sistema rigidamente orientato a togliere le linee di passaggio avversarie, l’abilità di Schär nella marcatura ad uomo è stata sacrificata sull’altare dell’incompatibilità tattica, ancor prima che tecnica. E così, il posto al centro della difesa a tre è stato occupato da Vogt, maggiormente adatto a consegne di tal genere, grazie anche al suo passato da mediano. Ovviamente, tali giustificazioni non servono a fornire una spiegazione esaustiva e completa della sua esclusione totale dal progetto tecnico di Nagelsmann: nel girone di ritorno, sono più le volte in cui nemmeno è stato convocato, rispetto a quelle nelle quali si è “semplicemente” dovuto a ccomodare in panchina. Quello che è certo, è che l’emarginazione del giocatore ha di fatto creato un’opportunità unica sul mercato. Opportunità che il Deportivo non si è fatto sfuggire. E così, per soli due milioni di euro, Pepe Mel ora si ritrova in rosa un giocatore che, solamente un paio di anni fa, veniva considerato uno dei più promettenti difensori del panorama europeo: a lui il compito di farlo tornare ai livelli di Basilea.

4. Aleksandar Dragović (Bayer LeverkusenLeicester)
Al fianco di Schär, nel reparto difensivo di quel Basilea che arrivò a contendere al Chelsea una semifinale europea, c’era un altro giocatore dalle spiccate doti tecniche come Dragović: l’uscita dal pallone della difesa non doveva rappresentare eccessivamente un problema per la squadra allora allenata da Yakin. Nel 2013, dopo le ottime prestazione con il club svizzero, Dragović finisce trapiantato nel ghiaccio di Kiev: in quella stessa sessione di mercato, la Dinamo decise di sognare in grande, per provare a strappare lo scettro ad uno Šhachtar Donetsk che, in quel momento, era reduce dal quarto Campionato vinto consecutivamente (e quell’anno avrebbe calato anche il pokerissimo). E così, oltre all’austriaco di origine serba (già solo questo dettaglio lo rende un personaggio iconico), a Kiev sbarcarono altri ottimi elementi, tra cui spiccava il nome di Belhanda, che poco più di dodici mesi prima aveva trascinato di peso (insieme a Giroud) il Montpellier a vincere la Ligue 1. Si può dire che Dragović sia stato il solo, tra tutti gli acquisti di quell’estate, a non appassirsi al gelo dell’inverno di Kiev. Anzi, il suo valore è salito al punto tale da convincere il Bayer Leverkusen a puntare 18 milioni su di lui, solamente un anno fa. Eppure, come per Schär, l’adattamento alla Bundeliga si è rivelato più difficile del previsto: del resto, un sistema di gioco “estremista” ed iper-sbilanciato in avanti, come quello di Roger Schimdt, non è proprio lo scacchiere tattico ideale, per un difensore con le caratteristiche del “Drago”. Al contrario, l’approdo al Leicester potrebbe rappresentare un’importante svolta nella carriera del giocatore: la Premier League, del resto, rimane un torneo in cui il mix tra fisicità ed abilità sulle palle aeree può essere esaltato al massimo. Inoltre, le qualità tecniche di Dragović aumentano esponenzialmente il ventaglio di soluzioni, a disposizione della squadra di Shakespeare, nella gestione della palla fin dai primi vagiti dell’azione, specialmente considerando che, tra Maguire e Morgan, il tasso qualitativo del pacchetto di centrali titolari del Leicester non era tra i più elevati del lotto. Per valutare l’effettiva convenienza dell’operazione, tuttavia, resta da capire se le “Foxes” si siano riservate un’opzione per il riscatto del suo cartellino (oltre che a quanto ammonterebbe, eventualmente), oppure se è già deciso il suo ritorno a Leverkusen, a fine anno.

3. Sandro Ramírez (MalagaEverton)
Grazie alla cessione di Romelu Lukaku al Manchester United, l’Everton è riuscito ad auto-finanziarsi un mercato particolarmente ricco sul fronte degli acquisti, strappando alla concorrenza giovani di ottime prospettive del Calcio britannico, come Pickford o Keane, oppure glorie del passato, come Rooney. Fra i tanti arrivi della squadra di Ronald Koeman, tuttavia, è forse passato un po’ troppo in secondo piano quello di Sandro, pagato pochissimo (i sei milioni di euro della sua precedente clausola rescissoria), specialmente se rapportato alle cifre drogate che circolano in Premier League. Lo spagnolo, nella sua prima stagione al di fuori di e del Barcellona, ha convinto a pieno, concludendo un’annata che lo ha visto sbocciare completamente dal punto di vista realizzativo. Ma non è tanto sotto l’aspetto quantitativo che i suoi gol andrebbero analizzati profondamente: Sandro ha dimostrato di avere una vastità di repertorio non indifferente. E’ capace di calamitare ogni pallone che spiove in area di rigore, grazie ad un senso dell’anticipo sul proprio diretto marcatore sviluppatissimo. Inoltre, rimane un giocatore alquanto rapido di gambe nei primi metri, aspetto che gli permette di squilibrare costantemente l’avversario, specialmente quando ha campo da attaccare fronte alla porta. Possiede anche un controllo orientato, con il quale riesce a mettersi nelle condizioni ideali per tirare, con un solo, semplice primo tocco. Il fondamentale che però risalta di più di Sandro, è il tiro: unisce precisione e potenza alla rapidità di esecuzione. Si trova perfettamente a suo agio sia nel calciare forte sul primo palo, sia nel piazzarla chirurgicamente sul secondo, togliendo al portiere il tempo e lo spazio per intervenire. I suoi punti deboli rimangono il gioco aereo e la tecnica per essere efficace anche nello stretto, oppure in conduzione della palla: non a caso, nel sistema di posizione del Malaga dello scorso anno, il giocatore veniva utilizzato principalmente come sponda palla a terra, non certo come rifinitore “corale”. E proprio a causa di questi suoi limiti, dovrà dimostrarsi bravo lo stesso Koeman, nel rivoluzionare totalmente il metodo di risalita del campo, rispetto allo scorso anno, in cui la presenza fisica di Lukaku rappresentava una valvola di sfogo costante, sia nei rilanci lunghi, sia nelle transizioni brevi dei “Toffees”.

2. Davy Pröpper (PSV EindhovenBrighton)
La carriera dell’olandese ha subìto un radicale punto di svolta con il suo sbarco ad Eindhoven: prelevato dal Vitesse nell’estate del 2015, il giocatore era allora reduce da una stagione in cui aveva spaziato in quasi tutte le zone del centrocampo, agendo da regista di una linea mediana a due, così come da mezzala di possesso, nelle occasioni in cui il club satellite del Chelsea decideva di puntare sul 4-3-3. Tuttavia, circoscrivere ad un mera questione di ruolo l’importanza tattica che Pröpper ricopriva in quel contesto, risulterebbe un esercizio fin troppo limitante: la realtà, infatti, è che l’olandese rappresentava l’autentico faro della squadra. Eppure, l’intuizione di Cocu di schierarlo da vero e proprio “numero 6” (di ruolo e di fatto), ossia il numero che in Olanda tradizionalmente indica il vertice davanti la difesa che deve raccordare impostazione iniziale e sviluppo della manovra, ha proiettato Pröpper in una nuova dimensione, consentendogli di raggiungere livelli di rendimento che lo hanno reso uno dei migliori giocatori in assoluto del Campionato, oltre che leader tecnico di una squadra che quell’anno ha vinto il maggior titolo nazionale. Del resto, giocare con quel numero all’interno del Philips Stadion, significa sobbarcarsi di responsabilità non comuni, data la tradizione di numeri 6 della squadra di Eindhoven (per fare solo due nomi dei predecessori di Pröpper: van Bommel e Strootman). Ed esattamente come loro, è presto arrivato anche il doloroso (per i tifosi biancorossi) addio di Pröpper al Calcio olandese, per approdare in un Campionato decisamente più ricco, come quello della Premier League. Fa capire molto, riguardo le reali possibilità economiche di cui possono disporre le squadre inglesi, che ad aggiudicarsi un giocatore del genere sia stata una neo-promossa, capace di mettere sul piatto della bilancia ben tredici milioni di euro. Del resto, per caratteristiche fisiche, prima ancora che tecniche, Pröpper sembrerebbe adattissimo per dire la sua anche in un contesto del genere, dove invece avevano già fallito Clasie e Luuk de Jong, proprio perché poco adatti fisicamente al Calcio della Premier.

1. Pablo Fornals (MalagaVillarreal)
Pagato solo dodici milioni di euro, alias l’ammontare complessivo della clausola di rescissione che era presente nel suo precedente contratto (forse il Málaga dovrebbe “leggermente” cominciare a prendere in seria condierazione l’idea di aumentare il costo delle clausole che impone ai propri giocatori). Fornals si candida tranquillamente al premio di miglior acquisto dell’ultima sessione di mercato della Liga, Dani Ceballos permettendo. Lo spagnolo ora in forza al Villarreal è reduce da un’annata ottima, che lo ha visto diventare gradualmente protagonista indiscusso del centrocampo malagueño. Le sue caratteristiche migliori restano il gioco sul corto, grazie a doti associative tipiche della scuola spagnola dell’ultimo decennio, ed i tempi d’inserimento. Inoltre, la sua difesa proattiva lo rende un interprete perfetto di qualsiasi squadra che punti sulla riconquista immediata del possesso palla. Grazie al suo acquisto, Marcelino potrà così contare su un centrocampo meravigliosamente assortito, oltre che capace di offrire costante superiorità numerica nella zona della palla e dietro la linea di pressing avversaria. Nota a margine: il giocatore è costato 28 milioni in meno, rispetto ai quaranta che il Barcellona ha dovuto spendere per assicurarsi Paulinho. Giusto per rigirare un’ultima volta il coltello nella piaga blaugrana.