Il meglio e il peggio della serie A 2016-17, i giocatori

I migliori e i peggiori giocatori della serie A 2016-17, rivelazioni e delusioni, conferme e smentite degli uomini visti in campo in questa stagione

Sorprese e delusioni, conferme e passi indietro. I giocatori valutati nel riepilogo stagionale finale della serie A 2016-17.

MVP

1. Gonzalo Higuaín
I 36 gol dello scorso anno erano sembrati fin dall’inizio della sua nuova avventura in bianconero un obiettivo irripetibile, per determinati motivi. Eppure, l’importanza che il centravanti argentino ha rappresentato per la Juventus di quest’anno, passa non tanto attraverso la quantificazione del suo bottino personale (che comunque si attesta a quota 32 reti stagionali), ma va ricercata nel peso specifico dei suoi gol, quasi sempre decisivi, oppure segnati in partite dove la posta in palio andava oltre i singoli 3 punti (vedasi le sfide del girone di andata contro Roma e Napoli). Giusto premiare Higuaín per queste ragioni, anche se bisognerebbe aggiungere che il suo nome simboleggia l’intera annata straordinaria della squadra di Allegri: se, dunque, al suo posto fossero stati nominato Dybala o Bonucci, non ci sarebbe stato nulla di scandaloso. Tuttavia, per non monopolizzare questa graduatoria, si faccia finta che la medaglia d’oro di Higuaín racchiuda in sé tutti i protagonisti di questa vincente cavalcata bianconera.

2. Dries Mertens
“Punta” di diamante di una macchina da gol straordinaria, Mertens si è calato perfettamente nei panni di trascinatore emotivo di un Napoli che, dopo l’addio di Higuaín, necessitava come l’aria di un degno erede, che in breve potesse far dimenticare la cicatrice di quello che tutt’oggi è considerato un “tradimento” così doloroso. Ma al di là della retorica e della valutazione di tutti gli aspetti, positivi e non, che circoscrivono la partenza del “Pipita”, è innegabile che il belga si sia inserito a meraviglia all’interno di questo ruolo (inteso non solo in senso tecnico). Fin dall’inizio, Mertens è diventato il catalizzatore offensivo del Napoli, colui che, grazie ai propri strappi, riusciva a cambiare ritmo all’azione: non a caso, nelle prime gare di Campionato, aveva tolto il posto da titolare ad Insigne. Poi, il colpo di scena inaspettato: l’infortunio di Milik. L’evento che, dopo un piccolo “trauma” iniziale (che ha portato alle due sconfitte casalinghe consecutive contro Roma e Be?ikta?), ha improvvisamente modificato tutti i piani tattici di Sarri. Da quel momento in poi, Mertens ha preso ancor più in mano la squadra, andando a sostituire il polacco al centro dell’attacco e trasformandosi in un finalizzatore letale, in un ingranaggio perfetto del meccanismo “Sarriano”. Per valutare il suo impatto reale, oltre al numero strabordante di gol ed assist collezionati in stagione, andrebbe sottolineata l’importanza tattica ricoperta dal belga quest’anno: per capirlo, basterebbe evidenziare come Sarri non si sia permesso di spostarlo e di rimescolare le carte del fronte offensivo partenopeo, nemmeno dopo il ritorno a pieno regime dell’attaccante polacco.

3. El Papu Gómez
Il calciatore che ha inciso maggiormente per le sorti della propria squadra, come forse nessun altro in Italia ha saputo fare quest’anno. La logica di inserirlo sul podio di una graduatoria del genere, va letta in quest’ottica. Probabilmente, l’unico altro giocatore così decisivo per il proprio club, è stato Belotti per il Torino: tuttavia, la differenza di traguardi raggiunti dall’Atalanta, rispetto ai granata, è troppo netta, per poter pensare di non far pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’argentino ex-Catania.

Giocatore Più Migliorato

1. Edin Džeko
Passare nel giro di una sola stagione dall’essere considerato uno dei peggiori flop di mercato della storia (recente e non) del Campionato, a diventare capocannoniere del torneo, è un qualcosa che non si può nemmeno provare a spiegare razionalmente. Probabilmente, va anche detto che un giudizio così critico delle prestazioni dello scorso anno del bosniaco è davvero troppo severo e frutto più di un’eccessiva dose di speranze che era stata riposta nel «diamante di Sarajevo», che non di un’analisi lucida ed obiettiva. Del resto, dieci gol nel suo primo anno in Italia, condito anche da buone prestazioni e da un lavoro per la squadra che comunque non è mai mancato, non sono un bottino così misero, per un giocatore costato 15 milioni di euro (meno di Pavoletti al Napoli, per intenderci), non trenta. Ad ogni modo, concentrandoci sulla stagione appena conclusa ed anche cercando di non dimenticare i comunque tanti, forse ancora troppi, gol sbagliati dal bosniaco pure quest’anno, è indubbio che il suo rendimento si sia decuplicato, rispetto all’anno di esordio a Roma. Miglior marcatore della Storia del club giallorosso in una singola stagione (superato Totti: questa è blasfemia), capocannoniere dell’Europa League insieme a Giuliano, assistman con numeri paragonabili a quelli di un trequartista/esterno offensivo, vero regista avanzato della banda di Spalletti e partita decisiva della stagione risolta con un gol di pube e due assist vincenti: della serie scusate se è poco. Forse, non ha tutti i torti chi gli rimprovera ancora di sparire nelle gare da dentro/fuori (escludendo l’ultimo Roma-Genoa), dato che, in questa stagione, è puntualmente risultato tra i peggiori in campo sia contro il Porto, che nei due derby di Coppa Italia (ma anche in quello del girone di ritorno di Campionato), passando per la doppia sfida con l’Olympique Lione e per Juventus-Roma. Però resta il fatto che «lo sciagurato Egidio» dello scorso anno è ormai solamente un lontano ricordo: ora la Roma si gode finalmente il suo Odino.

2. Dries Mertens
Ancora una volta, medaglia d’argento per il belga. Del resto, difficile non inserirlo tra i giocatori che, in questa stagione, hanno maggiormente migliorato il proprio rendimento, rispetto alla scorsa annata. Specialmente considerando quanto già scritto a riguardo, in relazione al suo secondo posto per il premio di MVP. Per una volta, sarà sufficiente citare i freddi numeri: nella stagione 2015/16, Mertens ha segnato 5 gol in 33 partite di Campionato. Non tutte di queste le ha disputate da titolare, certo: del resto, il belga lo scorso anno veniva utilizzato principalmente come primo cambio offensivo (quasi sempre di Insigne). Era considerato una sorta di arma tattica da giocare a secondo tempo inoltrato, ossia in quei momenti delle partite in cui, grazie alla sua rapidità in 1vs1, poteva mettere in crisi qualsiasi difensore meno fresco di gambe. Ad oggi, invece, parliamo del vice-capocannoniere del torneo, chiuso a quota 28 gol. Sulla sua importanza per il Napoli attuale, già si è detto tutto precedentemente. Non serve aggiungere altro.

3. Emerson Palmieri
Il fatto che su questo podio ci sia un secondo giocatore della Roma, fa capire molto dell’importanza ricoperta da Spalletti, per la crescita di tanti elementi della rosa giallorossa. In particolare, l’aver voluto premiare il terzino brasiliano (rispetto a gente come Conti, Gagliardini, Falcinelli o Sergej Milinkovi?-Savi?, che pure ci sarebbe stata benissimo, in questa particolare classifica) è dipeso dal fatto che, un anno fa, lo stesso Emerson era considerabile (ed effettivamente considerato) come una delle più classiche meteore del nostro Calcio. Pupillo di Sabatini e scarto del Palermo, il giocatore, nella sua prima stagione a Roma, non ha quasi mai trovato spazio, chiuso nel ruolo da Digne (pallino di Rudi Garcia fin dai tempi di Lille). A fine annata, il suo ritorno in Brasile era cosa scontata, considerando che era in prestito secco e che a Trigoria e dintorni nessuno si sarebbe mai nemmeno reso conto che aveva vestito la divisa giallorossa, non fosse stato per un gol a San Siro contro il Milan, figurarsi rimpiangerlo. Ed invece, l’ex-DS della Roma ha deciso di concedere una seconda possibilità al brasiliano, sborsando una cifra ad oggi facilmente bollabile come irrisoria (2 milioni di euro), ma che invece, solamente un’estate fa, aveva fatto storcere la bocca a molti. Anzi, a quei pochi che si erano accorti che questo “Carneade” brasiliano era di nuovo a Trigoria. L’infortunio di Mário Rui ha stravolto il destino di entrambi (ma con epiloghi di segno opposto) e nemmeno un suo inizio stagionale disastroso, nella doppia sfida contro il Porto (rigore procurato agli avversari all’andata, espulsione diretta rimediata al ritorno), hanno precluso anticipatamente la sua crescita professionale. Senza analizzare nel dettaglio il livello delle sue prestazioni di quest’anno, è sufficiente citare la sua recente convocazione nella Nazionale italiana: se fino ad un anno fa perfino per molti romanisti continuava a rimanere un oggetto misterioso (se non un autentico sconosciuto), oggi quello stesso giocatore sembra l’indiziato principale a ricoprire il ruolo di terzino sinistro titolare nell’Italia di Ventura, per il Mondiale che si disputerà l’anno prossimo. Purtroppo per lui il brutto infortunio di fine stagione ha rimandato il suo esordio in Azzurro a data da destinarsi. E tutti speriamo che possa tornare più forte di prima. Esattamente come ha fatto quest’anno, del resto.

Dodicesimo uomo dell’anno

1. Patrik Schick
Questo è forse il premio più scontato dell’intera pagina. Talmente ovvio, che verrebbe quasi da chiedersi perché mai un diamante simile, ricercato da mezza Serie A per bocca dello stesso Presidente (il che non è certo garanzia di obiettività e di lucidità, questo è evidente), abbia passato la stagione a fare la riserva di due giocatori (e stiamo comunque parlando di Muriel e Quagliarella, non certo gli ultimi arrivati) che, pur partendo come titolari, hanno segnato quanto lui. Per far capire un attimo le proporzioni, il colombiano ha collezionato 715 minuti (in pratica, come se fossero 8 partite intere) in più di Schick, mentre Quagliarella addirittura 1396 (sempre teoricamente, 15 partite e mezzo in più). C’è da dire che l’esplosione del centravanti ceco ha finito per condizionare, ovviamente, anche le scelte di Giampaolo: non a caso, in occasione delle ultime nove partite di Campionato, Schick è stato puntualmente schierato dal primo minuto. Del resto, prestazioni e numeri del genere erano troppo roboanti, per poter rimanere limitati ad un utilizzo da panchinaro. Comunque sia, come già detto, attualmente sembra che sull’attaccante di Praga ci siano Juventus, Inter, Napoli e Roma: ovviamente, se anche Schick finisse in una di queste squadre, difficilmente potrebbe scalzare fin da subito i vari Higuaín, Icardi, Mertens (o Milik) e Džeko di turno. Ma non se ne facesse un cruccio: con un’altra annata di questo livello, il gradino più alto per il premio di dodicesimo uomo dell’anno, anche per la stagione prossima, non glielo leva nessuno. Questo è certo.

2. Piotr Zieli?ski
Forse il giocatore che più di tanti rappresenta al meglio il concetto calcistico di sesto uomo del basket. Zieli?ski è a tutti gli effetti la prima scelta dalla panchina di Sarri, quando c’è da effettuare una sostituzione, sia di tipo conservativo che non. Può svolgere diversi compiti tattici e, non a caso, i giocatori che più spesso gli hanno lasciato il posto sono stati Allan ed Hamšík, non proprio due pariruolo. E’ stato buttato nella mischia sia in situazioni di svantaggio, che in contesti dove invece era vitale mantenere il risultato, sintomo del fatto che il polacco sappia interpretare efficacemente entrambe le fasi. Si è calato fin da subito ed alla perfezione nello scacchiere “Sarriano”, forse pure ‘troppo’, per limitarlo al ruolo di semplice riserva di lusso: del resto, in stagione vanta tante presenze da titolare, quante da subentrato a gara in corso (ed è proprio questo equilibrio che permette di considerarlo per il premio di “dodicesimo uomo”). Molte volte, il suo ingresso in campo è sembrato slegato dall’andamento del match o dall’urgenza del momento: al contrario, lo stesso Sarri ha varie volte dato l’impressione che la volontà di chiudere le gare con il polacco in campo fosse stata assunta a priori, fin da prima del fischio d’inizio ed a prescindere dal risultato. Il Jamal Crawford del Napoli, insomma.

3. Éder Citadin Martins
Una delle poche, pochissime note liete di questo finale inglorioso dell’Inter. Il suo inserimento in questa graduatoria non ha nulla a che fare con alcun principio tattico (esattamente come la squadra nerazzurra, del resto), ma si basa semplicemente sugli ottimi numeri che l’italo-brasiliano ha saputo collezionare da subentrante. Molto spesso, il suo ingresso ha restituito all’intera squadra determinazione e voglia di recuperare il risultato, in partite che sembravano oggettivamente morte (l’esempio principale è Inter-Sassuolo), con la semplice propria forza di volontà. Ed un aspetto come quest’ultimo non è quasi mai passato inosservato, specialmente considerando l’anemia e la sufficienza di cui sono stati additati, molto spesso, gli altri elementi del reparto offensivo nerazzurro.

Esordiente dell’anno

1. Franck Yannick Kessié
Il suo approccio alla Serie A è stato semplicemente devastante. Fisicamente di un’altra categoria, in tutto il girone di andata è sembrato immarcabile per qualsiasi tipo di avversario. Spesso, la sua esuberanza atletica lo ha portato a nascondere sotto il tappeto i suoi indubbi limiti tecnici e tattici, ma non c’è il minimo dubbio che, per parecchi mesi, sia stato il trascinatore emotivo di una squadra che ha compiuto un mezzo miracolo sportivo. Il finale di stagione, obiettivamente, non è stato sulla falsariga del principio, ma questo premio non può non spettare ad un giocatore che un anno fa giocava in Serie B, mentre ora pare sul punto di trasferirsi al Milan per 32 milioni di euro. Ovviamente, il fatto che molti suoi compagni all’Atalanta non possano essere nominati, perché già con sparute presenze in Campionato nelle precedenti stagioni (Caldara, Conti e Gagliardini avevano già tutti esordito in Serie A, negli anni recenti), ha reso più facile questa scelta.

2. Federico Fazio
Arrivato a Roma come uno scarto di Siviglia e Tottenham, ma come riserva di Vermaelen (a sua volta scarto e, soprattutto, a sua volta riserva di Man?las e Rüdiger), in breve tempo ha assunto i gradi di Comandante della difesa giallorossa. La sua esperienza e la sua intelligenza calcistica hanno portato Spalletti a rimodulare il reparto arretrato giallorosso, passando ad una difesa a tre che rispolverasse l’argentino nel ruolo di libero semi-puro. La sua pulizia tecnica lo ha reso di fatto il vero regista arretrato della manovra romanista, mentre la superiorità tattica gli ha permesso di salvare molte volte la squadra dalle sbavature dei singoli: in particolare, la capacità che ha maggiormente dimostrato è stata, prima ancora della predominanza nelle palle aeree, l’abilità nelle letture, grazie alla quale si è spesso ritrovato ad anticipare gli eventi. Nel finale di stagione, per la verità, ha macchiato la propria annata con alcune prestazioni sotto tono. Tuttavia, ciò non gli ha impedito di conquistare, solo pochi giorni fa, la convocazione con la Nazionale argentina: la sua ultima chiamata nell’Albiceleste era datata 2014. Del resto, tutti gli eserciti, anche quelli composti da alcuni dei migliori soldati del Mondo, hanno bisogno di un proprio Comandante.

3. Dani Alves
La sua stagione è andata completamente in direzione opposta a quella di Fazio: arrivato alla Juventus con rulli di tamburi e squilli di trombe, il suo inizio in campionato era stato tutto, fuorché esaltante: Allegri spesso gli ha preferito Lichtsteiner ed il brasiliano sembrava un giocatore ormai sul viale del tramonto bello imboccato, giunto a Torino per cercare nuovi stimoli, ma con la testa e le gambe ormai in pensione. Invece, mano a mano, la sua esperienza lo ha aiutato ad inserirsi nei meccanismi bianconeri, fino al definitivo cambio di modulo, avvenuto in seguito alla sconfitta di Firenze. Da lì in poi, il giocatore ammirato per anni a Barcellona è sembrato improvvisamente rifiorire, specialmente nei palcoscenici più importanti (in Champions e nelle partite di cartello). Che tecnicamente fosse di un altro pianeta, rispetto a ciò che propone la Serie A attuale, era quasi banale sottolinearlo. Che riuscisse ad evidenziare ancora una tale freschezza atletica, invece, era tutto fuorché scontato. Non inserirlo nel podio sarebbe stato sacrilego, non si offendano i tifosi milanisti (giustamente) innamorati di Deulofeu, oppure coloro che, con altrettanto validissime ragione, avrebbero preferito l’inserimento del già decantato Schick.

Giocatore maggiormente peggiorato:

1. Bruno Peres
Quando è sbarcato alla Roma un estate fa, Bruno Peres veniva da molti indicato come l’erede più naturale di Maicon (e la scelta dello stesso numero di maglia, il 13, ha aiutato una tale spudorata fantasia), che solamente un paio di mesi prima aveva detto addio alla Roma ed al Calcio in generale (perlomeno quello giocato ad alti livelli). Il suo arrivo sembrava l’unico raggio di sole in una sessione di mercato per il resto cupa e priva di spunti interessanti: gli innesti di Mário Rui e Paredes erano vissuti come “semplici” palliativi per le partenze di Digne e Pjani?, mentre gli acquisti di Fazio e Vermaelen non entusiasmavano affatto (e per quanto riguarda il belga, anche a ragione, parlando a posteriori). Ed invece, Bruno Peres ha tradito ogni aspettativa nei suoi confronti, finendo pian piano con l’essere emarginato dall’undici titolare della Roma, nonostante l’infortunio grave di Florenzi (che inizialmente gli aveva concesso maggior spazio) e l’assenza totale di altri interpreti effettivi del ruolo: basti pensare che Spalletti, nella seconda parte di stagione, ha preferito adattare Rüdiger a destra, con tutti i limiti in fase di spinta che ne sono derivati, pur di non schierare più il brasiliano. Lo stesso giocatore che, nelle precedenti due stagioni, con la maglia del Torino aveva devastato le fasce dei campi di mezza Italia.

2. Nikola Maksimovi?
Non stupisce che anche il secondo posto della graduatoria sia occupato da un giocatore strappato a peso d’oro dalla costosissima bottega granata. Tanti i calciatori che, una volta abbandonato il nido del Torino, faticano a mantenere gli stessi standard di rendimento. Gli esempi sono vari: se l’approccio di Darmian al Manchester United era stato sorprendente, pian piano la parabola ha cominciato ad inclinarsi, anche se la sua finale di Europa League da titolare se l’è comunque fatta. Immobile, invece, a Dortmund e Siviglia ha capito fin da subito di essere un corpo estraneo (salvo pochissimi spunti), tanto da decidere di tornare nuovamente nella culla granata. La sua più che ottima stagione alla Lazio ha finalmente sfatato il taboo. Ma senza dimenticare Cerci, persosi fra Atlético Madrid, Genoa e Milan, oppure D’Ambrosio, protagonista di stagioni non certo esaltanti all’Inter. Purtroppo per Sarri, Maksimovi? non ha fatto altro che proseguire questa ormai radicata tradizione. Le sue misere sette presenze da titolare di quest’anno sono uno schiaffo in faccia ai 25 milioni spesi per portarlo al Napoli.

3. Leonardo Pavoletti
Il peggioramento stagionale di Pavoletti è essenzialmente circoscritto ai soli numeri: lo scorso anno, con i suoi 14 gol in campionato, in molti auspicavano/paventavano a gran voce addirittura una sua convocazione all’Europeo che si sarebbe disputato in estate. Quest’anno, dopo soli tre gol ed un girone di ritorno passato a veder gli altri giocare, l’unico obiettivo del Napoli è diventato quello di venderlo provando a minimizzare la minusvalenza. La verità è che lo stesso Pavoletti ha avuto la sfortuna di capitare nel posto peggiore nel momento sbagliato. In una squadra dove perfino Milik finisce con l’essere una riserva di lusso, che il suo minutaggio potesse crollare era un’ipotesi da prendere seriamente in conto. Specialmente considerando che l’ex-attaccante di Genoa e Sassuolo, per giunta, con il sistema di gioco “Sarriano”, c’entra poco e nulla. Forse, la scelta era stata sbagliata a monte: il Napoli poteva davvero permettersi di spendere 16 milioni per uno specialista d’area di rigore, che occupa solo le zone centrali del campo, possibilmente negli ultimi 15 metri, che detesta toccare il pallone, se non di prima per il tiro, che non sa dialogare nello stretto e che fa fatica perfino a controllare la sfera, figurarsi a giocare di sponda? Del resto, i partenopei amano giocare centralmente tra i reparti, portando intorno al pallone tanti uomini capaci di creare strettissime reti di passaggi di prima, per poi sfruttare il movimento improvviso ad elastico verso l’esterno dei vari Callejon, Mertens, Zieli?ski. Ecco, in questo meccanismo collaudato, Pavoletti ha lo stesso diritto di cittadinanza che avrebbero avuto Toni o Lucarelli. Del resto, si sta pur sempre parlando di una squadra abituata (proprio per filosofia, non per mancanza di soluzioni alternative) a risalire il campo palla al piede, tramite l’alternanza gioco corto/gioco lungo e senza saltare nemmeno una linea di posizione, se non quella difensiva, in caso di pressing alto degli avversari. Ma anche in queste ultime situazioni, i «long lob pass» di Reina hanno finalità molto diverse dal classico rilancio a spazzare di un portiere: in genere, sono proprio rivolti a cercare la mezzala che si allarga sulla corsia. Pavoletti, dal canto suo, sa tenere molto bene la sfera, verissimo, ma è alquanto goffo nel smistarla, ha bisogno di un compagno in costante aiuto che accorci sulla seconda palla e, spesso e volentieri, perde più di un tempo di gioco, prima di capire come sbarazzarsene. In definitiva, più che parlare di giocatore peggiorato, forse sarebbe maggiormente corretto sottolineare come sia semplicemente finito in un contesto tattico che, più che esaltarne le indubbie qualità, ha finito per accentuare troppo quelli che sono e restano i suoi difetti tecnici.