Mollala, lurido: storie di pelota e dintorni

Memorie di un mondo ormai scomparso che però vive ancora, sebbene sempre più sbiadito, nei ricordi di molte persone

«Txicuri… si, che perdi.»

Emilio era alla sua prima uscita allo sferisterio di via Palermo, e non era iniziata troppo bene. Io alla quarta o quinta.

Aveva perso l’accoppiata a causa di un maldestro errore di Txicuri che non aveva saputo controbattere con efficacia a una bordata da fondo campo di Anduaga, un tipo alto, con certi baffi, che sapeva il fatto suo.

La pelota, o jai-alai, era molto popolare a quei tempi. Nei fine settimana si registravano oltre mille spettatori.

Lo sferisterio di Via Palermo era un posto speciale, unico nel suo genere. Non solo perché era un posto in cui gente basca veniva a Milano per giocare, professionalmente, a un gioco basco.

Malavitosi di mezza tacca mischiati a giovani studentelli dal futuro incerto, professionisti di ogni genere, pensionati, scommettitori accaniti. Tutti a seguire col fiato sospeso una palla di caucciù lanciata a oltre 200 chilometri orari contro un muro dipinto di verde. Si trepidava per i suoi rimbalzi protetti da una rete di metallo, urlando di tutto.

Si studia il programma della gara successiva, per cercare di recuperare.

Di fianco a noi un signore di mezza età, con i capelli neri come la pece, tutti impomatati.

«Non faccio per vantarmi, ma io, non dico tutte le sere, ma sei sere su sette, è da oltre trent’anni che vengo alla pelota. Sin dai tempi del Kursaal Diana in Porta Venezia.»

Ci guardammo sconcertati. Per quanto fosse a tratti eccitante, la pelota per noi era una roba da ultima spiaggia della sfiga, persino per me, che col demone intrattenevo relazioni pericolose.

Un posto da andarci una volta ogni tanto, per confondersi in quella massa eterogenea e strepitante, trasudante afrori di Braulio e nicotina di seconda mano. Più in sintonia con l’Italia di qualche anno prima che con la Milano da bere ma a quest’ultima in qualche modo agganciato, anche se in territori di zozza retrovia.

Per la verità, qualcuno giurava di aver visto persino Craxi e i suoi aggirarsi presso gli sportelli del totalizzatore. Probabilmente era una leggenda, ma in effetti il gotha del partito socialista dell’epoca era solito cenare in un ristorante della zona, Al Matarel, che dopo tanti anni è ancora al suo posto, pronto a servire il miglior ossobuco di Milano.

«La prossima la vince Larrea» sentenziò infine, prima di sparire.

Seguimmo la dritta, giocando diverse combinazioni con Larrea vincente. Faceva coppia con Uriondo. La maggior parte delle gare erano a coppie. Quella era un Trizeta Atomica Mixta, una sorta di tutti contro tutti cui partecipavano sei coppie, tra cui i temibili Mendieta e Oleaga col numero cinque.

Il nostro alfiere vestiva una maglietta verde con il numero tre. Ci sentivamo quasi furbi, io, a dire la verità, che avevo superato ben altro battesimo del fuoco, molto meno.

All’inizio sembra mettersi bene. Garmendia batte corto e Larrea può chiudere il punto con un colpo angolato.

Il nostro problema era Quinito, che sembrava indiavolato. Un piccoletto panciuto, quasi ridicolo a vedersi. La palla però schizzava velenosa dal suo braccio che pareva un tutt’uno con la cesta, una sorta di racchetta concava realizzata in vimini.

«Mollala Quinito, lurido…»

Non lo farà, non questa volta.

«E c’est fini!» urlò a fine partita un giovane corpulento con la voce da eunuco seguito da un codazzo di ragazzini.

Ricordo che lo osservammo quasi con invidia, pensando il peggio di lui.

Emilio non era uno scommettitore, mancava completamente di marciapiede. Probabilmente pensava a come avrebbe potuto spendere meglio quei soldi.

Verso l’uscita incontrammo nuovamente il tizio impomatato. A osservalo bene, aveva un’aria decisamente dimessa. O forse era la nuova, almeno ai nostri occhi, aura da perdente a rendere quei vecchi mocassini ancora più consunti e scassati. A volte l’abito fa il monaco.

Fuori c’era un altro mondo ad attenderci. A quei tempi andava forte il Caffè Roma di via Ancona, che si trovava a due passi.

Lì non avremmo trovato mocassini scassati o giacchette fuori moda della UPIM ma un esercito di giovanotti in blazer blu e ragazze vestite come principesse. Alcune si diceva che lo fossero davvero. Erano i rampolli della Milano bene, figli di professionisti o industriali i cui nomi stavano in bella vista sugli scaffali dei supermercati o sui cartelli esposti fuori dai grandi cantieri. Collegio San Carlo per i maschi, Collegio delle fanciulle per le femmine. Poi Bocconi, insomma cose del genere. Certo, qualcuno che andava all’estero a studiare c’era già ma non come adesso. Credo sia stata l’ultima generazione di ricchi milanesi non ancora del tutto globalizzata.

Il mio amico ci sguazzava lì dentro, per me invece era una tortura cui mi sottoponevo rare volte.

Senza Emilio non sarei mai entrato. Era davvero un’impresa. Pregavo perché il buttafuori non accettasse i nostri documenti in pegno per farci entrare a dare un’occhiata. Ma il colpo passava quasi sempre. Ancora oggi non saprei dire per quale motivo.

Run, run, run to me
Come back and stay this time…

La pista da ballo era striminzita, in ogni caso me ne stavo alla larga.

Quasi mi mancava l’aria, che provavo a iniettarmi nelle vene sotto forma di Cuba libre. Speravo sempre che finisse il prima possibile, ma non volevo fare il guastafeste.

Allora pensavo che la mia precoce iniziazione al mondo del gioco fosse la ragione di quel mio trovarmi a disagio in contesti in cui altri invece stavano benone. Oggi so che il parterre di San Siro semmai fu un effetto, non certo la causa.

Lo sferisterio di Via Palermo 10 ha chiuso i battenti il 31 maggio del 1997. Ma credo che il periodo d’oro fosse finito già da qualche anno, per me da molto prima.

Gli eroi della pelota hanno lasciato la città, ma non tutti. C’è Sabino ad esempio, uno forte alla sua epoca, che ha aperto un ristorante. Molto probabilmente se siete di Milano almeno una volta vi avrete cenato. Il nome? E’ facile …