Paul George, Jimmy Butler e gli altri: Western Conference sempre più padrona

Dopo il dominio di Golden State continua il passaggio di stelle dall'Atlantico al Pacifico: Western Conference sempre più forte, si indebolisce la Eastern

Il motivo per cui i Golden State Warriors possono essere considerati una delle squadre più forti di tutti i tempi non riguarda strettamente solo il parquet. Il loro modo di arrivare al secondo titolo in tre anni, aggiungere una superstar a un gruppo che già ne comprendeva tre, ha rivoluzionato anche il modo di pensare a come costruire una squadra competitiva per il titolo. Hanno innescato una rivoluzione che insieme al nuovo salary cap sta rivoluzionando la geografia della Nba e contestualmente dando sempre più potere ai giocatori, che decidono cosa guadagnare (in termini economici) e a cosa rinunciare (anche in termini economici, ma soprattutto in termini tecnici decidendo di andare a giocare con altre stelle) in una strada che prima o poi la Lega deciderà di sbarrare.

Il motivo è semplice. Se il tutto fu innescato da LeBron James col suo trasloco di talenti da Cleveland a Miami nel 2010, aprendo un percorso filosoficamente fino a quel momento inesplorato (nessuna superstar fino a quel momento aveva mai lasciato la franchigia che doveva trasformare in dinastia nel momento di massimo splendore della carriera), la direzione presa dai Warriors e seguita dalle altre squadre è questa: trasformare un team in un superteam. E partendo da questo presupposto, ci vogliono almeno due stelle assolute, ma tre sarebbe meglio, per provare a vincere l’anello. La conseguenza è di queste settimane. Chris Paul è andato ai Rockets per giocare con James Harden. Jimmy Butler ha lasciato Chicago per giocare insieme a Wiggins e Towns. Paul George ha lasciato Indiana per raggiungere Russell Westbrook ai Thunder e lo stesso percorso da New York lo ha fatto Carmelo Anthony. Se escludiamo il primo, già residente nella Western Conference, gli altri tre colpi trasportano due talenti assoluti dall’Atlantico al Pacifico. Il che porta due conseguenze specifiche.

La prima è tecnica e verrà discussa abbondantementenel corso della stagione. La geografia della Nba e i rapporti di forza cambiano completamente, costringendo anche le potenze dell’Est ad adeguarsi, vedi lo scambio tra Irving e Thomas che ha coinvolto Cavs e Celtics, due franchigie che forse non si sono rinforzate per vincere subito ma hanno cercato di aggiungere profondità e alternative al loro futuro a medio termine. La seconda è altrettanto geografica ma riguarda una legge di mercato universale e non relativa soltanto al basket e allo sport. Quando un sistema ciclico come quello del basket americano, che con il draft e la free agency ha l’obiettivo di livellare i rapporti di forza per rendere a turno più competitive più squadre possibili, inizia a diventare un senso unico, siamo di fronte a una rivoluzione. I giocatori più che il management hanno il potere di scegliere il proprio futuro ed è logico che i più forti vogliano andare dove hanno più possibilità di vincere. Ovvero nella Western Conference, che era già di gran lungo lo scorso anno più competitiva della Eastern Conference e il divario è destinato ad aumentare enormemente nella stagione che sta per cominciare.

E’ una sorta di recessione, di cui parlammo anche la scorsa estate in relazione alla serie A, perché chi ha più asset, chi è più ricco, chi è inserito in un mercato più competitivo può aumentare il volume dei propri affari, aumentando le distanze con chi per motivi diversi non può permetterselo (notizia recente è che nonostante i contratti televisivi in ascesa 12 proprietari su 30 nel 2016-17 hanno perso soldi con le proprie franchigie). La nuova stagione Nba vedrà Warriors, Rockets, Thunder, Spurs, anche Wolves, darsele di santa ragione in una Western Conference che probabilmente per competitività e volume di talento raggiunge i massimi livelli di tutti i tempi (e che nell’estate 2018 potrebbe essere di nuovo sottoposta a cambiamenti estremi, visto che George ha firmato per un solo anno e sul mercato ci sarà anche LBJ). E lascia impoverita una Eastern Conference dove i Cavs erano già padroni ma dove è difficile per tanti motivi scegliere di andare a giocare, con i Celtics che sono più solidi e forse pronti per le Finals ma non competitivi in assoluto per il titolo. Di sicuro al momento scompaiono dalla cartina i Bulls, smembrati nel loro assetto anche dall’addio di Wade, e i Pacers che senza George hanno un futuro indecifrabile. Due squadre da playoff che perdono praticamente in cambio di niente due giocatori franchigia. New York da tempo non è tra le squadre più competitive a Est ma la partenza di Carmelo Anthony ne accelera il processo di ricostruzione, non necessariamente il livello qualitativo in questo stagione. L’eccitazione generata dalla Western Conference è direttamente proporzionale a un appiattimento della Eastern che non farà bene soprattutto ai playoff.

Per questo la rivoluzione è solo all’inizio. La Nba, che ciclicamente vede alternarsi potenze a Ovest e a Est, non è mai stata di fronte a uno scenario così sbilanciato. E se è difficile intervenire in maniera naturale su un meccanismo complesso come la gestione del salary cap e della free agency in una fase in cui il controllo è sempre più nelle mani dei giocatori, è possibile che la strada percorsa sarà un’altra. Si parla da tempo di modificare la struttura del torneo. Alcuni ipotizzavano l’abolizione delle Conference, ma non succederà per motivi di calendario (squadre più vicine geograficamente giocano più partite tra di loro durante la regular season, e 82 partite di stagione regolare non verranno zavorrate con viaggi più lunghi visto che il problema degli infortuni è sentito come prioritario negli uffici della Lega). E’ possibile che invece vengano modificati i playoff. Non più le otto migliori squadre delle due Conference a darsi battaglia fino alle Finals, ma accesso garantito alle sedici con il migliore record stagionale, non importa a quale Conference appartengano. Sarebbe la soluzione più giusta e permetterebbe di arrivare in fondo anche a due squadre della stessa Conference, garantendo uno spettacolo più equilibrato anche in finale. Sarebbe appunto una rivoluzione culturale senza precedenti. Ma è una fase di cambiamento che, dopo essere stata assecondata, deve necessariamente essere valorizzata.