
Certo che gli ultimi due anni si sono divertiti a toglierci tanti di quei nomi che ci avevano fatto divertire tra gli Ottanta e i Novanta. Paolo Rossi. Maradona. Mihajlovic. Adesso Gianluca Vialli. Tanto per non farsi mancare niente si sono presi anche quello che per primo aveva fatto divertire tutti. Pelé, talmente grande da rendere impossibile anche scrivere qualcosa che non fosse banale. Come se poi certe annate, il 2020, il 2022, il 2023 che praticamente nemmeno è iniziato, fossero dotate di volontà propria e di un carattere dispettoso, come le divinità omeriche, invece di essere semplicemente quello che sono, ovvero convenzioni numeriche applicate al tempo affinché noi all’interno di quel tempo possiamo districarci. E’ il tempo che toglie gli uomini agli uomini, non gli anni. Ma in certi giorni è più difficile accettarlo.
Ecco, giusto un piccolo omaggio alla memoria che nelle ultime settimane è stata consumata e scavata come una saponetta a forza di andare a rigirarla tra le mani per ritrovare un po’ dell’aroma che quei grandi giocatori avevano contribuito a creare. Con la Juve che giusto l’altra sera era sul campo della Cremonese, nella patria genetliaca e calcistica di Vialli, un posto dove praticamente non era quasi mai tornata da quando Vialli se ne era andato, a ricordare quella rovesciata dell’ottobre 1994 che fece citare a tutti quel vecchio detto, nessuno è profeta in patria ma Vialli sì. Forse anche con più convinzione visto il peggioramento delle sue condizioni di salute, ma è comunque suggestivo che quella sia stata probabilmente l’ultima partita di cui avrà avuto memoria. C’è un senso di sorda ripetitività nello scorrere i nomi che se ne vanno e vederli abbinati al loro curriculum, ai successi, alle coppe, ai campionati e anche alle sconfitte. Ovviamente c’è il senso di smarrimento che prende quando se ne vanno a un’età in cui non se ne dovrebbero andare e certamente per Rossi, Maradona, Mihajlovic, Vialli quel momento è arrivato molto prima di Pelé e questo aumenta quel senso di ingiustizia che si prova a vedersi privati di una parte formidabile di passato che ancora, più o meno frequentemente, più o meno intensamente, poteva essere trasformato in presente. Ci sono davvero, i nostri campioni preferiti, nel momento in cui smettono di giocare? Quanto tempo è che non esisteva più Pelé, anche se Pelé era ancora vivo? Se tu diventi un commentatore televisivo, un team manager della nazionale, un allenatore, ci sei ancora anche se in forme diverse, ma in un certo senso non ci sei più perché i ricordi che hai creato formano una dimensione tangibile spesso molto più concreta rispetto a quella che stai vivendo.
Ma poi torniamo sempre a fare i conti con il fatto che finendo gli uomini che li avevano percorsi e costruiti, finiscono anche gli anni in cui quegli uomini sono incastonati prima che il tempo, che non è brutto e non è bello ma fa solo il suo lavoro indipendentemente dalla fama di chi si porta via, facesse finire loro. E’ una casualità temporale racchiusa in circa ventiquattro mesi il fatto che non ci siano più quattro uomini che avevano fatto iniziare e finire gli anni Ottanta e Novanta, inaugurati da Paolo Rossi con la tripletta al Brasile, resi immortali da Maradona con il mondiale in Messico e gli scudetti al Napoli e poi tradotti in modernità di fine millennio da Mihajlovic e Vialli. Tutti protagonisti di un’epoca che ricordiamo con più affetto delle altre, un po’ perché il passato ci sembra sempre più bello e un po’ perché quello lo era sul serio, dal punto di vista non solo sportivo, almeno in Italia. Il calcio migliore, i giocatori migliori. Trenta o quaranta anni dopo è troppo presto per andarsene, ma è comunque un segnale inequivocabile del fatto che la direzione è quella ed è irreversibile, i ricordi resteranno sempre ma gli uomini che quei ricordi li hanno fabbricati saranno sempre meno. Ci mancano Paolo Rossi, Maradona, Mihajlovic, Pelé e Vialli per quello che sono stati quasi allo stesso livello di ciò che hanno rappresentato. Una parte della nostra vita, spesso la migliore. A molti piace immaginarli tutti insieme lassù, in alto, chissà poi perché, in un’altra convenzione che diamo per acquisita senza mai analizzarla. Potrebbe essere che invece se ne stanno quaggiù, in basso, al centro esatto della terra, proprio in mezzo a quella sfera tonda come un pallone che è identica esteticamente a quella con cui sono diventati indimenticabili.




