Dai sorrisi di Allegri ai “vaffa” di Sarri, il magico mondo delle conferenze stampa

Sarri, Allegri, Spalletti, Inzaghi e Di Francesco, ovvero gli allenatori delle prime cinque squadre del campionato. Ognuno ha il proprio linguaggio, il proprio stile, le proprie manie.

Il calcio italiano è quello sport in cui si gioca in undici, le squadre sono venti e alla fine vince sempre la Juventus.

Ed è anche quello che quando un allenatore si presenta in conferenza stampa nel post-partita, bene o male sai sempre cosa ti aspetta. Stereotipi imbarazzati e imbarazzanti, talvolta arrugginiti, materiale che raramente aggiunge e spesso toglie al fascino del nostro calcio. Prendiamo i primi cinque.

Max Allegri: sorriso puntuale stampato sulle labbra, 64 denti forse in onore del cognome. La verve toscana fa da filo conduttore, l’ironia tracima nel sarcasmo solo nelle rare occasioni in cui la Juventus perde o non vince. Per il resto non si tira indietro anche quando viene sollecitato su temi scomodi. Andrà testato se e quando perderà uno scudetto ma va detto che dopo le Champions svanite in finale ha mantenuto un dignitoso contegno. Anche se a Cardiff quel sorriso è sembrato virare sulla paresi, mentre Dani Alves passava sullo sfondo.

Eusebio Di Francesco: non ha il carisma dei grandi, non l’avrà mai. Parla un italiano fluente, non manca mai di rispetto verso i giornalisti, è il vicino di casa a cui chiedere un litro di latte senza correre il rischio di essere mandato a quel paese. Non riporta la chiesa al centro del villaggio, non parla di “tacco e punta”, non fa ‘revolucion’ ma una buona parola non manca mai. Quando per la Roma le cose si sono messe male ha incassato con signorilità ma il sospetto è che si sia annotato le critiche particolarmente velenose. Teme intimamente di essere considerato provinciale e inadeguato, le sue scarpe in questi giorni sono piene di sassi (Jovanotti in dissolvenza).

Luciano Spalletti: alla Pinetina, disintossicato dai veleni di Trigoria, ha resistito qualche mese e poi è tornato a duellare con i giornalisti locali. Ipotizzando complotti mediatici, trame sotterranee, lobby ebraiche. Come suo solito difende la squadra a oltranza, salvo affondare qualche colpo random (“non abbiamo qualità, il Napoli sì). Pause teatrali, sguardo fulminante, sorriso da Papa Wojtyla che in un attimo diventa il ghigno di Jack Nicholson. Le sue conferenze stampa non sono mai banali, diverse volte quest’anno sono state più divertenti delle partite dell’Inter. Un fuoriclasse della Comunicazione, a parte quando esagera e scollina nella più banale dietrologia.

Simone Inzaghi: si sta dimostrando uno dei migliori allenatori italiani in circolazione, la Lazio gioca a memoria, corta, il suo calcio è efficace, godibile, moderno. In conferenza stampa può fare meglio perché se è vero che i biancocelesti quest’anno vantano un credito rilevante con la Var e il mondo arbitrale in genere, è altrettanto vero che quasi mai l’abbiamo sentito ammettere la sconfitta e/o riconoscere il valore degli avversari. Gli episodi remano puntualmente contro, le immagini non sono chiare, la Lazio doveva raccogliere di più, i ragazzi meritano maggiore considerazione, ecc. Lo preferiamo sul campo, perché fuori sappiamo già cosa dirà.

Maurizio Sarri: terzo toscano della classifica, è il più burbero, il più volgare, il meno politicamente corretto oltre che il meno educato. La faccia è quella di uno che ti sta facendo un favore, mentre sta davanti a una telecamera invece di lavorare sulla diagonale di Mario Rui. Il suo calcio prevede due tocchi, il suo eloquio cinque parole in croce. Tra un cazzo, un vaffanculo e un coglione. Ed è un vero peccato perché il personaggio ispira simpatia ed è un maestro di calcio: ritrovarsi a parlare di calendario avverso, manto erboso inadeguato e configurazioni astrali negative non rende giustizia a lui e al suo fantastico Napoli.

Foto Ufficio Stampa SSC Napoli