Punti di vista: una partita di basket raccontata dal parquet

Vivere una partita di basket dalle diverse prospettive. Tipo quella del parquet di un palasport. Quarto episodio dopo il pallone, la paletta dei falli e l’obiettivo fotografico.

Basket Punti di vista il parquet. Vivere una partita di basket dalle diverse prospettive. Tipo quella del parquet di un palasport. Quarto episodio dopo il pallone, il vero protagonista dei 40 minuti, la paletta dei fallil’obiettivo fotografico.

Buio e silenzio. Solo un tam tam ritmato, martelli di gomma sul mio lucido mosaico simillegno, un battito vitale che si riaccende la domenica.

Il mio cuore, l’ho scoperto da uno strano adesivo appiccicato su di me come una seconda pelle, pulsa al Murof o forse Forum.

Li riconosco, una cadenza strana, ogni due settimane, qualche volta mi sorprendono anticipando, qualche volta li aspetto quasi come una madre in ansia.

Tutto comincia con uno strano brusìo, un solletico di vibrazioni che scuote il mio torpore. E poi, via alla festa. Mandrie di piedi che sorreggono giganti o giù di lì mi invadono tumultuose. Cominciano a girare in circolo, due cerchi vicini a disegnare un senso di infinito, rispettosi l’uno dell’altro, che non si invadono mai.

Vanno avanti per interi minuti, un minuetto strano, due piste da circo nelle quali le attrazioni sembrano esprimersi al massimo. Dopo un attimo di pausa, il gioco cambia.

Il peso si distribuisce irregolare su di me, si concentra convulso in un punto, poi vibra di movimento e vola verso un altro buco nero di energia, diametralmente opposto. Si continua così, senza molte variazioni. Sciami di piedi si rincorrono come in una danza dalla coreografia rigorosa.

Conosco a memoria gli schemi, ormai: vedo i piedi da sotto in su e so già dove si sposteranno, come in un corso di tango per corrispondenza. Potrei fischiare infrazione di passi prima che una sottile vibrazione e il ritrarsi stanco e deluso di piedi carichi di sensi di colpa mi faccia intuire l’intervento arbitrale.

Qualche volta mi arriva contro il tonfo sordo di un corpo sbilanciato da un attimo di distrazione o da eccessive attenzioni altrui e non mi piace. E’ una sensazione di estraneità, come se percepissi il dolore di chi mi opprime, come se accettassi tutto quel peso solo concentrato nelle due estremità alle quali riconosco dignità di comunicazione con il sottoscritto.

C’è sempre una mano gentile che, dopo queste sofferte intrusioni, mi accarezza morbida e rapidissima, pronta a ritrarsi quando le squadriglie di piedi si ripresentano, ostinate e aggressive. Poi c’è un momento in cui tutto finisce. Le frotte di piedi si ritirano, il brusio mi accompagna, spietato, verso il buio e il silenzio.

Ma ho imparato a conservare il ricordo di un istante che mi riscalda e mi anima nell’attesa del nuovo rullo di tamburi. Non succede sempre.

Ma qualche volta alla fine, prima di andare via, una tribù di piedi si ferma esattamente al centro del mio rettangolo e sta lì un po’, saltellante, trasmettendomi un’energia positiva che sento vibrare intorno, come se venisse da tutto il Palazzo.

Mi piace quando finisce così.

Credo che sia quello che voi piedi di gomma chiamate vittoria.