
Basket pallone. Vivere una partita di basket dalle diverse prospettive. Tipo quella di un pallone, il vero protagonista dei 40 minuti. Dopo quella dell’obiettivo fotografico.
E’ sempre così, all’inizio. Colori che si mescolano a suoni, l’aria che mi accarezza mentre salgo verso le luci e le poltroncine viola e poi rallento, rallento, un attimo di stop prima di scendere, sempre ruotando come un pianeta in tilt.
Mani che mi aspettano, mani sempre più grandi, corpi colorati spuntati come a grappolo da un lucido humus di legno, il fondo dell’abisso nel quale sto precipitando.
Due mani vincono e mi afferrano, salde e soddisfatte, poi diventano una e questa mano mi spinge verso il basso, mi sbatte ostinata per terra come per cacciarmi via ma poi mi riprende, ansiosa, per lanciarmi verso altre due mani che sono lì solo per me, da sempre.
Mi perdo tra l’ingordigia delle mani e il sudore di maglie variopinte sulle quali inciampo, a volte, e sento sotto di loro pulsare muscoli intenti al loro onestissimo lavoro. Rimbalzo da una parte all’altra del campo, inesorabilmente, senza tregua.
Una condanna affascinante che ha il sapore di una beffa, la mia perfetta sfericità parente di viaggiatori dell’universo confinata in un rettangolo fatto di applausi e di striscioni.
Entro ed esco da canestri di misura, decisivi, di forza, pesanti, di fortuna, disperati.
Passo indenne tra bombe, disegno un morbido gancio-cielo, trattengo il fiato quando è aria di schiacciata. E poi arriva sempre, ogni partita. D’improvviso l’aria vibra di tensione, visi contratti intorno, mani che non vedono l’ora di liberarsi di te e di riafferrarti.
E due di queste mani, le più sicure, le più decise ed incoscienti ti tirano sopra le teste di tutti e dopo un attimo ti lanciano delicatamente, gommoso piccione viaggiatore con un unico messaggio ENTRA, ENTRA, ENTRA… e lì inizia il viaggio, il più bello, sempre lo stesso, unico.
Come in un cartoon giapponese, il tempo dilatato quanto basta per vedere la retina che mi aspetta all’orizzonte. Espressioni di speranza e di timore che si alternano sotto di me. Flash del coach contratto a bordo campo, la panchina in piedi e poi il pubblico.
Un’istantanea di facce appassionate, incazzate, già esultanti. Pugni e bandiere a mezz’aria, un esercito di occhi calamitati che mi attraggono irresistibilmente verso il canestro della vittoria.
Si, è lei, la retina. Mi accoglie morbida mentre passo indenne il ferro come un leone in un cerchio di fuoco. Ciuff.
Forse non potreste giocare senza di me. Sicuramente non mi piacerebbe farlo senza tutti voi.






