Punti di vista: una partita di basket raccontata dalla paletta dei falli

Il racconto di una partita di basket dalla prospettiva della paletta dei falli. Non trascuratela, può decidere l'esito dei 40 minuti.

Vivere una partita di basket dalle diverse prospettive. Tipo quella della paletta dei falli. Terzo episodio dopo il pallone, il vero protagonista dei 40 minuti, e l’obiettivo fotografico.

 

Di solito conto i fischi dell’arbitro, a occhi chiusi.

Le prime partite tentavo di sbirciare cosa succedesse da quella posizione impossibile, così riversa sul tavolo dei giudici e mi veniva un gran mal di testa, tutto quel turbinio obliquo di facce e maglie. Invece ora aspetto, paziente.

A sedici fischi mi preparo e di lì a poco riacquisto la mia posizione eretta. La paletta rossa dei falli, questo è il mio nome in gergo. La prima cosa che guardo quando mi rimettono in piedi è da che parte sia capitata.

Adoro essere vicina ai miei beniamini, sentirne il respiro fremente quando si siedono vicino a me aspettando il cambio, sbirciare smorfie e schemi nei time-out, vibrare agli urli del mio coach e spiare le espressioni attente del suo assistente.

Il primo tempo incito l’attacco, nel secondo mi schiero con la difesa.

Se emergo di fronte alla panchina avversaria mi identifico immediatamente in tutti gli eroi di spionaggio e, novella Mata Hari, cerco di carpire segreti e tattiche, mosse e contromosse.

Osservo le facce dei giocatori in panchina e, come un negativo di fotografia, gioisco quando sono delusi o arrabbiati e mi preoccupo quando esultano. La partita mi scorre di lato, come in un cinema progettato da architetti un po’ distratti.

Domenica scorsa, per esempio, vibravo di una tensione diffusa che deve aver pagato il biglietto di parterre per entrare, tanto era tangibile e smisurata.

Appena in piedi, ho aperto gli occhi incrociando lo sguardo di un bicipite della mia ala, lucido come la sua testa e determinato come le sue mani.

L’ho capito subito come sarebbe andata a finire. Un bicipite come quello sa il fatto suo, e anche quegli altri, magnifici, da capitano che lo hanno seguito non erano da meno.

Abbiamo lottato e sofferto, arrampicandoci sui punti di distacco, scavalcando fischi arbitrali ostili, aggirando sfortuna, tristezza e malafede.

Mancava solo la doppia gabbia e lo steccato per completare il percorso netto. Quando ho sentito la sirena finale, ho avuto un fremito di passione e d’orgoglio. E sono diventata tutta rossa.

Ma, almeno credo, nessuno se n’è accorto.