Da Barcellona al City, il ritorno a casa di Guardiola

Barcellona-Manchester City Guardiola ritorna a casa, stavolta nella sua avventura inglese. Storia dell'uomo che ha cambiato il calcio moderno

Barcellona-Manchester City Guardiola, il cerchio che si chiude – Capita sempre di tornare a casa, non importa quanto lontano sei andato. Da Ulisse in poi, si torna sempre da dove si è partiti, non importa se da avversari. La vita, o i sorteggi della Champions League, ti ci portano comunque. La data del 19 ottobre per i tifosi del Barca e del City è speciale da quando le urne hanno messo le due squadre insieme nel gruppo C. Vuol dire che Pep ritrova i blaugrana. Era già successo quando guidava il Bayern, e non era andata bene.

Barcellona-Manchester City Guardiola, il precedente – Forse ancora più suggestivo, nella primavera 2015, perché metteva di fronte l’iniziatore del Tiki Taka contro il suo migliore allievo, Luis Enrique. Era semifinale di Champions e Guardiola era in Germania soprattutto per alzare la coppa più prestigiosa, vista la facilità della Bundesliga e la superiorità del Bayern. Invece incappò in un rovinoso 3-0 al Camp Nou e a niente valse il 3-2 del ritorno all’Allianz Arena. Ci furono due gol all’andata del suo alfiere principe, Leo Messi, e al ritorno doppietta di Neymar, l’anello di congiunzione tra presente e futuro. Guardiola poi ha vinto tre campionati a Monaco, ma in finale di Champions non ci è più tornato. E poi è emigrato verso la sua terza avventura europea, quella inglese al Manchester City.

Barcellona-Manchester City Guardiola, la storia – Ma iniziò tutto nel 2008-09. Guardiola per noi era un centrocampista tutto fosforo e poca velocità, visto a Roma e Brescia senza particolari acuti. Diventò l’allenatore del Barcellona B nel 2007-08 e l’anno successivo il presidente Laporta, senza saperlo, diede vita alla vera rivoluzione in panchina del calcio moderno: assegnare la prima squadra a un grande ex sul campo che ancora aveva dimostrato niente da allenatore. La scelta fece proseliti, e molti danni, in seguito. Quando precisamente, a maggio 2009, il primo Barcellona di Guardiola completò il triplete. Dominio in campionato, vittoria in Coppa del Re, sonora vittoria in finale di Champions contro il Manchester United a Roma, 2-0 con un gol di testa di Messi in controtempo, contro le leggi di gravità. All’epoca fu record di gol in una stagione, 158, numeri che non si raggiungevano manco alla Playstation e poi migliorati nel 2011-12. Quella squadra aveva i futuri campioni del mondo Piquè, Puyol, Inesta, Busquets, Xavi, Pedro, c’erano Dani Alves, Henry e Eto’o.

Barcellona-Manchester City Guardiola, la rivalità – Serviva un antagonista e arrivò al Real Madrid. Era Josè Mourinho nel 2010. Qui Guardiola aveva già rivinto il campionato e l’esplosione di un vulcano finlandese dal nome impronunciabile, che costrinse il Barca a fare come Annibale e superare i Pirenei in pullman per arrivare a Milano, condizionò la semifinale di Champions che fu preludio a un altro triplete, quello dell’Inter allenato proprio dal portoghese. Stagione 2010-11 e le sfide quasi consecutive tra Barcellona e Real tra campionato e semifinale di Champions. Sempre con Guardiola vincente, compreso il famoso 5-0 della Manita. E altra vittoria in finale contro lo United di Ferguson, 3-1 a Wembley in quella che forse fu la squadra più bella ed efficace del calcio moderno.

Barcellona-Manchester City Guardiola, la Germania – 13 titoli in quattro anni, il calcio rivoluzionato, la Spagna due volte campione d’Europa e del mondo. Nel 2013 Guardiola ha bisogno di una nuova sfida e va a sostituire Heynkes al Bayern Monaco. Uno che ha appena chiuso un altro triplete, Bundesliga, Coppa di Germania e finalmente Champions in finale nel derby contro il Borussia Dortmund. Migliorarsi è impossibile e infatti Pep non ci riesce, rimanendo a guardare prima Ancelotti che in semifinale lo umilia con il Real che vincerà la Decima, poi il Barca di Luis Enrique, quindi la sconfitta quasi programmatica, ancora in semifinale, contro l’Atletico Madrid. Il pragmatismo del Cholismo batte l’estetismo del Guardiolismo. Per molti è la fine di un’epoca.

Barcellona-Manchester City Guardiola, il dibattito – A Manchester la missione è la stessa: vincere in campionato, se possibile, ma soprattutto migliorare i risultati in Champions. Ovvero andare in finale, obiettivo solo sfiorato con la semifinale della scorsa stagione. Ma poi ci si domanda: Guardiola rivoluzionò il calcio a Barcellona per il suo modo di fare calcio, o il suo modo di fare calcio è stato aiutato dall’avere in squadra alcuni dei talenti più grandi degli ultimi trent’anni, forse di più? I sostenitori dicono che senza di lui non ci sarebbe stato Luis Enrique, tripletista nel 2015 che però veniva imitato per scherno quando ebbe la prima occasione vera da allenatore, a Roma. E nemmeno i successi della Spagna.

I detrattori dicono che è facile allenare se vai in posti dove puoi fare la lista dei migliori giocatori del mondo e i tuoi dirigenti te li comprano. E che prima di lui la rivoluzione vera nel mondo Barcellona era stata quella di Cruyff (e in parte Rijkard, allenatore dimenticato che portò la Champions nel 2006). Guardiola è comunque emblema di un modo di pensare calcio, di curare i dettagli, di interpretare il gioco che è tipico del nuovo millennio. E‘ allenatore che allena solo squadre dal potenziale economico infinito, un top manager, un CEO di grandi multinazionali (come sono ormai Barcellona, Bayern Monaco, Manchester City) più che allenatore. La sfida inglese dirà se è più merito delle radici catalane che suo nei successi del passato, ma è una linea di confine sottile e di difficile interpretazione. Di sicuro al Camp Nou non sarà una partita come le altre. Per lui e per il Barcellona.