
Tutti se lo aspettavano, con il ruolo di grandi favoriti per la vittoria finale che puntualmente li accompagna da un lustro, ma un conto sono le quotazioni e un altro sono le rotazioni. Perché questa è una storia di un biondo californiano che ha partecipato alla più grande dinastia del basket moderno, quella dei Chicago Bulls di Michael Jordan degli anni Novanta, e che ne ha messa in piedi un’altra, forse ancora più grande, nella baia di San Francisco. E’ la storia di Steve Kerr e dei Golden State Warriors. Ed è appunto una storia di rotazioni, nel senso cestistico più puro e nobile.
Cinque Finals consecutive
Ne abbiamo già parlato mille volte, nei Warriors dominatori di questo spicchio di secolo non c’è niente di banale. E proprio per questo la storia ciclica, o meglio sferica come quel pallone arancione, ritorna nel 2019 esattamente al punto in cui iniziò nel 2015. E ha un nome preciso. Andrew Bogut. Un centro australiano scelto al numero uno del Draft 2005 dai Bucks, che forse ritroverà alle Finals, che giocava in quintetto nei Warriors che vinsero il primo titolo nel 2015. Con Golden State perse le storiche Finals del 2016, poi se ne andò ai Mavs, ai Cavs, ai Lakers e all’inizio di questa stagione era in terra natale a svernare ai Sydney Kings. Nel frattempo i Warriors, partiti con gli Splash Brothers miscelati a Draymond Green e Andre Iguodala, si sono evoluti con l’arrivo di Kevin Durant e teoricamente perfezionati con l’aggiunta di DeMarcus Cousins la scorsa estate. I primi Warriors erano una macchina vorticosa di tagli, movimenti senza palla e, appunto, rotazioni. Di ogni genere: offensive, difensive, di uomini sul parquet orchestrate dal biondo californiano. I secondi Warriors erano più statici, legati necessariamente all’isolamento offensivo per dare spazio al talento in uno contro uno di Durant, ancora più letali ma non necessariamente più belli sul piano estetico. Gli ultimi Warriors, visti solo per qualche partita, avevano in Cousins l’arma che serviva ad assorbire l’impatto con i Rockets, i grandi rivali della Western Conference di questi anni. Soltanto che Cousins si è di nuovo rotto prima dei playoff e Durant si è rotto in gara cinque contro i Warriors. All’improvviso Golden State si è ritrovata esattamente dov’era quattro anni fa, tanto che anche Bogut è stato richiamato a dare una mano. Risultato finale, quinto viaggio consecutivo alle Finals, Portland spazzata via in una serie più combattuta di quanto dica il risultato finale e vittoria in gara 4 al supplementare nonostante l’assenza di Iguodala. Come si fa a non essere romantici con i Warriors? (Cit.)
I più grandi della storia?
Ne parlammo tempo fa, in un ipotetico paragone con i Bulls, ai quali i Warriors nel 2016 hanno strappato anche il record di vittorie in regular season, 73 contro 72. Michael Jordan trascinò Chicago a sei titoli in otto anni, oppure a sei Finals consecutive dal 1991 al 1998 se non consideriamo le due stagioni con in mezzo il ritiro, il 1993-94 per intera e il 1994-95 fino a marzo. I Warriors sono a cinque Finals consecutive, di cui tre vinte e una persa nell’incredibile e leggendaria impresa di LeBron James capace di fare risalire Cleveland fino al titolo dopo essere stato sotto 3-1. Non è nemmeno un record assoluto, quello dei Bulls. I Celtics dal 1957 al 1966 giocarono dieci finali consecutive, ne vinsero nove, e viaggiarono alle Finals dodici volte in tredici anni. I Lakers giocarono quattro Finals consecutive dal 1982 al 1985 e furono sette in otto anni. Ancora i Celtics, quattro consecutive dal 1984 al 1987. Però nell’epoca moderna cinque di seguito non le ha giocate nessuno. E l’aggettivo ‘moderna’ è fondamentale, perché è fuori discussione che raggiungere questo traguardo nella Nba di oggi sia enormemente più difficile, soprattutto dal punto di vista fisico oltre che emotivo, rispetto a quanto fosse venti, trenta e cinquanta anni fa. Ma ciò che davvero colpisce di questi Warriors, e che non si era mai visto prima, e come naturalmente, armoniosamente, fisiologicamente siano tornati a essere la squadra del 2015 appena sono mancati i pezzi che ne avevano segnato l’evoluzione. Non è scontato, non è banale, non è nemmeno normale. E’ come se un trentenne riuscisse a trasformarsi in un diciottenne nell’arco di una notte. E’ come se il sistema impiantato da Kerr fosse capace di autorigenerarsi a seconda delle risorse a disposizione, invece di adattarsi a fatica all’emergenza quando ti manca un pezzo. E non un pezzo qualsiasi ma il migliore attaccante della Lega. Da Curry a Green, capaci di mettere insieme per la prima volta una tripla doppia contemporanea in un closeout game, con in mezzo Thompson, Iguodala, ma anche Cook e Looney, perfino Jerebko che imparammo a conoscere a Biella, è una storia nella quale le cifre sono abbaglianti ma diventano piccole di fronte all’essenza di ciò che può fare una squadra e un allenatore giocando di squadra e per l’allenatore. In futuro si scriveranno libri e si gireranno film in proposito. Se siamo fortunati a vederla continuare in tempo reale, siamo anche consapevoli della storia, quella intesa con la s maiuscola, che i Golden State Warriors stanno scrivendo ogni notte.









