Io, laziale doc, e quel giorno indimenticabile con Francesco Rocca…

Carlo Viani è un tifoso della Lazio ma non potrà mai dimenticare il suo incontro casuale con lo sfortunato terzino della Roma e della Nazionale, una mattina di tanti anni fa...

Francesco Rocca Kawasaki, un campione sfortunato

Carlo Viani potrebbe fare tante cose nella vita, oltre alle tante che già fa bene. Tra queste il cantante, l’attore professionista e lo scrittore. Ha la mia età ed è uno dei tifosi laziali più agguerriti che conosca. Ma quando c’è da raccontare una storia, i colori perdono di significato.

Fra i ricordi della mia infanzia il gradino più alto del podio è occupato da Capranica Prenestina, un paesino di montagna a 1000 mt s.l.m, che dista 60 chilometri da Roma. Alla vigilia degli anni di piombo la mia vita di bambino figlio del ceto medio scorreva parallela ad alcune certezze: la Lazio di Maestrelli mi piaceva un casino; il subbuteo era il mio gioco preferito e nonno Emilio ogni sabato sarebbe venuto a prendermi a scuola con la sua 750 facendomi trovare sul sedile 10 pacchetti di figurine.

Alla fine della scuola ci si trasferiva a Capranica e come per incanto saltavano tutti gli schemi cittadini. Ripensandoci oggi, ho come la sensazione di aver vissuto dentro ad interminabili tempi supplementari nel corso dei quali, con le squadre allungate, venivano meno le consegne del mister e i capovolgimenti di fronte erano all’ordine del giorno.

Tutto ciò che potevo desiderare era a portata di mano. La bicicletta, per fare scorribande all’interno di set in disuso di qualche spaghetti western; i tavoli da ping pong della Pro Loco, dove trascorrevo interi pomeriggi a battagliare punto a punto e last but not least: il pallone. Avevo otto anni e la netta sensazione che il paradiso fosse lì a portata di mano. Molto raramente poteva capitare di assaggiare la noia. Un mattino che non decollava ludicamente, ciondolavo in piazza assieme a qualche amichetto col fedele super Santos sotto braccio. Seduti sui gradini del monumento ai caduti, eravamo in attesa di un segnale che desse una svolta al piattume di quel giorno e il segnale, del tutto imprevisto, arrivò.

Una Mercedes gigantesca con la ruota bucata, si fermò sotto la terrazza del bar di ‘Nena’. Il conducente aprì lo sportello, scese imprecando e in quello stesso istante uno stupore incredulo si dipinse sulle nostre facce. Francesco Rocca, si proprio lui, Kawasaki, terzino della Roma e della nazionale era in mezzo a noi col suo macchinone e una ruota da riparare. Il benzinaio tuttofare si avvicinò e si offrì di aiutarlo, il caldo era opprimente e ‘Kawasaki’ andò a cercare refrigerio sotto il pergolato della terrazza.
Nel frattempo, sparsasi la voce, tutti i ragazzini accorrevano al bar per vedere da vicino quello che oggi i media definirebbero un top player.

Regazzì, non v’ammucchiate che fa callo. Fateme fa merenda e se ve mettete in fila, senza litigà, l’autografo v’oo faccio a tutti”, queste le sue parole. Fra un sorso d’aranciata ed un morso ad un panino con la mortadella di dimensioni epocali, firmò autografi a tutti i ragazzini del paese e chiacchierò coi più grandi. Corsi a recuperare un pennarello indelebile e da allora in poi il mio Super Santos divenne una reliquia.

Ho sempre tifato Lazio, ma gente come Kawasaki, Ago, Pruzzo, Conti e Falcao rappresentavano l’avversario da ammirare, quello che poteva sconfiggerti ma che non mancava mai di rispetto alla tua squadra.

Ogni tanto lo incontro ancora al laghetto dell’EUR. Io corro e lui cammina a passo svelto con la tuta ampia della FIGC a nascondere il ginocchio martoriato. Ci scambiamo un sguardo, un sorriso, ma poi non ho mai il coraggio di salutarlo, frenato dalla paura di essere invadente e di rompere quella bolla di sapone in cui ancora consuma la fascia sinistra dell’Olimpico.

Ufficio Stampa AS ROMA