
Alla fine sono uscito, ho preferito non vederla la partita col Lione. C’era puzza di ennesima disillusione e poi altre volte allontanandomi dalla Roma ne avevo propiziato risultati insperati. Come se la mia assenza togliesse in qualche modo pressione ai ragazzi.
Mio padre, 87 anni e uno che da 30 mi incenerisce se non guardo la Roma con lui come a dire “Dove diavolo ho sbagliato nell’educazione di questo figlio?”, è stato chiaro. “Se non passiamo, non tornare a casa”. Quando c’è l’amore…
L’ho rivisto la mattina successiva e non ho potuto fare a meno di incalzarlo. “Guarda che è tutta colpa tua. Solo colpa tua, se sono diventato romanista e mi sono condannato a questa vita”. Non mi ha neanche risposto, si è limitato a commentare tenendo lo sguardo basso: “Hai visto che schifo?”. Come se io non gli avessi detto nulla.
La colpa, credetemi, è tutta di Paolo: è stato lui il 4 marzo 1979 a portarmi in curva Sud e a tenermi sulle sue ginocchia. Roma-Catanzaro la partita, 1-3 con tripletta di Massimo Palanca (primo gol direttamente su calcio d’angolo…) e 15.000 tifosi calabresi in festa, dopo aver provato a mimetizzarsi (giallorossi tra i giallorossi) durante la partita. Non avevo neanche 12 anni e forse quel giorno mio padre volle darmi la possibilità di scegliere: la vedi tutta questa meraviglia gialla e rossa? Le senti le voci? E la passione? Ti emozioni per una discesa di Francesco Rocca? Bene, è roba tua e io sarò sempre fiero di te.
Sappi però che vivrai infinite umiliazioni, altrove e in questo stadio. Sappi che i Palanca assumeranno i connotati di Barbas, Vavra, Diamanti, Ronaldo, Lulic, Pazzini. Che qui vedrai festeggiare gente di tutte le razze e di tutte le religioni. Che, insomma, la tua vita fondamentalmente sarà dura e talvolta amara. Scandita se ti va bene da una grande gioia per provare a disinfettare venti anni di ferite profonde.
Io, evidentemente, il 4 marzo 1979 ho scelto di soffrire e mi sono promesso alla Roma. Senza pensarci neanche un attimo. Il 2-1 col Lione mi ha fatto male ma per chi come me ha vissuto la notte di Manchester o quella con la Slavia Praga, per non parlare di Roma-Liverpool, si è trattato di puro solletico.
Ecco, a pensarci bene mio padre non è l’unico colpevole: le sue responsabilità vanno divise con Bruce Grobbelaar e i suoi balletti del cazzo ad accompagnare i nostri rigori il 30 maggio 1984. Perché se hai 16 anni e alla prima partecipazione in Coppa dei Campioni ti ritrovi in finale e nel tuo stadio dopo aver recuperato dallo 0-2 col Dundee in semifinale, un fottuto lieto fine te lo aspetti. Te lo meriti, anzi. Sei cresciuto con Happy Days e con i film western. Non può finire male. Non è mai finita male.
Arrivano i Nostri, prima o poi. E invece no.
E invece nella serata più importante della vita della tua squadra, ti ritrovi ipnotizzato da questo improbabile portiere sudafricano che neanche fosse ad Anfield Road, scherza con te e con la tua storia. Niente, nella vita di un tifoso della Roma, potrà tornare come prima del 30 maggio 1984. Mai. Altro che Lulic. Altro che Diakhabi.
C’è gente, e parlo di un caro amico oltre che uno dei più quotati anestesisti della Capitale, che ancora ha in soffitta la cassapanca con dentro la sciarpa di quella sera e i relativi mortaretti mai utilizzati. 34 anni dopo, materiale bellico da disinnescare. Emozioni inesplose.
Quella che non si disinnesca mai è la speranza che il vento cambi, che il finale di Febbre a 90’ per una volta possa tingersi di giallorosso. Penso davvero sia tutta colpa dell’incantesimo-Grobbelaar e che ci vorrà un’immagine simbolica altrettanto forte per spazzare via la maledizione.
Fino a quel giorno, infatti, la storia della Roma raccontava una squadra mediamente scarsa che ogni tanto strappava un terzo posto e che a 41 anni dal suo primo scudetto ne vinceva un secondo.
Dopo Grobbelaar, eccezion fatta per lo scudetto 2001 vinto solo per cancellare quello biancoceleste dell’anno prima, da società mediocre la Roma si è trasformata in realtà di eccellenza capace di demolire sadicamente e sistematicamente le speranze dei propri tifosi. Con una metodica spaventosa, chirurgica. Che francamente non pensavo di meritare.
Così, due anni dopo Roma-Liverpool recuperi 11 punti alla Juventus ma poi crolli in casa col Lecce già retrocesso, peraltro dopo essere passati in vantaggio. In Coppa Uefa ribalti lo 0-2 con lo Slavia Praga e poi prendi gol al minuto 114. In campionato rimonti e sorpassi l’Inter ma a 4 giornate dalla fine ti consegni in casa alla Sampdoria dopo un primo tempo dominato e chiuso 1-0.
Incanti il mondo umiliando il Lione e ti apparecchi la tavola per prenderne 7 a Manchester. Segni a Catania e per 55’ sei campione d’Italia, prima che Ibra entri a Parma e consegni lo scudetto all’Inter. In finale di Coppa Italia 1993, perdi col Torino 3-0 e al ritorno vinci 5-2 prendendo un palo a tempo scaduto. Non è questione di “mai una gioia”, magari fosse. Quella era roba A.G. (avanti Grobbelaar).
Ora di moda va questa sinistra capacità di arrivare vicino all’obiettivo per poi vederlo sfumare tra lacrime e rimpianti. Rimonte accarezzate ma mai completate e invece sempre subite. Finali buttate. Bacheche impolverate. Piazzamenti d’onore che si accavallano, ignorati però da qualsiasi forma di albo d’oro.
A oggi, e il tassametro corre, la Roma è arrivata seconda 13 volte, con 3 scudetti in 90 anni. Davanti ci sono Juventus (16) e Inter (14) ma sommandone le gioie tricolori si arriva a 50 (32+18, contando quelli “sul campo” anche qualcosina di più).
Un destino atroce, il nostro: quello di chi ci prova, di chi sa di avere le carte per farcela, di chi vede il traguardo ma poi cede. Non importa che a esultare all’Olimpico siano inglesi, calabresi, slovacchi o spezzini. Ecco perché penso che se Dzeko col Lione avesse segnato il 3-1 al 90’, al 96’ sarebbe arrivato il gol qualificazione di Yanga-Mbiwa. La storia della Roma insegna che è meglio tenersi alla larga dalle imprese, perché solenne arriva poi la bastonata a tempo scaduto.
D’altra parte se ricordo bene, pochi mesi dopo l’hat-trick di Palanca all’Olimpico, per qualche minuto io ho vinto uno scudetto che non mi è stato assegnato. Inchiodato alla radio per ascoltare Juventus-Roma, all’annuncio del gol di Turone che valeva il sorpasso a due giornate dalla fine, iniziai (13enne) a correre per casa urlando come un ossesso.
La prima (e non credo ultima) ingiustizia patita in casa della Juventus mi fu notificata più tardi. Di fatto avevo vinto uno scudetto per qualche minuto, ed era stato bellissimo. Bellissimo. Al punto che non avrei dovuto mai più riaccenderla, quella filodiffusione nera con i tasti rossi.
Perché forse, ma purtroppo l’ho scoperto venti anni più tardi, era la separazione dalla realtà giallorossa l’unico esercizio capace di tenermi al riparo da così tanti amari triplici fischi.
Ecco perché, mio adorato Paolo, è stata tutta colpa tua. Quel 4 marzo era una giornata di sole e forse tuo figlio andava portato al Luneur, invece che in Curva Sud ad ammirare i baffi di Palanca.
Sliding Door mica da ridere, questa, papà. Sulla ruota Panoramica mi avresti fatto sorridere di più. Ma certo mi avresti impedito di vivere un pezzo centrale della mia esistenza. Con tante lacrime e pochi sorrisi, ma non importa.
Per questo “Grazie Roma”, papà. Sempre e comunque. Gialla come er sole, rossa come er core mio.







