
Elisabetta Tassinari promozione e favola a lieto fine: ce la racconta la penna stratosferica di Giovanni Lucchesi
Vi racconto una storia, una di quelle che nascono da una sorta di “eroismo” sano, una storia di basket al femminile. Un faro è acceso, ed un faro illumina la storia di questa Donna: è il faro della caparbietà, della passione senza confine e senza limite, neanche quello della vita.
Vi racconterò di Betta, anzi, meglio: di Elisabetta Tassinari. Bionda, bella, forte, implacabile contro la sfortuna e il dolore. In questi giorni in cui una stella bellissima battezzata “Zanda” sta splendendo nel cielo non sempre limpido del basket femminile, c’è questo altro piccolo pianeta luminoso che vorrei far conoscere, che rappresenta una spot silenzioso ma incredibilmente vero per tutte coloro che vorrebbero giocare ma pensano di mollare, per tutte coloro che credono che il basket abbia valori strani, per tutte coloro che credono si possa risorgere sempre da qualunque disavventura, da qualunque difficoltà.
Betta è una piccola forte eroina, una ragazza ormai donna che ha usato il basket come la sua medicina, anche amara, a volte amarissima, insopportabile.

A tre anni aveva già un pallone nelle mani, a San Pietro in Casale, zona di confine, zona di basket e tradizione. Da lì il passo è verso la Benedetto XIV, a Cento, dove il basket pulsa anche lungo le rughe dei muri della cittadina. Gioca con i maschi, gioca meglio dei maschi. Betta ha un padre appassionato e pieno di amore: Giovanni.
Lui capisce che una figlia così, per lui amante esagerato della pallacanestro, ha bisogno di un riferimento, un ambiente, una base: chiamatela come volete, anzi no, chiamatela Basket Cavezzo. Ha solo 12 anni, ma già incanta tutti, per il sorriso, per l’intelligenza, per la capacità. Le finali sono raggiunte, le agognate Finali Nazionali sempre vive ed evocate nell’immaginario di ogni giovane atleta. Ma il sogno è la serie A, che a Cavezzo alberga tra A2 e A1; il sogno sono le selezioni regionali, il sogno è la maglia azzurra.
Tutto sembra complottare perché Betta spicchi il volo, ma come la storia insegna il “complotto” di per sé ha un significato maligno: a Parma salta il crociato anteriore e Betta ancora deve compiere 16 anni. Cosa c’è di più semplice di un’operazione? Nulla, apparentemente. L’operazione è di routine: Betta rientra e riprende il suo percorso, sempre nella “casa” di Cavezzo. Non sa lei, non sa nessuno che è l’inizio di un percorso che definire “mistico” è forse azzardato: ma in quel termine c’è la morte, la resurrezione, la vita.
Già perché nell’aprile del 2011 improvvisamente Betta resta senza una sua parte fondamentale: il padre Giovanni muore, addormentato per sempre su una poltrona di casa. Senza un perché, senza preavviso, senza rumore; se ne va con discrezione, la stessa con cui aveva forgiato il carattere di Betta, se ne va con una sorta di amarissima eleganza, dolorosa e terribile eleganza.
Betta ha mille richieste, e tante possibilità di gioco. Perché ha qualcosa di speciale, il dono di saper resistere. Pochi giorni dopo quel momento di così acuto, terribile dolore scende in campo per uno spareggio Under 17: la squadra le chiede qualcosa di speciale e lei segna il canestro della vittoria, ancora una volta. Ma è un canestro affogato nelle lacrime, e non sempre chi ti sta di fronte come avversario può sapere, può capire.
Betta reagisce, senza una parte di se, accresce e rinforza l’altra, rendendo granitica una famiglia meravigliosa che sa sostenere, consolare, illuminare. C’è un però, ancora una volta: si chiama terremoto, perché nel maggio 2012 tutto crolla a Cavezzo, famiglie, case, impianti, sogni, sicurezze. Un’altra scossa: tremenda. Cavezzo non c’è più, non c’è la squadra, sembra non esserci il futuro, ma solo quello immediato. Betta arde di basket e allora sceglie di illuminare Bologna e la Libertas. Stagione 2012-2013: grande campionato. Stagione 2013-14: grande campionato.
Ma il “percorso” di Betta non ha pace, nemmeno pause: a marzo, a Napoli, salta il crociato operato. E’ l’inizio di un nuovo calvario, non c’è altra definizione. Sì, perché il legamento da donatore determina infezione: 20 giorni di febbre alta, di ferita che non si rimargina. Allarme e ricovero d’urgenza con asportazione di tutto l’impianto.
La diagnosi è impietosa: sepsi. E come si cura? Con flebo di antibiotico, seduta nelle poltrone accanto ai malati aggrappati alla chemio, a contatto col dolore, con la non certezza del domani. Esperienze forti, che sono cemento armato per il cuore di Betta. Ci vogliono sei mesi per una ripresa, per uscire dal tunnel. Ma il ginocchio non ha un legamento, il basket come può riaccogliere Elisabetta? Ma la domanda vera è: Betta come può riaccogliere il basket? Facile, con un intervento.
Ci vuole tutta l’esperienza del professor Lelli per riprovare l’operazione, per dissipare le nubi tempestose di una nuova crisi batterica e infettiva. Quello che sembrava impossibile, accade: un senso a tutto questo penare sembra intravedersi. Perché percorrere centinaia e centinaia di chilometri per riconquistare un tono muscolare degno di un’atleta, è qualche cosa che rasenta la follia, la “fame” per il basket.
Siamo all’epilogo? Beh il 2015 arriva la chiamata della Matteiplast, sì la squadra attuale. Il Civ conosce Betta, riconosce il suo talento: follemente le offre un posto in squadra. D’accordo, non è la serie A1, ma che importa? E’ il campo che chiama, è il pallone che chiede di essere accudito: Betta sa come fare e riprende il suo cammino, da genio (sfortunato) del parquet. Nannucci, Dall’Aglio, Cordisco la coccolano e la accompagnano verso una ripresa straordinaria che vuol dire “top scorer” della squadra.
Tutto finalmente sorride, tutto sembra lontano: antibiotici, dolore, immagini disperate…. Ma arriva ancora una volta la primavera: quella che per tutti è uno sbocciare, per Betta diventa conferma di una nuova salita, disperata: alla vigilia del playoff salta il crociato, quello “sano”, del ginocchio mai offeso, mai curato. Salta anche quello e salta anche la forza di sostenere questo nuovo peso infinito: troppo dolore nel corpo, troppo dolore nella testa. Sembra che l’ultima sconfitta sia decisiva.
Ma a maggio Betta decide: non posso darla vinta, ho il sogno della serie A1, ho il sogno della vita da esaudire. Bene, allora: altro intervento. E una squadra, sempre la stessa, la Matteiplast, che non l’abbandona, che le “chiede” di tornare, ancora una volta. A dicembre del 2016, in punta di piedi, dopo altre centinaia di chilometri, Betta sale sul “treno” bolognese.
E’ dura, ma tanto dura: stavolta forse non ce la fa. Tutte le favole, forse le leggende hanno una fine: ma Betta nel suo piccolo (che piccolo lo è affatto) va oltre la favola e la leggenda. Perché in pochi mesi si riprende tutto, lei che ha pianto, ma pianto davvero per la maglia della Nazionale sfuggita a causa dei mille infortuni, per quel colore che si avvicina a quello degli occhi coraggiosi di una donna che con lucidità vince il campionato e conquista la serie A1.
Fine della storia? Betta è un piccolo pezzo di storia di questa pallacanestro femminile che sta facendo emergere eroine di gioco ed eroine di vita, che ha bisogno di modelli sul campo e di modelli fuori dal campo. Betta, semplicemente, è un modello, un esempio di come mai e poi mai la passione per
il proprio sport, la passione per la vita possono uscire sconfitte dal dolore e dalla disgrazia.
Elisabetta Tassinari ha trovato nel suo ultimo atto sportivo il senso, il senso della sua vita tra studio e basket. Nessuna medaglia, nessuna particolare intervista: ma il rispetto per il coraggio e per il talento. Mettili insieme e hai una donna che ha qualcosa di eroico, per la quale, come per Ceci, “il basket viaggia nelle vene”.
Da sempre. Per sempre.






