Wimbledon per me è un Bar di Rimini, con davanti una Banana Split…

Il mio ricordo dello Slam più anomalo, quello dove spesso sono diventati protagonisti dei comprimari.

Wimbledon per me è un bar di Rimini dove ogni pomeriggio andavo ad elemosinare qualche partita, quando la Rai si degnava di trasmetterla, allietato da una Banana Split. E già, la casa che affittavamo per tutto il mese di luglio non aveva una televisione, roba che ora un esposto al Codacons e un’interrogazione parlamentare ci starebbero tutte.

Wimbledon, campo centrale. Il campo lucido e brillante del primo giorno e poi quello spelacchiato e malinconico della finale, metafora della vita che però all’epoca non coglievo. Un altro sport, il tennis che si gioca a Wimbledon, o perlomeno così era fino a qualche anno fa mentre ora mi sembra che l’universalità/appiattimento sia più diffuso.

Ai tempi miei (prima o poi sapevo che avrei dovuto usare questa espressione) gli spagnoli e i sudamericani facevano appena in tempo a fare una passeggiata a Covent Garden e poi potevano serenamente salutare Londra. Il Codice di quel tennis, nel quale uno scambio anomalo era quello che durava più di 4 scambi, era sovvertito in maniera pressoché inspiegabile da Bjorn Borg, che in due settimane scendeva a rete dieci volte però poi finiva sempre per alzare il trofeo.

Per gli altri, tranne rare eccezioni, il serve and volley era imperativo categorico e a Wimbledon si ergevano a protagonisti spesso tennisti modesti che nelle altri 351 giorni dell’anno erano abituati a fare le comparse. Sul Green, soprattutto nei primi giorni con l’erba era ancora intonsa e veloce, facevano la voce grossa i giocatori potenti, quelli con la prima palla devastante che poi ti permetteva di guadagnare la rete e di monetizzare con la volee. Due macchie rigorosamente bianche su un tappeto verde. Bello. Suggestivo. Unico.

Anche perché negli stessi giorni, e capita anche quest’anno, la Formula 1 si spostava in Inghilterra per il Gran Premio di Silverstone e avevi la sensazione che in quei momenti tutto lo sport importante si tenesse nel Regno Unito.

A Wimbledon (ci sono stato l’anno scorso), a qualche settimana dalle maratone infinite del Roland Garros, fare il break era una mezza impresa e contro gente come Tanner e Becker lo era anche mettere in campo una risposta decente. Così potevi ritrovarti anche Pat Dupre in semifinale, come nel 1979 quando a fare harakiri fu proprio Adriano Panatta nei quarti di finale. “A Bjorn, io arrivo in finale lo sai vero? E lo sai se arrivo in finale come finisce, vero?”, aveva detto il nostro allo svedese, incrociandolo. E invece Panatta prese sottogamba l’avversario, dominato fino al 6-3 4-1, e finì per perdere al quinto set. Un’occasione pazzesca e irripetibile, la semifinale di Wimbledon. In Italia quasi cadde il Governo, dopo che la Rai aveva interrotto il collegamento a partita in corso, per dare la linea al telegiornale.

Io ero già a cena, quella sera. Avrei saputo solo il giorno dopo, del crollo di Adriano…

FOto Archivio Privato Giancarlo Migliola