Da Poltronieri ad Alonso, la suggestione della F1 nell’arco di trent’anni

Da Mario Poltronieri, storica voce della F1 anni ottanta, a Fernando Alonso, storia di uno sport che ha lasciato ricordi indimenticabili di quell'epoca

Mario Poltronieri, storica voce della F1 del passato, se n’è andato circa due mesi fa. Proprio poco dopo che Fernando Alonso, voce spesso velenosa della F1 contemporanea, aveva dichiarato più o meno così: ‘Non so se la F1 di oggi sia noiosa. Sicuramente era noiosa trent’anni fa, quando se la giocavano solo Senna e Prost e tutti gli altri stavano a guardare‘. Dalla noia alla noia, dal dominio McLaren al dominio Mercedes. Ma era veramente così?

E’ vero che tendiamo a rendere migliori i ricordi rispetto ai fatti oggettivi, ammesso che esista un’oggettività nei fatti. E che il profumo del passato ci sembra spesso migliore di quanto profumasse quando era presente, soprattutto perché eravamo più giovani, più entusiasti. Però è altrettanto vero che quella era un’epoca, non soltanto nella F1, nella quale la fame che si aveva di sport iniziava ad essere saziata in maniera completa, sebbene non integrale, dalla televisione. Era una televisione che lo sport lo offriva tutto, anche se a piccole dosi. Non c’era verso, nella seconda metà degli anni ottanta, di vedere una partita di serie A per intero. Si guardava, e ci si accontentava, di un secondo tempo la domenica prima di cena e dopo Novantesimo Minuto. Partite integrali solo in mezzo alla settimana, di coppa. Però quel servizio pubblico forniva basket, pallanuoto, ogni tanto pallavolo, Domenica Sprint era un contenitore magnifico. Le gare di F1, quelle facevano eccezione. Andavano per intero non solo la domenica, ma anche le qualifiche del sabato, e anche quelle del venerdì, che all’epoca la pole position si faceva sommando i tempi delle due giornate invece di essere inutile come oggi.

Poltronieri, con quel nome evocativo e semantico, ti faceva vivere le gare proprio come Nando Martellini e Bruno Pizzul ti facevano vivere le partite. Con calma, senza eccessi, senza strilli, senza epica non necessaria, anche se forse a volte sarebbe stata necessaria un po’ di enfasi in più. Alonso probabilmente ha ragione, perché all’epoca la McLaren Honda dominava, vinse 15 gare su 16 nel 1988, e la Ferrari annegava nella sua crisi anni Ottanta. Ci si radunava la domenica pomeriggio intorno alle 14, e i più eroici facevano anche l’alba per guardare i gran premi di Giappone e Australia, che all’epoca chiudevano in sequenza la stagione, perché la fame di motori era più forte del monopolio di Senna e Prost. Ci si radunava e si diceva bonariamente che ‘anche oggi Poltronieri ci accompagnerà nella siesta domenicale’, perché è vero che nell’ultima parte della sua carriera faceva effettivamente un po’ addormentare. Però.

Però poi ci pensava Ezio Zermiani, tra le spalle più sottovalutate nella storia del giornalismo sportivo, a svegliarci con i collegamenti dai box. E non è che, a pensarci bene, la F1 fosse poi così noiosa come la racconta Alonso. Arrivò il 1990 e si scoprì che la Ferrari con la McLaren se la poteva giocare, e ci si alzò con un buon motivo quel 21 ottobre all’alba, ancora storditi dall’esito dei mondiali di casa, per vedere quei venti secondi nei quali a Suzuka il fallo di reazione di Senna su Prost impedì al Cavallino di vincere un mondiale che sarebbe mancato ancora per un decennio. Eccoli, con la voce di Poltronieri. E immaginate un episodio del genere con una telecronaca di oggi.

Era una F1 piena di personaggi istrionici, di matti come non se ne vedono più. Quell’anno Nigel Mansell, genio e sregolatezza, uomo che nel 1984 a Dallas aveva provato a portare al traguardo a spinta la sua Lotus prima di svenire per il caldo (gara vinta da Keke Rosberg, padre del fresco ritirando campione del mondo Niko), fece perdere il titolo a Prost per una partenza all’Estoril, in Portogallo, che se succedesse oggi si aprirebbero processi interni lunghi mesi. Guardate qua. E i due erano compagni di squadra e partivano in prima fila.

Ed era un decennio dopo l’incredibile duello di Digione tra Villeneuve e Arnoux, probabilmente il picco più alto della F1 dell’epoca e anche della carriera di Poltronieri.

Si era iniziato con loro due e continuato con Prost e Nelson Piquet, c’era stata in mezzo la fine della carriera di Lauda. C’erano personaggi bizzarri e improbabili come Eddie Chever e i primi piloti esotici, tra i quali il leggendario Saturu Nakajima, detto l’uomo testacoda, capace di girarsi in pista senza un motivo e di andare dritto dove gli altri frenavano vedendo una curva.

Quella raccontata da Poltronieri era una F1 nella quale si correva in tutte le condizioni. Non importa quanta pioggia cadesse, si partiva lo stesso in un’epoca nella quale la Safety Car non era nemmeno un pensiero lontano. Tanto che le polemiche di Monaco 1984, la gara sospesa per pioggia da Jackie Ickx che impedì a Senna il primo successo in carriera, oggi non sarebbero mai avvenute perché quella gara sarebbe iniziata e finita dietro una Mercedes grigio metallizzata. All’epoca i piloti se le davano in pista per tre giorni, non solo la domenica. Jean Alesi ha recentemente dichiarato che ogni tanto durante le prove qualcuno tentava l’imboscata e si fermava in pista per danneggiare un avversario. I commissari di gara intervenivano raramente, oggi c’è una quadriglia di giudici pronta a intervenire appena un pilota porta le ruote dieci centimetri oltre una riga bianca. C’erano i motori turbo e spesso metà dello schieramento iniziale la gara la iniziava e non la finiva, perché i problemi tecnici che costringevano al ritiro rendevano incerte anche le gare più noiose fino alla fine.

Fu un periodo dello sport luminoso e proprio per questo divertente, indipendentemente da chi vinceva. E abbiamo imparato col tempo che maggiore è l’esposizione di un evento sportivo, minore è l’eccitazione della sua attesa. La F1 raccontata da Poltronieri durava 16 appuntamenti, sempre, e arrivavi a marzo con una fame di vedere le nuove vetture che oggi non è descrivibile, nel mondo del web e delle informazioni in tempo reale. Se fossero tempi migliori non si può dire. Ma erano raccontati con gusto sublime, da Poltronieri e dai suoi colleghi, e ci si divertiva da matti. E proprio per questo mancano. E continueranno a mancare.