Maccheroncini, cioè penne, alla Sancho

Il mio pranzo di Ferragosto a Milano

Due rumene grassocce ridacchiano fra loro mentre si cospargono di Autan. I loro accompagnatori tatuati chissà di cosa parlano. Poco prima, un signore completamente privo degli arti inferiori era caduto dalla carrozzina scendendo da un marciapiede con il gradino troppo alto. Letteralmente sbalzato in avanti di qualche metro.

Cercava di aiutarlo un amico, pregandomi di non chiamare il 118. Gli tamponava il labbro sanguinante con l’acqua di una fontanella poco distante.

Una donna che aveva assistito a tutta la scena, di professione operatrice socio-sanitaria, mi faceva inoltre notare che forse il poveretto non aveva i documenti e che in effetti sarebbe stato meglio evitare.

Non ho potuto far altro che togliere la sedia a rotelle dalla posizione in cui era rimasta e lasciare un fazzoletto pulito. Nulla in pratica.

Non son cose che permettono alla giornata di scorrere via come se niente fosse. Tuttavia, era pur sempre il pranzo di Ferragosto col mio vecchio (classe 1931).

Ricordava una scritta: “Birra Pedavena e gelati”. Non era sicuro che il locale fosse lo stesso però. Ci andò, poco più che ventenne, con una certa Signora Bongo Bongo, provetta giocatrice di bridge, e il di lei amante Rag. Tal dei Tali. Gli offrirono un gelato mentre loro litigavano. Lavorava per la signora come factotum in cambio di vitto, alloggio e una misera paga.

Non era male, specie d’estate. La signora andava a giocare in riviera e lui restava solo nella grande casa di Foro Bonaparte. Altri tempi, altro tutto.

I maccheroncini alla Sancho, o maccheroncini Sancho Panza, o Sancho Pancho, sono un piatto cult, tipico dei mitici anni ottanta. Salsa di pomodoro, panna e pancetta. Oggi la panna sulla pasta non la usa praticamente più nessuno, ma a quei tempi andava di brutto. Chi riporta una ricetta diversa mente sapendo di mentire, oppure semplicemente non c’era.

Ho mangiato penne e non maccheroncini, ma pazienza. Nulla aveva senso se riportato nel contesto storico. Quella Milano è scomparsa e va bene così. L’atteggiamento giusto è quello di chi si adopera per una città moderna e migliore: la nostalgia è umana, ma non serve se diventa un inutile filtro attraverso cui osservare una realtà mutata e incompatibile. Quando non un vero e proprio anestetico.

Buon Ferragosto.

Ricetta

Così è come la farei io, che è più o meno la maniera classica.

Soffrittino di cipolle.
Aggiungere la pancetta e rosolare.
Dopo un po’ aggiungere un paio di cucchiaiate di concentrato di pomodoro.
Infine, unire un quartino di panna e amalgamare tutto l’ambaradan aggiustando di sale.

Cuocere i maccheroncini, ovviamente al dente. Intendo dei maccheroni, ma piccoli. Non quelli di Campofilone, favolosi ma la loro morte è nel ragù.

Quelli bravi completerebbero con la classica spolverata di prezzemolo. Ci sta, ma non ricordo se nella versione originale di quel periodo c’era o no.