
Uno come Filippo Brunelleschi avrebbe meritato un riconoscimento migliore. La strada milanese a lui intitolata invece è una via anonima, che non porta in nessun posto. Una sorta di ovale posto all’ombra mefitica del Cavalcavia Don Lorenzo Milani, meglio conosciuto in zona come Ponte Brunelleschi. Quasi come se gli abitanti avessero voluto porre rimedio all’inspiegabile bizzarria compiuta dalla commissione preposta. Oltre ai rappresentanti dell’ufficio toponomastica infatti, sui nomi delle vie hanno voce in capitolo anche quelli del settore cultura del Comune.
A quei tempi il parcheggio verso il fondo della via era un classico, talvolta in seconda fila. Sul lato più a ovest dell’ovale si trovava l’omonima sala corse. Non c’era molto altro a parte una cancellata arrugginita e un edificio basso, forse una piccola fabbrica.
Quella di via Brunelleschi era una sala famosa e molto frequentata, probabilmente una delle attività più fiorenti della zona. Comprese quelle illegali.
Puntare al bancone, ossia presso i punti di accettazione regolari, era una rarità per gli scommettitori accaniti. Roba da budini. Si marciava dal clanda. Le quote pagate per le scommesse vincenti prima dell’avvento dell’euro venivano espresse in lire da incassare per ogni dieci giocate. Il clanda pagava un punto in più per le quote sotto 20 e due punti in più per quelle superiori. 18 diventava 19 e così via.
In certi casi si poteva puntare senza mettere la fresca prima, ossia senza pagare la puntata in anticipo. Si facevano i conti a fine giornata, o anche settimanalmente, di martedì, perché lunedì era giorno di riposo per i cavallari.
Le sale corse erano un po’ come i vecchi stadi inglesi; prendevano il nome della via in cui si trovavano. «Vado in Ariberto» o «Tizio banca in Brunelleschi.» Gli scommettitori vivono tra gli esseri umani normali, con questi condividono taluni luoghi fisici, come strade o piazze, ma il loro è una sorta di universo parallelo. Iperide lo guidava Albonetti, chi sarebbero questi ateniesi?
In Brunelleschi, appunto, non c’era un solo clanda. I due, per così dire, ufficiali erano Antonio, detto ‘lo Zingaro’, e Peppino. Raccoglievano la maggior parte del gioco e sostavano subito dopo la porta di ingresso, sulla sinistra. Poi c’erano i clanda minori, come Oronzo, con qualche clientino coltivato con pazienza, che ogni tanto raccoglievano qualche scarico, e altri ancora.
I clientini erano giocatori quasi sempre perdenti, ambitissimi da chi teneva il banco, illegale o meno. Ma i clanda avevano grandi vantaggi rispetto ai bookmaker regolari con quel tipo di clientela: oltre a pagare quote più alte, consentivano di giocare a conto e qualche volta chiudevano un occhio se il disgraziato non poteva pagare tutto e subito. Accettavano pagamenti rateali, facevano persino qualche sconto e la giostra non si fermava mai, o quasi.
Quel martedì pioveva di brutto. Gli abiti resi fradici dall’acqua si sarebbero asciugati, in parte grazie al tepore generato dalla variegata umanità che frequentava quegli ambienti ma soprattutto al fumo di centinaia di sigarette. Questo li avrebbe ancor più impregnati di quel tanfo che sua madre odiava e per il quale sarebbe stato certamente rimproverato.
Pensava questo mentre, dopo aver parcheggiato la Panda rossa poco lontano, Secco camminava sotto la pioggia diretto verso la sala.
Per certe cose era un tipo maturato tardi, prendeva tutto come un gioco, e non lo era affatto. Non più.
Pochi passi prima di arrivare alla porta di ingresso, venne investito da un fiume di parole quasi incomprensibili, pronunciate in siciliano stretto. Capì solo ‘prendere’ e ‘oceano’, mentre un ceffone si abbatteva violento sul suo giovane volto appena sbarbato.
A vergarlo era la mano ingiallita dalla nicotina di Saro, socio dei due clanda di cui sopra, e addetto alla soluzione dei casi difficili. Secco sapeva che era un tipo con cui non scherzare mai e ovviamente se ne era sempre ben guardato.
Mentre era in preda a un misto di terrore e stupore gli venne comunicato che un suo assegno, firmato pochi giorni prima per pagare il conto di una giornata perdente, secondo la banca non era coperto. Avevano telefonato. Se non avesse pagato, Saro lo sarebbe andato a prendere anche in fondo all’oceano.
All’epoca, parliamo di inizio anni 90, ci volevano giorni per incassare un assegno e il beneficiario, se aveva dei dubbi, poteva chiedere il cosiddetto benefondi. Cioè un controllo preventivo, effettuato prima che l’assegno arrivi fisicamente alla filiale di appartenenza per essere verificato ed eventualmente pagato. Con gli assegni fuori piazza la procedura richiedeva almeno una settimana e per questo motivo spesso non venivano accettati come forma di pagamento.
Sebbene non fosse uno zanza, anche Secco aveva talvolta praticato la nobile arte dell’assegno postdatato emesso di venerdì pomeriggio, a banche rigorosamente chiuse, per guadagnare qualche giorno e avere il tempo di coprirlo. Era prassi nei periodi di magra, lo facevano tutti. Ma per nessuna ragione al mondo avrebbe fatto una cosa del genere con i clanda di Brunelleschi!
Quell’assegno era a posto. Ne era più che certo. Provò a giustificarsi. Nel frattempo si era radunata una piccola folla di curiosi, fuoriusciti dalla sala. Concordarono di rivedersi l’indomani. Difficile dire se il rossore che gli chiazzava il viso fosse dovuto più all’effetto della manata di Saro o della vergogna che provava.
Corse presso la sede più vicina della Banca Nazionale dell’Agricoltura per chiedere il saldo del conto. Tutto a posto, i soldi per pagare quell’assegno c’erano. Non molto di più per la verità.
Il giorno successivo si recò nuovamente in Brunelleschi, portandosi dietro una copia dell’estratto conto. Scorse Saro in lontananza mentre camminava verso la sala e quando fu abbastanza vicino da poter essere a sua volta riconosciuto, l’uomo interruppe improvvisamente il fitto conciliabolo con un compare. Poi gli andò incontro sorridente e disse: «Si sono sbagliati, scusami, ma io sul lavoro …»
«Se vuoi giocare qualcosa…», aggiunse sbrigativo, indicando i soci all’interno.
Per quel giorno non si fece più nulla ma in seguito Secco sarebbe tornato varie volte.
Quel ceffone immeritato, ma non del tutto improbabile per il suo stile di vita di allora, gli aveva comunque insegnato qualcosa. Essere regolari, sempre, e quando proprio gli eventi prendono una piega imprevista, e si è costretti a non esserlo, mai correre rischi con le persone sbagliate.







