
Fuochi d’artificio da Los Angeles a Oakland in appena due giorni. Il Big One, ampiamente annunciato ma non per questo meno esplosivo, è la firma di LeBron James con i Lakers. A Hollywood non sono abituati a fare le comparse, i playoff mancano dal 2013 e la storia della franchigia è in mano a un nome che la storia l’ha scritta, Magic Johnson. Arriva il re sul Pacifico e in un attimo ai Lakers firmano anche Javal McGee, atletico e pittoresco lungo dai Warriors, e Lance Stephenson, difensore che morde i polpacci e strenuo avversario del numero 23 nelle sfide dei Pacers contro i Cavs. Il giorno dopo da New Orleans arriva pure Rajon Rondo, genio della regia che a 32 anni può portare fosforo e playmaking a LA, in cambio di Julius Randle che fa il tragitto opposto. I Lakers si attivano per costruire un nucleo competitivo per vincere subito e la firma di Kawhi Leonard sembra dietro l’angolo.
Cousins ai Warriors
Ma è appunto New Orleans l’anello di congiunzione che lega Los Angeles con la baia di San Francisco. Perché il giorno dopo i Pelicans perdono anche Demarcus Cousins, che per conto suo meriterebbe un romanzo sui più bizzarri atleti della storia Nba, reduce da un infortunio al tendine d’Achille in primavera che lo restituirà al parquet a gennaio (‘ma io torno per il training camp’ ha dichiarato, per quel romanzo sugli atleti bizzarri aggiungete un capitolo), che firma con i Warriors a sorpresa un contratto da 5.3 milioni. Ovvero l’eccezione salariale di medio livello che Golden State può sfruttare grazie a Durant, che firmando un rinnovo a prezzo di saldo da 30.5 milioni, permette agli uomini della baia di prendersi un altro pezzo da novanta da inserire un quintetto. Un giorno, lontano ma non lontanissimo, il loro quintetto sarà Curry, Thompson, Durant, Green, Cousins. Cinque All Star. Non se ne vedevano tanti insieme da oltre quarant’anni, Boston Celtics nel 1975-76. Altra epoca e altro gioco.
Cousins ai Warriors: i pro
Los Angeles attacca, Oakland risponde. E lo fa con una mossa intrigante e azzardata. Intrigante perché permette a Steve Kerr di inserire nello scacchiere una pedina che non ha avuto nelle precedenti quattro stagioni, ovvero un centro di ruolo e di stazza che fa fare un passo avanti enormi rispetto a Bogut e Pachulia. Poi perché il Cousins visto a New Orleans sembrava avere imbroccato la via dell’illuminazione rispetto ai tempi di Sacramento, meno atteggiamenti rissosi, tanto talento, 25.2 punti di media e 12.9 rimbalzi prima dell’infortunio. Peraltro i Warriors, con il loro meltin pot rivoluzionario in campo e in panchina, sono l’ambiente giusto per completare la redenzione di talenti dalle mani e dalla testa calda, vedi Draymond Green. Un capolavoro del gm Bob Myers che adesso ha una delle squadre più invidiate e complete della storia a un prezzo totale di 195 milioni di dollari. Se Cousins funziona, i prossimi playoff sono soltanto una parata per decidere quante partite ci vogliono prima del titolo. Segna da vicino e da lontano, va a rimbalzo, sa passare la palla, è un difensore credibile se ha voglia. Non esiste nel mondo una squadra che possa difendere contro questa versione dei Warriors. E Cousins arriva consapevole di potere puntare al titolo, dopo una carriera spesa senza avere giocato un singolo minuto ai playoff, con la motivazione di recuperare valore sul mercato dei free agent del 2019. Un affare che conviene a entrambe le parti.
Cousins ai Warriors: i contro
E’ anche un azzardo, che nell’euforia degli ultimi giorni pare essere messo in sottofondo. Cousins viene da uno degli infortuni più debilitanti per un giocatore Nba e raramente chi ha recuperato è tornato quello di prima. Uomini d’area e di stazza che ci siano riusciti sono rari da trovare nei libri di storia. Se è vero che i Warriors al meglio non possono essere contrastati da nessuno squadra Nba, è anche vero che fisicamente tendono a essere logorati da quattro stagioni vissute con tre anelli, arrivando sempre in fondo ma con sempre più infortuni. Steve Kerr nella scorsa regular season a un certo punto non ha avuto nessuno dei suoi quattro All Star, tutti fuori per acciacchi disparati. Da un punto di vista logico, la situazione della prossima stagione rischia di peggiorare l’esposizione agli infortuni e non di migliorarla. Cousins è un passo avanti rispetto a Bogut e Pachulia ma per i primi tre mesi, perso McGee, potrebbero non avere un centro di ruolo nella rotazione. Nella baia quasi tutto luccica d’oro, ma c’è un lato oscuro della luna che solo la perfetta organizzazione dei Warriors ha evitato che venisse alla luce. Lo hanno fatto capire i protagonisti dopo il titolo, perché mettere insieme minuti e distribuzione dei tiri senza scontentare nessuno è arte complicata e imperfetta, senza dimenticare un nervosismo latente nei confronti degli arbitri che ha coinvolto anche un tipo tranquillo come Durant. Con Green e Cousins in campo contemporaneamente, la possibilità di record tutti i tempi di falli tecnici in stagione regolare è concreta. Cousins è uno che divide le opinioni, spacca gli spogliatoi e tende a non farsi amare dai compagni. Anche New Orleans, al netto dell’infortunio, non ha fatto molto per provare a confermarlo nonostante la buona stagione. Senza dimenticare che nella Nba moderna, fatta di continui cambi difensivi, Cousins continua a essere uno che rimane sui blocchi e non ha energia e velocità per adattarsi alle richieste difensive di Kerr. I rischi potrebbero anche essere enormemente superiori alle certezze. E la concorrenza aumenta.
La California protagonista
Ci sono ancora i Rockets in prima fila, i Thunder possono dare fastidio anche se non sono da titolo, circa quattrocento miglia più in basso ci sono i Lakers. Ecco, la prossima stagione sarà completamente dominata, mediaticamente e tecnicamente, dalla California. Alla Oracle Arena e allo Staples Center, se Leonard arriverà, in una partita di regular season da gennaio in avanti potrebbero esserci sul parquet contemporaneamente otto All Star. Una partita delle stelle giocata da due squadre vere. Peraltro in California ci sarebbero anche i Kings di Marvin Bagley, che rischia di essere la seconda scelta di un Draft di cui si parlerà meno nella storia della Nba. Ma sono Warriors e Lakers a calamitare le attenzioni. A memoria non si sono mai viste due franchigie di un singolo stato così ricche di talento nella stessa stagione. Un altro motivo per il quale la Nba potrebbe decidere un giorno di spianare il concetto di Western e Eastern Conference abbinate ai playoff come le conosciamo e mandare a giocarsi il titolo le migliori sedici della regular season indipendentemente da dove provengono. Intanto è chiaro che se amate il gioco e avete in programma una gita negli States, la California è la vostra prima e unica destinazione.










