La non penalità di Verstappen in Austria, il giorno in cui morì la F1 (reprise)

La non penalità a Verstappen per il contatto con Leclerc, diametralmente opposta a quella che penalizzò Vettel in Canada, distrugge ulteriormente la credibilità della F1

Lato A e lato B, come in un vinile degli anni Sessanta, solo che non c’è niente di epico, di romantico e dignitoso nel modo in cui la F1 sta tentando disperatamente di corrompere sé stessa nel tentativo riuscito di dimostrare al mondo che questo è uno sport nel quale le regole vengono scritte per non essere rispettate. Si erano appena spenti gli echi della storia del Canada, con Vettel penalizzato e privato della vittoria per una manovra che non poteva evitare su Hamilton, con il seguito in Francia e la Ferrari umiliata dalla Fia che ha ritenuto non rilevante il suo appello. Quello era il lato A.

Il lato B in Austria, A1 Ring, circuito di proprietà della Red Bull, tribune prese d’assalto da olandesi e tifosi di Verstappen. Precisazione geografica, niente di più. Il sorpasso con cui il giovane olandese si è preso primo posto e vittoria su Leclerc, il giovane francese vestito di rosso, farà parlare forse ancora di più. Perché, sottoposto a indagine da parte dei commissari di gara, non è stato sanzionato e semplicemente derubricato a incidente di gara. Ora non vogliamo entrare nemmeno nel merito di come questa decisione testimonia la mancanza di peso della Ferrari, di cui parleremo più approfonditamente in estate. E nemmeno sottolineare che nell’arco di tre settimane sono andate in scena due decisioni diametralmente opposte che entrambe hanno avuto lo stesso esito, danneggiare il cavallino. Siamo a una fase molto più di superficie, addirittura di buonsenso, semplicemente per citare Mattia Binotto prima che venisse divulgata la decisione di non punire Verstappen: ‘Il regolamento non ci piace, ma parla chiaro. Non puoi spingere un avversario fuori dal tracciato e non puoi causare una collisione che hai la possibilità di evitare‘.

Ha ragione totale. Il regolamento dice che non si può fare e Verstappen lo fa. Non lascia spazio a Leclerc e genera un contatto tra le due vetture. Per la stessa circostanza, Ricciardo è stato sanzionato in Francia, così come Rosberg nel 2016 sullo stesso circuito contro Hamilton. E’ un regolamento sbagliato, è un regolamento che avvilisce l’essenza stessa della competizione, è un regolamento che verrà cambiato, ma è un regolamento in vigore. E la Fia decide di non farlo rispettare. E’ tutto qui, ed è molto semplice. In Canada penalità a Vettel, che peraltro non aveva nemmeno generato un contatto e quindi un incidente con un’altra vettura in una circostanza che non era un duello diretto con un altro pilota ma il tentativo di rimediare a un proprio errore. In Austria i giudici si prendono tempo di parlare con i protagonisti dell’episodio e decidono di non decidere.

Ora è possibile che la decisione di non decidere sia frutto e conseguenza dell’avere deciso di decidere con troppa fretta a Montreal. Ma è un errore lo stesso, anzi è un errore più grave, perché diventa compensazione al contrario. Tutto il mondo aveva reagito chiedendo ai padroni della F1 di lasciare liberi i piloti di correre dopo il Canada, ma nel frattempo il regolamento non è cambiato. Perciò, semplicemente e di nuovo, è stato interpretato. E quando si interpreta, invece di farlo rispettare, si è soggetti a pressioni dirette e indirette e anche, vai a sapere, a valutazioni geografiche. Tipo che in Austria è casa Red Bull e Spielberg è praticamente casa di Verstappen. Oppure non ci hanno nemmeno pensato, al complemento di luogo e al padrone di casa, ma come si fa a escluderlo? Ed è qui che la F1 muore per la seconda volta in un mese. Dal punto di vista disciplinare, non concettuale, perché lasciare i piloti più liberi di duellare in pista è filosoficamente molto più facile da accettare e lascia almeno una traccia di speranza per il futuro.

Perché Canada e Austria fanno conseguenza che in F1 le regole non valgono in assoluto, ma di gara in gara. Come se nel tennis due errori in battuta facessero doppio fallo al Roland Garros ma non a Wimbledon. Come se nel calcio è rigore quando c’è un fallo dentro l’area a San Siro ma si può fischiarlo anche fuori dall’area all’Olimpico. Come se nel basket una schiacciata valesse due punti ai mondiali in Cina ma potrebbe valerne anche tre quando ricomincia la Nba. Come si fa a considerarlo credibile, ancora prima di considerare statisticamente quale scuderia ne trae quasi sempre un danno? Come si esce dall’imbuto di uno sport nel quale l’esito di due delle ultime tre gare, ovvero quelle combattute e non la tipica parata Mercedes, viene omologato qualche ora dopo o un paio di settimane dopo la bandiera a scacchi?

La risposta è una sola e ha due lettere. No. Non è più credibile e non è nemmeno divertente. E qui non si tratta di aggiustare, limare, migliorare il regolamento e aggiornarlo come si fa con le vetture nel corso della stagione. Bisogna dargli fuoco, come dice Vettel, e ripartire da un foglio bianco. In qualsiasi sport, ma in un senso ancora più ampio in qualsiasi contesto sociale che richiede regole e regolamenti per potere essere gestito, la base imprescindibile è che ci siano punti di riferimento ai quali potersi aggrappare nei momenti dubbi. In F1 non c’è e ogni settimana scopriamo che di punti di riferimento ce ne sono sempre meno, anche quando vengono fatti passare per tentativo di mettere una toppa a errori precedenti. E’ paradossale che il regno dell’eccellenza tecnica e agonistica si stia trasformando in un guazzabuglio medievale nel quale l’unica certezza è che non ci sono certezze. E non si può nemmeno catapultarsi a Honolulu in attesa di un futuro migliore, come faceva mago Merlino ne La spada nella roccia.