
Golden State Warriors rivoluzione, squadra da regular season, da playoff o entrambe? – La suggestione, quando si parla della squadra della baia, è sempre in agguato. Lo scorso anno entrarono nella storia dalla porta davanti e da quella di dietro. Prima vincendo 73 partite come mai nessuno prima in regular season. Poi perdendo una finale da un vantaggio di 3-1. Come mai nessuno prima. Quindi portando a Oakland uno dei cinque migliori giocatori della Lega, Kevin Durant, nello scambio più discusso dell’estate. Infine puntando ancora una volta su una scommessa estrema, l’evoluzione di quella originale architettata da Steve Kerr quando nel 2014 accettò l’incarico di capo allenatore dei Warriors. Ovvero vincere con un attacco che non può essere fermato, al massimo limitato, rivoluzionando il concetto di ‘buoni tiri’ e ‘tiri che devono essere presi’. I buoni tiri dei Warriors negli ultimi due anni sono stati quelli che ogni allenatore negherebbe con un po’ di buon senso ai suoi giocatori. I tiri che devono essere presi sono quelli che hanno un senso solo nella baia, follia per tutti gli altri. L’estremismo, con Durant nel roster, è privarsi della difesa di un lungo come Bogut per affidarsi a gente come Pachulia e McGee.
Golden State Warriors rivoluzione, il dilemma – E da qui la domanda: questa filosofia può essere vincente in assoluto o funziona perfettamente in regular season ma è destinato a incepparsi ai playoff? Il quesito non è peregrino. Il titolo dei Warriors del 2015 arrivò prendendo di sorpresa l’intera Nba e fu vinto contro una Cleveland che non aveva Irving e Love. La versione del 2016 è entrata nella storia del gioco ma ha generato dubbi di altro genere perdendo il titolo. Puoi non avere armi contro di loro se li affronti una volta ogni tanto dentro 82 partite, ma alla lunga, se hai talento e armi difensive come i Cavs al completo dello scorso giugno, puoi batterli. Perché Golden State nell’ultima finale non aveva alternative. O segnava più degli altri, o non poteva vincere le partite nella propria metà campo. O continuava a essere speciale, nella qualità dei tiri presi e nelle loro percentuali di realizzazione, o non poteva vincere facendo la squadra normale. I Cavs hanno normalizzato le ultime tre partite delle Finals e le hanno vinte mettendo la palla in mano a chi sapeva fare canestri più logici, o più fisici: LeBron James e Kyrie Irving. Ma erano Warriors spremuti dal tentativo riuscito di entrare nella leggenda vincendo 73 partite di regular season. Quelli di oggi non devono battere i Bulls del ’96 per il libro dei record e hanno in testa solo l’anello. Basterà in primavera, quando in una serie a sette partite i tuoi avversari iniziano a trovare contromisure dopo un paio di volte che ti giocano contro?
Golden State Warriors rivoluzione, i numeri – E’ la domanda più intrigante della regular season. Avrà risposta solo ad aprile e finora si può rispondere soltanto con i numeri delle prime venticinque partite. Che sono comunque sorprendenti. Facciamo che non vi stupite di trovare i Warriors in cime alle statistiche offensive, perché sono stati concepiti e costruiti per segnare più di chiunque altro. Sono la squadra che segna di più nella Nba, 118 punti a partita. A distanza siderale seguono Houston, 111.6, e Cleveland a 111.5. Sono la prima squadra per assist. Di gran lunga. Ne distribuiscono 31 a serata, unici oltre quota trenta, segue ancora Houston a 24.9 e Boston a 24.8. Sono la squadra che tira meglio dal campo, il 49.8%, mandano a bersaglio un tiro su due. Segue Toronto al 47.5% e Houston al 46.7%. Questi sono numeri che fisiologicamente caleranno ai playoff, se non nella seconda parte di regular season.
Ma ci sono anche numeri dove i Warriors non vi aspettereste di trovarli. E sono prettamente difensivi. Per esempio nel numero di stoppate a partita, 6.5. Primi della Lega davanti a New Orleans a 6 e New York a 5.9. Oppure nei recuperi, 9.6 di media. Anche qui primi davanti ad Atlanta e Indiana a 9.2. Queste non sono cifre di una squadra che non difende, o che difende poco. Ma rimangono cifre di inizio regular season e non completamente attendibili. Un possibile scenario di quello che potrebbe succedere in primavera si è visto nella sconfitta di Memphis, con i Grizzlies che portando fuori dall’area un lungo come Gasol impediscono alla difesa dei Warriors di generare palle perse, transizione e assist. Non sono nemmeno tra le prime dieci squadre per rimbalzi complessivi, mentre lo scorso anno furono quarti con 46.2 di media. Oggi viaggiano a 44.3 e sono tredicesimi. C’è meno presenza in area e si sapeva. Quanto costerà ai playoff, quando l’incidenza del controllo dei vetri aumenta esponenzialmente? Altro dato interessante, da aggiornare su un campione maggiore di partite: i Warriors segnano 125 punti di media quando passano due o più giorni tra una partita e l’altra, che scendono a 118.6 quando il giorno di riposo è uno solo come durante le serie playoff. Curiosamente però tirano meglio quando si riposano di meno, il 51.1% contro il 48.1%.
Al contrario, si può dire che con un telaio completamente rifatto i Warriors stanno viaggiando a una media punti a partita che è la più elevata degli ultimi anni e che stanno migliorando i 114.9 segnati nel 2015-16 e 110 del 2014-15, quando erano già il migliore attacco della Lega. Significa che in due stagioni hanno aumentato di 10 punti di media il loro fatturato offensivo, un numero spaventoso. Lo stanno facendo con l’intesa tra Durant e compagni di squadra da costruire da zero. E tirando dall’arco con il 37.9%, peggio di Cleveland e San Antonio (le uniche sopra il 40%) che sono le più accreditate avversarie per il titolo. Ovvero segnano di più dipendendo meno dal tiro da tre punti, quando lo scorso anno tiravano il 41.6% da fuori e nessuno faceva meglio di loro. Significa che hanno aggiunto altre armi e che una notte di mira sbilenca non necessariamente li manda fuori dalla partita come successo nelle parte conclusiva delle ultime Finals. Anche se la differenza tra casa e trasferta (42.3% contro 34.3%) e tra vinte e perse (40.8% contro 24.3%) dimostra che l’arco rimane nevralgico. Come rimane nevralgico il ruolo di Draymond Green, il nome di cui si parla meno. La sua assenza in gara 5 contro Cleveland mandò la finale in direzione dei Cavs. E’ l’unico nome di Golden State tra i primi cinque di ogni statistica individuale, secondo nei recuperi con 2.3 dietro Chris Paul. Le cifre che dovete guardare non sono punti, o rimbalzi, o assist in lieve calo rispetto alla scorsa stagione. Ma il rapporto tra perse e recuperate. Che è migliorato da 3.2/1.5 a 2.0/2.3. L’anno scorso c’era circa un recupero ogni tre perse. Adesso il numero di recuperi è superiore alle palle perse. L’uomo dell’equilibrio. Se non va fuori giri emotivamente, e sembra capitargli meno spesso che in passato, i Warriors possono davvero essere inarrestabili. Anche se la domanda avrà risposta solo tra sei mesi.







