
Crisi Cavs, inverno duro per i campioni – La sera di Natale, con quel canestro monumentale di Irving che diede la vittoria ai Cavs contro i Warriors – forse era passi ma probabilmente per il regolamento Nba no – i campioni andarono a dormire pensando che quelli della California si potesse batterli sempre. In fondo vincevano da quattro partite consecutive contro Golden State, gli avevano strappato il titolo dalle mani a giugno, a casa loro, sotto 3-1. E se vinci contro i Warriors, in questo momento, sei più forte di tutti gli altri. Ma quel momento era appunto Natale e nel frattempo non solo i Cavs hanno scoperto di non essere più forti di tutti, come dimostra la triturata presa alla Oracle Arena venti giorni dopo, ma il resto della Lega ha scoperto che i campioni si possono battere. A volte quasi agevolmente, come Cousins ha dimostrato il 25 gennaio segnando un sottomano da All Star Game, difesa non competitiva dei Cavs alla Quicken Loans Arena, anche se in ballo c’era una vittoria che si è trasformata in supplementare e sconfitta. L’inizio di inverno di Cleveland è stato rigido come il suo clima. Ed ecco perché.
Crisi Cavs, i motivi tecnici – Vincere è dura e rivincere ancora di più. L’hanno detto e lo ripetono tutti. Che i Cavs abbiano meno fame, in una Eastern Conference nella quale più o meno possono accendere e spegnere a piacimento senza mettere a rischio il primo posto, vedasi Toronto che perde cinque partite consecutive quando i campioni ne perdono sei su otto, è fisiologico. Che lo sconfinamento in territorio epico delle ultime Finals abbia sgonfiato il sacco dell’intensità, qualcosa di simile ad altri livelli è successo al Leicester di Ranieri dopo l’impresa in Premier League, pure. C’è anche che rispetto alla scorsa stagione se ne sono andati Dallavedova e Mozgov, uomini di rotazione di quelli duri e intensi anche se poco appariscenti nelle statistiche, e c’è stato anche l’infortunio a un uomo chiave come JR Smith che cambia volto alle partite, a volte in bene e a volte in male, dalla panchina. E’ arrivato Kyle Korver da Atlanta, specialista del tiro ma non certo trascinatore emotivo, e i Cavs dipendono disperatamente dalla propria nobiltà: James, Irving, Love, quasi sempre in quest’ordine.
Crisi Cavs, la diatriba interna – Ora LeBron è re e sovrano dell’intera Cleveland e dell’Ohio. Uno dei motivi più discussi e gustosi della crisi di inizio inverno è proprio in una probabile diatriba con il proprietario della franchigia, Dan Gilbert. Quando nel 2014 James decise di traslocare al contrario i suoi talenti da South Beach alla città natale, fu convinto anche dalla promessa di Gilbert di investire sul salary cap, indistintamente e indipendentemente dalla luxury tax che si paga quando il tetto salariale viene sforato. Per andare in finale nel 2015, Gilbert pagò 82 milioni di dollari in salari e 7 di luxury tax. La stagione scorsa, quella del trionfo, la cifra era salita a 107 milioni e la tax a 54. Quest’anno siamo a 127 milioni e 27 di tax. Cifre che crescono e cresceranno anche con gli adeguamenti salariali della prossima stagione, ma rimane che i Cavs in tre anni hanno speso più di qualsiasi altra franchigia della Lega. Ma le sconfitte fanno dimenticare i bonifici bancari e dopo la sconfitta del 23 gennaio a New Orleans il re aveva tuonato: ‘Ci manca un playmaker, ma spero che i Cavs non si ritengano soddisfatti come organizzazione. Abbiamo fatto grandi cose finora, ma credo che dobbiamo migliorare ancora se vogliamo bissare il titolo. Se questa è l’intenzione della franchigia‘.
Crisi Cavs, la reazione del management – Le dichiarazioni del sovrano fanno scalpore ma mettono di malumore il proprietario, se incidentalmente significano che la scelta di migliorare o meno, da parte dell’organizzazione, sia limitata semplicemente allo spendere più dollari. Il gm David Griffin ha buttato acqua sul fuoco specificando che gli obiettivi della franchigia sono chiari, vincere altri anelli, ma lo strappo è rimasto. In mezzo ci si è ricamato. L’aggiunta di Korver ha portato un tiratore in più a Cleveland, ma fatto risparmiare ai Cavs diversi milioni di dollari nel salary cap e lasciato aperto un buco nel roster che non è stato colmato in tre settimane. Proprio dove James ha dichiarato che serve un uomo in regia. Da New York è arrivata la voce di un possibile scambio tra Carmelo Anthony, amico intimo del re, e Kevin Love. Rifiutato dai Cavs, anche perché obiettivamente non avrebbe nessun senso tattico (per i campioni, non per i Knicks). ‘Possiamo spendere altri soldi se necessario, ma solo per il pezzo giusto al momento giusto‘ ha aggiunto Griffin.
Crisi Cavs, le prospettive – Naturalmente i Cavs torneranno a vincere in regular season e le critiche per il momento si placheranno. Ma dentro le righe battute da LeBron James c’è un malcontento che non si ferma al record della regular season o alle prospettive di post season. Quando il re dice che Kay Felder, DeAndre Liggins, Jordan McRae sono giovani di prospettiva che in questo momento non ti aiutano a vincere una partita playoff, implicitamente critica la costruzione del roster da parte del management. Quando ricorda che veterani come Raymond Felton e Michael Beasley in offseason hanno firmato al minimo salariale con Clippers e Bucks, intende la stessa cosa (che poi Felton e Beasley avrebbero spostato davvero poco, a conti fatti, è un altro discorso). Menzionando anche Dahntay Jones, aggiunto per i playoff la scorsa stagione e rilasciato in estate, stesso discorso. Il re ha firmato un rinnovo biennale in estate da 64 milioni e il 2018 non è così lontano. All’epoca avrà 34 anni e sarà davanti a un bivio prima di avviarsi verso la fase finale della carriera. Perciò, indipendentemente dai risultati di questi giorni, ciò che succede a Cleveland in queste settimane potrebbe essere decisivo per capire cosa succederà nei prossimi due anni. Il 23 febbraio, quando la trade deadline sarà passata, avremo qualche indizio in più.




