
Una cosa stavo pensando, mentre superavo i controlli dello United Center di Chicago per andare a ritirare il mio accredito. Che l’ultima partita dei Bulls, oltre che la prima, l’avevo vista nel 1997.
C’era la Lira, c’erano le Torri Gemelle, c’era già Francesco Totti e c’era ancora Michael Jordan, in quella stagione poi conclusa (ovviamente) con un Anello al dito. Accanto a MJ, un discreto supporting cast composto tra gli altri da Scottie Pippen, Dennis Rodman, Toni Kukoc, Steve Kerr e un Robert Parish a fine corsa. Elvis Presley e James Dean avevano da fare.
Era la mia prima volta negli Stati Uniti, quella. Il mio primo volo anche, a 30 anni suonati. Sei giorni a New York insieme al mio amico Bebbo, dal 17 al 23 febbraio, e grazie a una serie di congiunzioni astrali in tasca anche due biglietti di piccionaia per Washington Bullets-Chicago Bulls. Si trattava però di noleggiare una macchina, uscire dal traffico della Grande Mela, cavalcare una Highway di 16 corsie a 90 all’ora e individuare l’American Airlines Arena, la casa dei Bullets prima che una bacchetta magica li trasformasse in Wizards.
Sembra facile, nel 2018. Lo fu molto meno nel 1997. Senza Internet e Google Maps, con le teste immerse in una decina di cartine geografiche che neanche Marco Polo. Anche perché nelle Highway statunitensi, se sbagli un’uscita puoi tornare indietro due Stati più avanti.
Contro ogni previsione di parenti e amici riuscimmo nell’impresa, anzi arrivammo all’Arena con due ore di anticipo. Il tempo di salutare Bill Clinton, presente alla partita ma con la patta rigorosamente sbottonata (piena epoca Lewinski, quella) e di assistere alle scene di delirio collettivo nel momento in cui i Chicago Bulls mettevano piede in campo. Roba da Beatles e Rolling Stones Anni 60. All’ingresso di Washington, che teoricamente quella sera interpretava la squadra di casa, spenti applausi di circostanza. Di quei Bullets ricordo Rod Strickland e Gheorghe Muresan, che peraltro si accapigliò per tutta la partita con Rodman. Poco altro.
MJ segnò 11 punti nei primi tre periodi e appena 27 nell’ultimo, vincendo la partita nel momento in cui Chicago, quasi per noia, rischiava di lasciarla lì. Io e Bebbo in adorazione mistica, per tutto il tempo, nonostante la nostra residenza ci imponesse una sorta di solidarietà tra Capitali. Macché. L’avevamo visto giocare dal vivo, il 23. Esisteva. Missione compiuta.
Ripartimmo alla volta di New York intorno alle 23, per un viaggio che sapevamo sarebbe durato intorno alle tre ore. Dissi a Bebbo, tranquillizzandolo: “Guida tu che sono un po’ stanco però io ti faccio compagnia per tutto il tempo”. Mi svegliò lui nel cuore di Manhattan, intorno alle 3 AM, davanti all’ingresso del parcheggio della National Rent-a-Car.
A quel lontano ricordo pensavo mentre varcavo il Gate dello United Center, che di storia ne può raccontare a vita ma ora mi sa un po’ spelacchiato, tra l’arrugginito e il nostalgico. Poi, entrato nello Store dei Bulls, mi è caduto l’occhio sulla canotta numero 22 di Chicago, quest’anno indossata da tale Payne. Cognome diffuso negli States ma per me associato nei secoli dei secoli a Kenny. Kenny Payne. Correva in quel caso l’anno 1992, ma purtroppo correva solo lui nella Virtus Roma che a metà stagione decise di rinforzarsi firmando questo misterioso Payne, in arrivo da Philadelphia con qualche brano significativo di NBA alle spalle.
Se nel 1997 si faticava senza Maps, immaginate quanto nel 1992 fosse semplice informarsi su un nuovo acquisto. Ci si atteneva a quanto scritto da Superbasket e dai quotidiani. Poteva aiutare uno degli Yearbook NBA che ogni anno acquistavo all’edicola di via Veneto. Per il resto si fantasticava allegramente, cercando di leggere nello sguardo della fotina che accompagnava il pezzo un barlume di leadership, una lacrima di talento, un’idea di fuoriclasse in fieri.
Payne arrivò a Roma con la fama di tiratore, leggende metropolitane mai verificate raccontavano di sensazionali sedute di tiro a Settebagni che Steph Curry scansate. In realtà a Roma Kenny tirò tanto, segnò poco e lasciò zero rimpianti. Tiratore si era detto, infatti, non realizzatore. I più attenti tifosi del Palaeur annotarono soprattutto due aspetti, vedendolo: gli scalda-muscoli bianchi indossati anche a maggio inoltrato e l’esagerata eleganza. Mai un tuffo su un pallone, mai uno strillo, una schiacciata, un cazzotto. “Questo gioca pe’ hobby, semo andati a prende l’unico americano nero de famija ricca”, chiosò accanto a me il genio che tutti gli anni dava un senso al mio abbonamento di Tribuna Lato Lungo (se ne parla anche qui).
Ricapitolando. Sono entrato allo United Center con in testa MJ, che speravo di incrociare dato che i Bulls sfidavano gli Hornets di cui è Presidente, e Kenny e/o Cameron Payne. Come entrare all’Olimpico pensando contemporaneamente a Francesco Totti e Fabio Junior.
Ovviamente, il Payne dei Bulls ha giocato poi una partita strepitosa, da splendido secondo violino accanto a Zach LaVine: 21 punti, tutti da triple (7/11) e una raffica di 5 di fila nel terzo quarto.
Da Kenny a Cameron, poco cambia. No Payne, no gain.
(Ah, dimenticavo. Chicago è una città di una bellezza irreale!)






