Basket NBA, il mio diario. Golden State come gli U2, l’intermittenza dei Warriors…

La terza puntata del mio diario, tra i Warriors accolti come rockstar a Brooklyn e i saluti finali a una città che non smette mai di sorprenderti.

Basket NBA Il mio diario. Terza puntata. Golden State come gli U2.

Il mio viaggio a stellestrisce si è concluso con i fuochi d’artificio, ovvero con la data di Brooklyn del tour invernale dei Golden State Warriors. E sì perché con l’addizione di Kevin Durant la squadra di Steve Kerr si è trasformata in quanto di più simile a una rock band su scala planetaria.

Un Barclays Center completamente esaurito ha accolto i vice-campioni del mondo come se fossero gli U2. Migliaia di persone un’ora abbondante prima della partita già nell’Arena ad attendere per il riscaldamento Bono e The Edge, qualche minuto dopo Durant e Curry presi d’assalto per una foto e un autografo al momento di rientrare negli spogliatoi. Nell’altra metà campo alcuni simpatici buontemponi con la maglia dei Nets, che in teoria sarebbero stati la squadra di casa e invece completamente dimenticati.

Basket NBA Il mio diario. Terza puntata. Golden State come gli U2.

Senza Draymond Green, tornato frettolosamente a San Francisco per la nascita del primogenito (pare scalciasse molto, nella pancia della signora Verde), i Warriors hanno fatto inferocire coach Kerr con un primo tempo svogliato, giocato male in attacco e peggio in difesa.

 

All’intervallo si è andati sul 65-49 per i padroni di casa, vantaggio anche stretto per Bogdanovic e compagni, ma la schiacciata con la quale KD ha inaugurato il terzo quarto ha lasciato intendere che avremmo assistito a tutt’altra partita, da lì in avanti.

Svantaggio recuperato in un amen (17-2 il parziale in apertura di terzo periodo) e secondo tempo da 68-36 in favore dei Warriors (sì, 68-36!). A conferma che con l’80% delle attuali squadre NBA, i Warriors possono chiudere la partita in dieci minuti ma possono anche rischiare di buttarla via. Questione di interruttori e di intermittenze, che sotto Natale hanno sempre il loro fascino.

Basket NBA Il mio diario. Terza puntata. Golden State come gli U2.

I Nets non costituivano certo un banco di prova attendibile ma nel primo tempo hanno spaventato e non poco le rockstar di Kerr. Poi il giorno di Natale i Warriors hanno dilapidato 14 punti di vantaggio nell’ultimo quarto della gara persa a Cleveland specchiandosi un po’ troppo nella propria (indubbiamente splendida) immagine riflessa. Qualche leggerezza difensiva, almeno tre contropiede non finalizzati, e poi certo il talento straripante di Irving e Lebron a rimetterla in piedi e portarla a casa.

Tra pepite di pollo fritte paracadutate dal soffitto del Barclays Center e un centinaio di magliette sparate sul pubblico, la partita si è trascinata stancamente fino alla sirena, col quintetto migliore riportato in panchina da Kerr a qualche minuto dalla fine. Il giorno dopo, sempre alle 19.00, si sarebbe giocato a Detroit nell’ennesimo back-to-back della stagione dei Warriors.

Basket NBA Il mio diario. Terza puntata. Golden State come gli U2.

E’ l’NBA, bellezza, si gioca a distanza di 20 ore e a qualche ora di aereo, il giorno di Natale e tutte le volte che il mercato lo richiede. Quattro partite NBA e una di NCAA hanno accompagnato il mio viaggio a New York, l’ultimo giorno è servito solo a farmi salire la nostalgia preventiva per la Grande Mela, che il 24 pomeriggio ho salutato per la settima volta. Ci sarà un’ottava, su questo non ci sono dubbi, ma mi sembra un po’ presto per parlarne, a poche ore dal rientro a Fiumicino.

Il mio ultimo giorno a Manhattan l’ho impiegato per una sorta di “best of”, una passeggiata infinita tra street e avenue senza costrutto, lasciandomi guidare da istinti, odori e ricordi. Città pazzesca, che non finirà mai di sorprendermi. Se devi fare pipì ed entri da McDonald’s non ti puoi avvicinare alla toilette se non ti procuri uno scontrino ma se entri all’Hilton puoi attraversare indisturbato la Hall (un pelo meno spaziosa della Piazza Rossa), fingerti cliente ed utilizzare un bagno “cinque stelle” senza che nessuno abbia da ridire. Io l’ho fatto, con soddisfazione non comune e dispensando sorrisi a chiunque mi si parasse davanti.

Basket NBA Il mio diario. Terza puntata. Golden State come gli U2.

Ci sarebbe poi da trattare una volta per tutte il tema del refill nei fast-food, ovvero la possibilità di ricaricare infinite volte il bicchiere che ti viene consegnato nel momento in cui ti viene rilasciato uno scontrino. In pratica paghi un bicchiere, bevi quanto vuoi. Bene, ho visto comitive italiane di dieci persone pagare un solo bicchiere e ricaricare all’infinito, ho immaginato che dalle nostre parti qualcuno si presenterebbe da MC con una latta da 25 litri. Non siamo ancora pronti per il refill, ammettiamolo. Ci siamo appena abituati alla formula “all you can eat”, un passo alla volta.

Per quanto mi riguarda New York è un parco giochi all’aperto che non chiude mai, immaginate cosa potesse essere di 23 dicembre: vetrine illuminate, mappino ovunque, negozi presi d’assalto, Babbi Natale come se piovesse. Impressionante il dispiego di forze dell’ordine intorno alla Trump Tower, grattacielo iper-sfarzoso e anche un po’ kitsch che affaccia sulla 5th avenue e che da qualche settimana viene sorvegliato 24h per timore di proteste e manifestanti.

L’attentato di Berlino ha avuto ripercussioni immediate anche a New York, molti dei mercatini natalizi sono stati chiusi per qualche ora in via precauzionale.

Basket NBA Il mio diario. Terza puntata. Golden State come gli U2.

Ho salutato New York consapevole una volta di più di non averci capito nulla: decine di barboni che sopravvivono di notte a temperature polari acciottolati su edifici che ogni giorno maneggiano il Pil di uno Stato africano, una città che tende a stritolarti ma che ti sorride sempre. Quest’anno mi è caduta l’attenzione sui saluti più in voga tra la popolazione indigena: i newyorchesi raramente si limitano a un banale “bye” o al classico “have a good day”. In uscita da qualche negozio sono stato congedato dal bellissimo “stay warm” o dal più complesso “enjoy your holidays”.

Il numero uno però rimane il capotreno della sorta di intercity New York-Boston durato poco più di 4 ore che mi ha portato a casa dei Celtics. In arrivo, presa la parola con l’enfasi dello speaker del Madison Square Garden, ci ha ringraziato per aver viaggiato con l’Amtrak e per la pazienza rispetto agli 8 (!!!) minuti di ritardo e poi si è congedato così. “Welcome to Boston, I wish you a sparkling day”. L’augurio per una giornata frizzante, effervescente… Trenitalia, prendete nota. Applausi. Ciak.