Crisi Ferrari: i motivi

A metà mondiale, la Ferrari non ha ancora vinto una gara. E' lontana dalla Mercedes, ma è stata ripresa dalla Red Bull. I motivi del disastro coinvolgono tutti. Piloti, vettura, management

Doveva essere la stagione dell’aggancio alla Mercedes, se non del sorpasso. Invece il 2016 si sta trasformando in crisi Ferrari. Che non solo non ha raggiunto le frecce d’argento, ma si è invece fatta raggiungere dalla Red Bull e spesso in qualifica le sta davanti anche la Force India. E’ una crisi che coinvolge tutti. Piloti. Vettura. Management.

Piloti – E’ chiaro che nella crisi Ferrari ci sia più responsabilità di chi pensa e mette in pista una vettura difficile da interpretare. Ma Vettel e Raikkonen la sfruttano peggio di come potrebbero. Il tedesco è la controfigura del condottiero rosso venuto a guidare la riscossa nel 2015. Non sorride, non guida in qualifica come potrebbe, c’è almeno un errore in ogni gara. Inizia a parlare pericolosamente per slogan, come l’ultimo Alonso ferrarista. ‘Niente panico, possiamo imparare dalle sconfitte’. Ma vedere un pilota velocissimo al sabato che fatica a fare seconda fila non è solo questione di vettura che non cammina.

Raikkonen è l’emblema della crisi Ferrari. Ha vinto il suo unico titolo dieci anni fa. E’ palesemente annoiato dalla F1. Si definiscono brillanti alcune sue prestazioni che sono semplicemente piatte. Sta davanti in classifica a Vettel per demeriti e sfortuna del tedesco. Gli viene concesso il rinnovo per il 2017, a 35 anni, perché ‘Così gli leviamo pressione dalle spalle’ (cit. Arrivabene). Come se un pilota che ha vinto un mondiale a quell’età debba essere difeso dalle aspettative. E con Verstappen diciottenne, in Red Bull, che dovrebbero fare?

Vettura – La crisi Ferrari è anche nella SF16-H. Una vettura che doveva essere rivoluzionaria, ma si è dimostrata fragile e impossibile da regolare. Che non reagisce postivamente agli aggiornamenti. I tanti ritiri di Vettel e Raikkonen. L’incapacità di interpretare le gomme. E di farle funzionare con temperature e condizioni diverse.  ‘Non ne sappiamo niente’ ha detto Jock Clear, direttore degli ingegneri di Maranello, riguardo alle Pirelli.

Un’aerodinamica deficitaria, come dimostrano i distacchi di Barcellona e Silverstone. Una power unit che non raggiungerà mai quella Mercedes, ma che è stata raggiunta e superata dalla Renault montata sulla Red Bull. E’ il fallimento di James Allison, direttore tecnico che stavolta la firma sulla vettura 2016 l’ha messa per intero. Le cose non miglioreranno nella seconda parte di stagione.

Management – Marchionne, presidente, e Arrivabene, team principal. Erano arrivati tra proclami aggressivi. Si erano dissociati dalla precedente gestione Ferrari, che aveva prodotto titoli a iosa e ne aveva persi un paio (2010 e 2012) all’ultima gara. Avevano messo le mani avanti sul progetto 2015, che ha prodotto tre vittorie mentre al giro di boa nel 2016 c’è ancora uno zero nella casella dei successi. Avevano promesso rivoluzione nelle regole. E ai tifosi che avrebbero lottato per il titolo. E’ successo l’esatto contrario. Nessuna rivoluzione, tanta restaurazione.

La crisi Ferrari è racchiusa in questa contraddizione. Da un lato scelte conservative (piloti, politica, rapporti con gli altri team). Dall’altra estreme in pista (sviluppo, strategia ai box) per provare a recuperare azzardando o forzando le mosse.

La Ferrari è a un bivio. Non ha ancora abbandonato il fallimentare progetto 2016, non si sta dedicando completamente a quello 2017. Quando le regole cambieranno e sarà fondamentale non avere il gap monumentale che ha permesso alla Mercedes di dominare senza rivali dal 2014. Non ha voluto rischiare con la coppia di piloti, rinnovando un mansueto Raikkonen per non infastidire Vettel. Invece di provare a dare una possibilità a un giovane. Uno dei piloti della nuova generazione che probabilmente sono anche più veloci nell’adattarsi alle condizioni mutevoli di queste monoposto. Si continua a parlare di sfortuna. Si mettono in dubbio i fornitori di materiali esterni quando ci sono problemi meccanici che si ripetono, come quelli al cambio.

La verità è che Maranello, come aveva detto Briatore, è isolata da dove la F1 si pensa e si fa. L’Inghilterra. Ma soprattutto Ferrari è una concezione di automobile opposta a quella che ha preso strada in questi anni. Nel mondiale e sulle strade di tutti i giorni. Il Cavallino ha sempre costruito motori egregi, ma non ha nessuna esperienza di ibrido perché per la sua produzione stradale non ne ha mai avuto bisogno.

Ecco perché pensare di vedere la Ferrari competitiva nei prossimi anni potrebbe non essere una buona idea, se si vuole evitare di rimanere delusi. L’evoluzione dei motori e della F1 va più veloce di quanto Maranello sia capace di adattarsi. E la rivoluzione voluta da Marchionne finora ha prodotto solo titoli di giornali. Ammesso che prima o poi si prenda una strada concreta per colmare il divario con i rivali, potrebbero volerci anni prima di colmarlo. Forse decenni. E non è un mondo che è disposto ad aspettare così tanto. Quello motoristico tanto meno.