
La lotteria dei rigori, per l’ennesima volta infausta per l’Italia, ha chiuso anche la parentesi di Antonio Conte e del Contismo alla guida della nazionale.
Se ne era iniziato a parlare dopo la vittoria contro il Belgio, se ne continuerà a parlare in terra inglese e ancora a tinte blu, nella sua nuova esperienza con il Chelsea. Ma cosa lascia il Contismo in eredità al nuovo Ct Ventura e al movimento?
In realtà, sul piano pratico, molto poco. Se tutti sono concordi sul fatto che il vero talento azzurro visto a Euro 2016 sia quello che sedeva (o meglio stava in piedi, davanti) in panchina, una volta tolto lui resta ciò che c’era prima. Ovvero poco talento generale, una penuria assoluta tra gli attaccanti, un reparto difensivo avanti con l’età.
Ecco perché il Contismo va valutato in un contesto specifico. Perché non significa costruire, o programmare. Significa ottimizzare e fare rendere ciò che c’è nel giardino di casa in maniera anche superiore alle sue possibilità. Ha funzionato in un momento storico difficile e in ribasso per il calcio italiano. Ma non ha – non per sue responsabilità – costruito qualcosa di definito. Lascerà in eredità un gruppo cementato e coeso, ma che si era cementato e coeso molto più intorno al Contismo che intorno all’azzurro della nazionale. E molto spesso nella storia, con Ct diversi, il gruppo è riuscito a emergere.
E quindi in realtà il Contismo non ha fatto maturare o messo in mostra nuovi giocatori. Difesa? Rugani nemmeno c’era, Ogbonna è stato soltanto un rimpiazzo, tutto si regge sui vecchi della Juve. Centrocampo? Il reparto più sfortunato, ma Marchisio, De Rossi e Candreva a livelli diversi hanno già sviluppato il proprio massimo potenziale. Peccato per Verratti, che non c’era.
Forse il Contismo ha generato fiducia nei propri mezzi a giocatori come Parolo, Darmian, De Sciglio, che durante la stagione vanno a corrente alternata. Ma rimangono da verificare sul lungo termine. Attacco? Pellè è boa generosa ma non bomber puro, Eder gioca nel Contismo perché si sacrifica più che per come tocca il pallone. Insigne ha avuto sprazzi, ma sarà Ventura a farlo crescere. El Shaarawy non ha giocato nemmeno un minuto. Immobile è arma dalla panchina, che il nuovo Ct conosce bene, ma la sua carriera non è decollata e anzi è involuta negli ultimi due anni.
Insomma è un’Italia in mezzo al guado. Il Contismo forse un giorno tornerà azzurro (‘è un arrivederci’ ha detto Conte a fine Europeo), ma per andare ai Mondiali di Russia 2018 e fare bella figura non si capiscono ancora figure e potenzialità. La sensazione è di indefinito. Proprio perché l’unica cosa di definito, il Contismo appunto, trascina sé stesso oltre la Manica. E conferma ciò che si sapeva dall’inizio: che Conte vuole essere allenatore e non un selezionatore. E quando un allenatore lascia la nazionale, la nazionale perde una guida più di quanto guadagni nella direzione che ha preso. Che rimane, appunto, indefinita.









