La tripletta mondiale di Sagan, l’uomo che ribalta il concetto stesso di ciclismo

La tripletta mondiale di Sagan, l'uomo che ha inventato un nuovo modo di correre e vincere, solo contro tutti

Prendete in mano l’albo d’oro dei mondiali di ciclismo su strada. Lo sapete già che fino a ieri non ci avreste trovato altro che storiche doppiette, perché vincere un mondiale è dura ma replicare è durissima quando ti confronti in un colpo secco contro i migliori ciclisti del mondo. Ci trovate le due vittorie consecutive di Van Steenbergen e quelle di Van Looy, due belgi che dicono poco a chi non è appassionato di storia sportiva tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Ci trovate due doppiette a noi care, quelle di Bugno nel 1991 e 1992 e di Bettini nel 2006 e 2007. Quella del Grillo era stata l’ultima, prima che comparisse Peter Sagan a bussare all’Olimpo del ciclismo. Poi appunto lo slovacco aveva vinto a Richmond nel 2015 e a Doha nel deserto nel 2016.

Tre vittorie ai mondiali le avevano ottenute, in anni diversi, Binda, Merckx e Freire. Puro distillato di leggenda. Ma la tripletta nella storia non era riuscita a nessuno. Vincere è dura, replicare è durissima, triplicare è ancora un passo oltre, di quelli che ci deve essere un motivo validissimo e inflessibile se non è mai successo in 90 anni esatti di mondiale. Ma è chiaro che se guardate il tutto dalla prospettiva di Sagan, uno che appena sceso dalla bici dopo 277 km di corsa dice storcendo la bocca ‘Non ero nemmeno al top della forma, ho vinto ma non cambierà niente’, deve sembrare assolutamente normale. Sagan vince il mondiale per tre volte consecutive perché, semplicemente, ha il potere nelle gambe e nella testa di rovesciare convinzioni che consideravamo incrollabili riguardo al ciclismo.

Prima di tutto che il ciclismo, e principalmente il ciclismo ai mondiali, è la sublimazione dello sport di squadra e dello sforzo collettivo a favore del singolo. Il sacrificio dei gregari, il colpo decisivo del campione, in questa sequenza. Settimane di discussioni a tavolino su strategie, su quali uomini usare in quale punto del percorso, quelli su cui puntare in caso di volata e quelli da prediligere in un’azione lontana dal traguardo. Falso. Peter Sagan vince da solo. Non è un modo di dire. Una nazionale lui non ce l’ha, non ce la può avere se la sua squadra è composta quasi esclusivamente da lui e da suo fratello. Che a dirlo sembra una barzelletta, una nazione composta da più di 5 milioni di persone che produce i suoi due migliori ciclisti all’interno della stessa famiglia? Eppure è così. Perciò Sagan per vincere deve fare da solo. E lo fa.

Ora mettiamo che potesse essere un caso che ha colto tutti di sorpresa due anni fa. Mettiamo anche che lo scorso anno nel deserto, in una gara piatta e senza insidie se non il caldo e il vento, non si potesse mettere in piedi nessuna strategia per tenerlo lontano dalle ruote migliori. Ma a Bergen lo spazio anche se piccolo c’era, con quella salita a metà del circuito che pareva roba da niente e invece ha distribuito medaglie nel corso della settimana a gente che ha guadagnato dieci secondi o meno sul gruppo nell’ultimo giro. In Norvegia tutti correvano contro Sagan. Non solo non hai una squadra ad aiutarti. Hai tutte le altre contro di te. E trovi solo alleati curiosi e solidali come la Repubblica Ceca, altra terra avara di ciclisti nobili, che aiutano nella prima parte ma non fanno la differenza.

Sei il favorito e tutti si preoccupano principalmente di non farti vincere, perché sanno che sei più forte. Non è che succeda solo al mondiale. Succede in ogni altra corsa dell’anno, dalle classiche di primavera al Tour de France. Sagan lo sa, sorride, dice che è il ciclismo e ripete che mentre sta in mezzo al gruppo ogni tanto si mette a canticchiare altrimenti si annoia. E’ un ciclismo ipertecnologico, spietato con il peso degli atleti, con la misurazione ossessiva di battiti cardiaci, watt e frequenza di pedalata, e lui si annoia. Lo chiamano Peter Pan perché portava i capelli lunghi fino all’altro giorno ed è fondamentalmente un compagnone allegro che una volta finì nella bufera per avere dato un pizzicotto sui glutei a una miss che lo stava premiando sul palco. Ma inganna tutti anche in questo. Non vi fidate.

Peter Sagan è un detective analitico e un killer spietato. Nessuno ha il suo fiuto per capire in pochi decimi di secondo, nel groviglio di carbonio proiettato a 60 km orari, quale sarà la ruota giusta da seguire per andare al traguardo. La sceglie, come ha fatto con Kristoff nella volata di ieri. E poi la batte con un colpo di reni, a un passo dalla linea del traguardo. In una giornata che qualche indizio lo aveva pure dato, che sarebbe stata inedita. La città più piovosa del mondo e non cade nemmeno una goccia per le oltre sei ore di gara. Il terzo mondiale consecutivo, roba mai vista prima, contro un atleta norvegese che aspettava questo appuntamento da tutta la vita. E che lo perde per mezza ruota. Sagan non è spietato, è oltre. E’ letale. E fatale. Per gli altri. Di solito è protagonista nelle fasi decisive. Stavolta se ne sta nel ventre del gruppo fingendo di essere quello che non è, invisibile. Poi, gioco di prestigio. Scompare e ricompare solo al traguardo. Davanti a tutti. Loro, tanti, di nuovo sconfitti. Lui, solo, di nuovo vincente.

Per fargli perdere la maglia verde al Tour de France, che un giorno per giustizia si chiamerà maglia Sagan visto che ne ha vinte cinque consecutive, hanno dovuto inventare una squalifica a luglio che di giusto ha avuto molto poco. Diciamo niente. Altri avrebbero fatto fuoco e fiamme davanti ai microfoni. Lui ha detto qualcosa come ‘mi dispiace’ e se n’è andato a casa senza parlare. Ci è rimasto a lungo e poi lo abbiamo rivisto a Bergen, dove abbiamo saputo che veniva da raffreddore, mal di gola, insomma quel genere di fastidi che se capitano a qualsiasi ciclista, amatore ma anche professionista, ti viene voglia di rimanere a casa. Ti hanno cacciato dal Tour, vieni dall’influenza, sei stato tre giorni senza bici, ti aspettano 277 km dove tutti pensano a come farti perdere prima che a come provare a vincere. E tu vinci lo stesso. E le prime parole da triplice campione del mondo sono in ricordo di Michele Scarponi. E le seconde le usa per scusarsi con Kristoff per avergli scippato il mondiale di casa sua. Come si fa a non amarlo?

Sagan è cresciuto in Italia, parla tre lingue, l’anno scorso alle Olimpiadi ha partecipato alla gara di mountain bike perché la bici per lui è un concetto universale e non necessariamente legato al mantenere le ruote sull’asfalto. Dopo il 2012 quando si rivelò al mondo arrivava spesso secondo, perché uno del genere ha imparato a non perdere più stando per un lungo periodo senza vincere. Fatto saltare il tappo ha vinto anche gli Europei del 2016 e due Gand-Wevelgem e un Giro delle Fiandre e otto tappe al Tour de France e quattro alla Vuelta e 101 vittorie complessive in carriera, numero palindromo raggiunto con l’impresa mai riuscita prima a nessuno. Va forte nelle classiche, va forte in volata, sta nelle azioni decisive di ogni gara cui partecipa. Alla Tirreno-Adriatico di quest’anno ci ha provato anche una vecchietta a farlo perdere, attraversando la strada col suo cagnolino durante una cronometro.

E’ ovvio che uno del genere non si è mai visto nella storia, perché la storia la fa, l’ha appena fatta. Ed è altrettanto ovvio che la gente tifi per lui. Indipendentemente da come arriva al traguardo. Se vi ricordate il confronto tra Froome e Contador, il vincitore dimenticato e lo sconfitto indimenticabile, questo è il passo successivo. L’invincibile solitario che, con tre mondiali consecutivi, sarà indimenticabile anche per gli albi d’oro.