Da Vettel a Sagan, quando la voglia di giustizia è eccessiva

Vettel convocato dalla Fia per il contatto a Baku con Hamilton, Sagan squalificato dal Tour dopo la caduta di Cavendish, pene sproporzionate agli episodi?

Siamo appena a metà settimana e due episodi per certi versi simili hanno scosso il mondo delle due e delle quattro ruote. Lunedì Sebastian Vettel è stato convocato dalla Fia per una lavata di testa in seguito al contatto di Baku con Lewis Hamilton. Martedì Peter Sagan è stato escluso dal Tour de France in seguito al contatto che ha mandato per aria Mark Cavendish nell’epilogo della quarta tappa. In un caso, il mondiale di F1, un protagonista avrà una pressione emotiva addosso domenica in Austria e nelle prossime gare che rischia di compromettere la sua rincorsa al titolo. In un altro, la gara ciclistica più importante dell’anno, dopo quattro giorni viene escluso il due volte campione del mondo, l’uomo più atteso e spettacolare che esiste in questo momento in sella a una bici. Ma è giusto?

Il caso Vettel – La storia la sapete. A Baku, Far West sul Mar Caspio, dietro safety car Hamilton fa il giochino che ha fatto altre volte in carriera, rallenta a dismisura prima della ripartenza, provocando il tamponamento di Vettel e la reazione del tedesco che gesticola, lo affianca e lo prende a ruotate.

Fallo di reazione che giustamente viene punito, mentre il fallo che la reazione l’ha generata non è stato sanzionato perché non ritenuto scorretto. Decisione di gara. Ma Vettel proprio in mezzo alla gara viene penalizzato di 10 secondi da scontare ai box, ovvero più di 30 secondi effettivi, che gli costano una vittoria fondamentale per il mondiale. E sarebbe andata peggio se Hamilton non si fosse dovuto fermare per sostituire la protezione casco agganciata in modo difettoso. Perché la convocazione da parte della Fia per un episodio iniziato e finito in gara? Non è un mistero che, dalla morte di Jules Bianchi in particolare ma da una decina d’anni in generale, la direzione gara in F1 metta sotto osservazione quasi tutti gli incidenti e i contatti di gara. F1 è sempre stato sinonimo di agonismo feroce ed estremo. Senna e Prost, solo per citare la rivalità più celebre dei motori in epoca moderna, se fossero finiti sotto la lente di ingrandimento di Charlie Whiting sarebbero stati squalificati a vita. Loro, e una decina di altri piloti degli anni Ottanta, quelli degli anni Settanta li lasciamo proprio stare. In pista, proprio perché è pista, non funziona come sulle strade normali e non necessariamente chi tampona ha torto. Ma che il presidente della Fia, Jean Todt (che all’epoca della Ferrari difendeva a spada tratta le mosse in pista di Michael Schumacher, uno che il primo mondiale lo vinse così, e non sarebbe stato possibile nella F1 di oggi)

pretenda che i piloti siano con le loro gesta in pista paladini della sicurezza stradale è una contraddizione. Sicurezza è un termine antitetico a competizione. Non ne parla nessuno, ma è una piaga che snatura la F1 della sua essenza e rischia di condizionare i protagonisti di una delle più belle stagioni degli ultimi anni.

Il caso Sagan – Quando l’arrivo è in volata, e nel disegno strampalato del Tour di quest’anno è già successo tre volte e succederà ancora spesso nelle prossime settimane, la strada diventa il Colosseo citato da Arrivabene a Baku per difendere Vettel. E’ sempre stato così e la faccenda è amplificata dal numero di corridori, arrivati intorno ai 190, e alla facilità di tappe che non fanno selezione. Sagan, lo vedete nel video, piega a destra e Cavendish prova a entrare in uno spazio che non esiste. Cavendish che, va anche ricordato, è uno che a testate e gomitate si è sempre fatto spazio nelle volate per diventare uno degli sprinter più vincenti di sempre. Lo slovacco allarga il gomito, ma a quella velocità come fai a stabilire con sicurezza che compiere una scorrettezza o cerca di mantenere l’equilibrio a oltre 60 all’ora?

E’ un contatto di gara con conseguenze disastrose. Sagan viene prima penalizzato di 30 secondi, il che rende inizialmente l’episodio simile a quello di Vettel. Penalizzato, giustamente o meno, per un comportamento scorretto in gara. Ma successivamente viene escluso dal Tour. Non potrà difendere la maglia verde e il mondo perde le prodezze dell’unico uomo in grado di emozionare e infiammare gli spettatori del ciclismo moderno. In qualunque modo la si voglia vedere, la pena è sproporzionata all’episodio. E se anche si tratta di una scorrettezza, non sembra essere tale da richiedere l’esclusione di un ciclista dal resto di una gara iniziata da quattro giorni. Con questo criterio di valutazione, tutti i più grandi velocisti della storia non avrebbero concluso la maggior parte delle gare a tappe a cui hanno partecipato.

Le conclusioni – Sembra essere una sorta di giustizialismo che coglie chi è chiamato a giudicare i fatti delle gare, di ciclismo e di F1. La sensazione, che è tale e quindi vale appunto come tale, è che anche i giudici abbiano una pressione addosso che prima non esisteva. Non è escluso che questo derivi dai social, da quella valanga smisurata e scomposta di opinioni che chiedono da una parte pene severe per chi sgarra di un millimetro e dall’altra indulgenza anche verso chi viola apertamente le regole. E se scegliere di non intervenire non è più un’opzione, l’unica conseguenza è che l’intervento sia spesso sproporzionato proprio perché indotto dall’esterno e non richiesto espressamente da una situazione specifica. La formazione di una nuova classe di giudici di gara, che operano e vivono al passo con i tempi, è un tema che prima o poi andrà affrontato. Perché in tre giorni rischia di avere condizionato forse in maniera irreparabile un mondiale di F1 e un Tour de France. Per circostanze nate sull’asfalto, ma risolte fuori. Mentre un tempo, sull’asfalto, iniziavano e finivano. E per una volta non è la solita nostalgia di un tempo e di uno sport che non ci sono più.