
Non la supereremo mai, questa fase. Peggio della passione malata dell’Arsenal raccontata mirabilmente da Nick Hornby.
Quella fase nella quale è necessario, non utile, toccare il fondo, scavare, maledire familiari, parenti, amici, giocatori e antenati e poi tornare a sorridere.
Non può essere un caso che quasi tutti i momenti splendenti della Roma sono stati preceduti, per non dire provocati, da altrettanti periodi sportivamente drammatici. Nel 2001 lo scudetto arriva a 12 mesi dal trionfo della Lazio e soprattutto dopo la ferocissima contestazione alla squadra messa in piedi a Trigoria a inizio stagione, all’indomani del fragoroso ko in Coppa Italia con l’Atalanta.
Le dieci vittorie consecutive di Garcia arrivano subito dopo il derby perso con la Lazio in finale di Coppa Italia, anno di grazia 2012. Persino l’anno scorso, il 2-4 in casa del Napoli-Roma capita una settimana dopo lo 0-2 dell’Olimpico col Milan, con la squadra di Di Francesco presa a pallonate dai rossoneri e fischiata da tutto lo stadio. E, va ricordato, il 3-0 al Barcellona seguì di 4 giorni lo 0-2 interno con la Fiorentina.
Nel 1974 la Lazio vince lo scudetto e la Roma l’anno dopo vince 3 derby (1 di Coppa Italia e 2 di Campionato), fa il miglior torneo degli ultimi 20 anni (terza, non accadeva dal 1954-55) e supera la Lazio in classifica. Ah, dopo le prime 6 giornate i giallorossi erano penultimi in classifica…
La Roma nel 1931 batté la Juventus 5-0 a Campo Testaccio. Sapete perché? Perché la Juve era stata la prima squadra, l’anno prima a vincere a Testaccio. Bisognava lavare l’onta.
Senza il melodramma, la Roma non esiste, non è mai esistita e mai esisterà. E’ già scritto che se vai a Marassi con Dzeko già venduto al Chelsea, sia lo stesso bosniaco a salvarti col gol del pareggio segnato al minuto 95 e al termine di una partita da 4 in pagella.
Non c’è gioia spontanea, consolidata: esiste solo la resurrezione, la rinascita, l’espiazione, l’armonia ritrovata, la pace fatta dopo giorni di sguardi torvi. Ero all’Olimpico la sera di Roma-Frosinone: squadra fischiata all’ingresso in campo, stadio scettico per non dire diffidente anche sul 3-0. Due fidanzati che si sono presi a piatti fino alla sera prima e che ora provano a convivere senza ulteriore spargimento di odio/stoviglie.
Poi capita che un gol stemperi l’atmosfera, la Roma ritrovi fiducia sul fatto che si possano fare due passaggi di fila e addirittura ci si ricorda che correndo il calcio possa riuscire meglio. Le cose, nel giro di qualche giorno, magicamente si ricompongono anche grazie a un derby nel quale la Lazio si è consegnata in tutti i modi.
Così arrivano tre partite e nove punti, 12 gol fatti e uno subìto grazie alla gentile concessione di Fazio. La squadra che ha preso più tiri in porta nelle prime 6 partite ne subisce due in 270 minuti. Dzeko, che fino a qualche giorno fa scendeva in campo in versione “Un giorno di ordinaria follia”, ne segna 3 in Champions ed espone la maglia del giovane giallorosso della Primavera infortunato. Gandhi, altro che Michael Douglas.
L’odio che si liquefa e si trasforma in bolle di sapone, un arcobaleno tutto giallorosso che fa uscire il Sole solo se qualche giorno prima per la grandine hai rischiato di perdere tutto.
Non la supereremo mai questa fase del melodramma a tutti i costi, noi della Roma. Mai.









