20 aprile 1986, l’Olimpico, la primavera e soltanto due parole: Roma-Lecce

Il 20 aprile 1986 è il giorno in cui la Juve vince il 22° scudetto. Ma all'Olimpico quel giorno è soltanto e per tutti semplicemente Roma-Lecce

Lo stadio Olimpico pre Italia 90 era molto diverso da quello che conosciamo oggi. Non aveva la copertura, ospitava circa 60000 persone, era più basso. La sua struttura ovale, con i marmi e la pietra e il legno a farla da padroni anche sugli spalti, lo faceva somigliare a una sorta di senato dell’antichità dedicato allo sport. E i due tabelloni luminosi in cima alle curve erano un segno distintivo così come le porte con i pali bianchi e le reti nere. Il calcio degli anni Ottanta aveva un’identità perennemente rimpianta anche per questi piccoli dettagli. Gli stadi si riconoscevano anche dalle porte e dalle reti, vedi quelle del Comunale di Torino. Ogni squadra giocava con il proprio pallone, non c’era quello della Nike uguale per tutti, perciò a Bergamo trovavi il classico a pentagoni neri ed esagoni bianchi, la Juve giocava col Samba della Diadora che era anche il pallone della nazionale, la Roma col Select bianco e rosso. E in questa cornice naturalmente lo stadio Olimpico spiccava per la sua pista di atletica, per il proprio nome maestoso e per la curva Sud quando giocavano i giallorossi. E proprio nessun tifoso della Roma, diciamo a metà maggio del 1984, avrebbe mai potuto immaginare che in meno di due anni quello stadio sarebbe stato teatro delle due beffe in assoluto più atroci vissute da una squadra che il melodramma sportivo non se l’è mai fatto mancare, in questo come nel secolo scorso. Il 20 aprile 1986 è nella memoria della città, una cosa e una soltanto. Anzi due. Due parole. Roma-Lecce. Il risultato non conta, non viene mai citato, neanche dalle giovani generazioni che all’epoca non erano nate e l’Olimpico senza copertura l’hanno visto solo su Youtube. Non serve, esattamente come non serve aggiungere altro dopo l’altro anatema capitolino. Roma-Liverpool.

Lo scudetto 1985-86

E insomma i tifosi della Roma il 30 maggio 1984 avevano già dovuto ingoiare la sorte di vedere la propria squadra perdere ai rigori la finale di coppa dei campioni contro il Liverpool. Sotto la curva Sud. Con Falcao che sul dischetto non ci va, e a Testaccio tuttora discutono se si trattò di tradimento, codardia o di uno stiramento. Che può esserci di peggio, in un universo calciocentrico? Molto poco. Eppure quella finale si giocava contro una squadra gigantesca, che dominava il calcio europeo, partita secca. Le possibilità erano cinquanta e cinquanta e sebbene la modalità fosse particolarmente ed epicamente dolorosa, perdere era un’eventualità magari non accettabile, ma oggettivamente plausibile. Invece il 20 aprile 1986 la Roma si gioca lo scudetto contro la Juve e in un pomeriggio di tipica primavera romana che pare giugno, all’Olimpico arriva il Lecce. E il Lecce è già retrocesso. Ora precisiamo, perché nei ricordi leggendari a volte altri dettagli sfuggono e invece sono importanti. La Roma quel pomeriggio non si sta giocando lo scudetto in senso stretto. Sta a pari punti con la Juve a quota 41 in classifica, dopo una folle rincorsa durata per l’intero girone di ritorno, sei punti recuperati ai bianconeri e il tripudio del 3-0 rifilato proprio all’Olimpico il 16 marzo alla squadra di Trapattoni. Quindi lo scudetto è in palio ma la Roma non ce l’ha ancora in mano, non è padrona del proprio destino e la prospettiva nella peggiore delle ipotesi è arrivare allo spareggio contro i bianconeri. Il 20 aprile 1986 la Roma sa che per arrivarci le basta vincere le ultime due partite e non sono impegni insormontabili. Il Lecce è fanalino di coda e l’ultima giornata, a Como, è contro una squadra placidamente a metà classifica e che non ha più niente da chiedere al campionato. Invece la Juve rischia di più. Alla penultima giornata ospita il Milan al Comunale e i rossoneri sono lì che si giocano un posto in coppa Uefa con Inter, Fiorentina e Torino. Vai a sapere, magari ci scappa un pareggio. Ma non solo. Quel ciclo trapattoniano è fisiologicamente arrivato alla conclusione. La vittoria dell’Heysel per quanto contestata ha regalato la prima coppa dei campioni, a dicembre a Tokyo è arrivata anche l’Intercontinentale che ricordiamo principalmente per Platini sdraiato sull’erba dopo essersi visto annullare il gol più bello della carriera e quella è una squadra usurata fisicamente ed emotivamente che ha Serena e Laudrup in attacco, i polmoni di Bonini a centrocampo e due campioni del mondo come Scirea e Cabrini in difesa. Prima del 20 aprile 1986, la Juve viene da un punto in due giornate. Perde 2-0 sul campo della Fiorentina, non va oltre lo 0-0 a Marassi contro la Sampdoria. Zero gol segnati in due partite, pile esaurite. Se non è questa la stagione in cui puoi batterli, quando? La prospettiva peggiore è uno spareggio che decida il campionato in gara secca, ve lo immaginate un Roma-Juve che mette in palio lo scudetto in novanta minuti? Ma niente distopia. La prospettiva migliore è che la Juve non vinca anche col Milan, e il Milan è allenato da Liedholm, l’uomo dello scudetto del 1983. Magari ti fa un altro regalo. Se batti il Lecce all’Olimpico è sorpasso. E’ come se la resistenza, finalmente, fosse pronta a sconfiggere l’impero in una sorta di Star Wars calcistico.

Il 20 aprile 1986

Il pomeriggio arriva e, come dicevamo, è una tipica domenica di primavera che solo Roma ti sa regalare. Sole, caldo e tutte le partite che si giocano di pomeriggio. Anche la Roma sul campo equivale alla primavera in quel girone di ritorno. Gioca il calcio più bello e spensierato della serie A, senza calcoli, all’arrembaggio con le armi di un giovanissimo Eriksson che poi avrebbe messo il proprio segno sullo scudetto della Lazio quattordici anni dopo. In porta c’è Tancredi che rischierà di essere titolare ai mondiali in Messico due mesi dopo, c’è Boniek che ci mette poco a scordarsi dei colori che vestiva fino all’anno prima, c’è un giovane Giannini in cabina di regia e l’inossidabile Bruno Conti sulla fascia, ci sono Nela e Righetti, c’è un implacabile Pruzzo a firmare i gol della rimonta e c’è un insieme di gioventù ed esperienza che si raccorda intorno a Ciccio Graziani. L’ipotesi dello spareggio è nei fatti concreta, ma a Roma l’entusiasmo è un avversario difficile da contenere, soprattutto quando scappa in campo aperto. I giornali si chiedono come possa la Juve trovare le forze per l’ultimo sprint con un Trapattoni ormai alla porta e negli ambienti romanisti, non ultimo proprio Boniek, certe dichiarazioni fanno inconsciamente pensare che ormai il lavoro è stato completato, che la Juve è alle corde, che Lecce e Como saranno due formalità. Se volete una cartolina dei calcoli di cui forse anche Eriksson fu autore, troverete che un Bruno Conti ormai recuperato dall’infortunio venne inizialmente mandato in panchina quel 20 aprile 1986, forse per averlo più fresco in vista dello spareggio. Peraltro il Lecce di Fascetti è la vittima sacrificale perfetta. Promosso e già retrocesso. E poi è giallorosso, come la Roma e nessuno all’Olimpico quando Lo Bello, figlio di cotanto arbitro padre, fischia l’inizio può pensare che chi è giallorosso possa fare male ad altri giallorossi.

Primo tempo

L’Olimpico contiene 60000 spettatori, c’è chi dice 65000, forse sono anche di più. La curva Sud sventola bandiere e tricolori in un tripudio cromatico che da sempre ha pochi paragoni in Italia, e se riguardate quelle immagini del prepartita facilmente accessibili sul web non sembrano quelle di una tifoseria che incita la propria squadra prima del calcio di inizio. Pare proprio una festa. Sembra l’ante litteram del 17 giugno 2001, nell’Olimpico coperto e il 3-1 contro il Parma che diede il terzo scudetto alla Roma di Capello e Totti e Batistuta. Invece il 20 aprile 1986 ci sono ancora due squadre a pari punti eppure sembra che il terzo scudetto sia già cosa fatta. Dino Viola fa una specie di giro di campo accompagnato da autorità di spicco del paese, pare proprio che la celebrazione del titolo sia iniziata molto prima del calcio di inizio. E la festa inizia sul serio dopo appena sette minuti, tanti ne bastano a Graziani per sbocciare di testa e battere Ciucci (puoi perdere lo scudetto contro una squadra il cui portiere si chiama Ciucci, che tra l’altro al 26′ del primo tempo si infortuna e viene pure sostituito?) con la difesa del Lecce che dimostra perché è già retrocessa, posizionata in modo incomprensibile e assolutamente statica. La Roma è in classica tenuta con maglia rossa, il celebre lupetto sul cuore e l’iconica scritta Barilla sul petto. Il Lecce invece della solita maglia a strisce giallorosse ha la seconda divisa tipica delle squadre di serie A degli anni Ottanta, maglia e calzettoni bianchi e pantaloncini gialli. Pare quasi il Parma di inizio anni Novanta, quello che con Nevio Scala conquisterà nel 1993 la coppa delle coppe. La citazione non è casuale. In quel Parma giocherà Alberto Di Chiara. E Alberto Di Chiara è in campo quel pomeriggio all’Olimpico e insieme a lui il fratello maggiore Stefano. Sono entrambi romani e lui con la Roma di Liedholm ha esordito in serie A nel 1981. Non è solo una squadra giallorossa a farti male, ma addirittura un romano ex romanista. Al 34′, e dopo diverse occasioni sbagliate dalla squadra di Eriksson nel tipico minimalismo sciupone di chi sa di avere il condannato sul ceppo e indugia ad assestare il colpo fatale, è proprio Alberto Di Chiara a cambiare risultato, partita e futuro del calcio italiano. Il pareggio del Lecce è identico al vantaggio della Roma. Ma in modo millimetrico, simmetrico, quasi ineluttabile nella sua incredibile dinamica. Va per aria un cross dalla trequarti che si alza a campanile sbattendo su Oddi, Di Chiara è inspiegabilmente lasciato solo in mezzo ai due centrali giallorossi e in tuffo di testa pareggia. Ed è qui il simbolo della partita. I due centrali della Roma che camminano, quasi immobili, e Di Chiara che corre e si tuffa e segna. Dovrebbe essere il contrario. Dovrebbe essere la Roma che corre verso lo scudetto e il Lecce che cammina verso una destinazione che conosce già, la retrocessione. Invece è l’emblema dell’incubo, l’ostacolo che si materializza all’improvviso sullo sprint di una squadra che di botto scopre di non avere più energie per saltarlo. Solo che ancora non lo sa, e non lo sa nemmeno lo stadio Olimpico che continua la propria colorata ordalia quasi senza curarsi del risultato. Bastano sei minuti. Giannini sbaglia un passaggio a centrocampo che è di una pigrizia disarmante, Pasculli galoppa placidamente per una quarantina di metri prima di ricevere la palla al limite dell’area. Se riguardate l’uno contro uno che ne segue, in cui il difensore della Roma rotola malamente a terra come uno stuntman di quarta categoria, avrete un’altra fotografia del vuoto mentale in cui i padroni di casa sono incappati. Pasculli va verso Tancredi e Tancredi lo atterra con una scivolata a gambe unite senza senso che pare uscita da un film di Indiana Jones. Rigore. Barbas la mette alla destra di Tancredi, che capisce subito di essere spiazzato e nemmeno si butta. Sembra un portiere che svogliatamente fa compagnia agli attaccanti che provano dagli undici metri alla fine dell’allenamento, non un uomo in missione per mantenere la propria squadra in testa alla classifica. Altra anomalia. La Roma ha incassato due gol sotto la propria curva e nel frattempo, nitidamente, da dietro la collina di Monte Mario si vedono nubi nere e minacciose comparire all’orizzonte. Qualcuno capisce. Altri continuano a sventolare.

Secondo tempo

Dunque la Roma prova a darsi una scossa nel secondo tempo e ci riesce pure. Ma si infrange puntualmente contro Negretti, il portiere subentrato a Ciucci che scopre una giornata di grazia in un pomeriggio in cui, da titolare che era in un’altra fase del campionato, dovrebbe solo godersi il sole in panchina. Boniek e Di Carlo vanno molto più che vicini al pareggio, e quello glielo nega parando con le gambe, frapponendo disperatamente il corpo tra loro e il pallone, proprio come faceva Garella protagonista nello scudetto del Verona un anno prima. Otto minuti del secondo tempo, altra palla gestita male dalla Roma, altro contropiede e di nuovo la linea difensiva di Eriksson che è troppo alta. Barbas riceve un filtrante fin troppo scolastico dentro l’area, Tancredi gli va incontro senza avere la minima idea di cosa fare, come uomo che incautamente si avventura nella terra di nessuno fuori dalla trincea e non da padrone della propria area di rigore quale dovrebbe essere, dribbling altrettanto scolastico e destro del 3-1 a porta vuota. Più o meno negli stessi minuti, a Torino, si esulta per le notizie che arrivano dall’Olimpico quando Briaschi con tre finte all’interno dell’area di rigore attira a sé due difensori del Milan, la mette in mezzo di sinistro e la matematica vuole che ci sia Laudrup da solo davanti alla porta. Gol del danese e la Juve va a più due in classifica. L’Olimpico inizia ad annusare nuovamente quell’odore acre di sconfitta che si sparge sull’erba e la brucia, un odore con cui molti avevano già inondato le proprie narici meno di due anni prima sugli stessi spalti. Il tempo si interrompe, si congela fino a otto minuti dalla fine, con Negretti che para tutto e quando non ci riesce lui è Miceli a salvare di testa a porta vuota su un pallonetto di Boniek. Qui Pruzzo praticamente di petto gira in rete casualmente un colpo di testa di Tovalieri. Anche questo è un gol che non somiglia a un gol perché ne servirebbero contemporaneamente altri due per farlo servire a qualcosa. Invece è a malapena la dinamo che alimenta l’ultimo guizzo di Conti, nel frattempo buttato in campo da Eriksson, che sulla linea di fondo scodella un assist perfetto per Nela che all’altezza del dischetto arriva di rincorsa sul pallone e potrebbe fare tutto. Anche stoppare e aggiustarsela perché ci sono quattro giocatori del Lecce più il portiere nell’area piccola e lui è solo. Invece calcia di prima, con il baricentro rivolto verso la tribuna Monte Mario. Il pallone finisce dritto nel Tevere, sopra la curva Sud, che non canta più. Lui per poco, cadendo, non travolge Lo Bello. Non sembra nemmeno più una partita di serie A, non c’è più equilibro, né speranza e nemmeno tempo. Finisce così. L’impero colpisce ancora, i ribelli non sovvertono il sistema, l’epilogo è una sorta di ipnosi collettiva talmente grande che non troverà la propria corretta collocazione se non dopo molte settimane. Eriksson a fine partita risponde a Galeazzi come se stesse commentando un’innocua sconfitta a luglio nella prima amichevole della stagione. Quelli che prima della partita si erano fatti vedere accanto al presidente si sono già eclissati. Il silenzio che seguì Roma-Liverpool era quello della delusione più verace. Il silenzio che segue Roma-Lecce è ancora più poderoso nella sua crudeltà, perché è figlio dell’incredulità. Poi, metabolizzata la botta, un fiorire di leggende più o meno suggestive è soltanto la fisiologica conseguenza della consapevolezza che lo scudetto è perduto, altro che spareggio. Chi dice che i giocatori del Lecce sono stati pagati per giocare allo stremo. Chi dice che i giocatori della Roma sono stati pagati per perdere. Chi dice ‘e allora come mai quel giorno al Totocalcio c’era solo il risultato del primo tempo da giocare?’ E lo scandalo del totonero è ancora vivo nel ricordo degli italiani. Fu il bomber Pruzzo a mettere fine alle voci, dichiarando che semplicemente dopo quella rincorsa insensata alla Juve, era finita la benzina. Niente energie fisiche e nervose di riserva. La partita sarebbe stata ricordata come uno degli esempi sportivi più famosi in cui Davide batte Golia. Ma se venite a Roma, nel cuore pulsante della capitale, non troverete metafore fantasiose o banali similitudini. Ve la racconteranno tutti, chi c’era e chi non era ancora nato. E la chiameranno in un modo solo. Due parole. Roma-Lecce. Semplicemente.