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Da “eresia” a possibilità: i parlamentari 5 stelle tentati da un “governo di responsabilità” con il Pd
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Da “eresia” a possibilità: i parlamentari 5 stelle tentati da un “governo di responsabilità” con il Pd
Messaggioda scommettitore siracusano » 15/08/2019 - 08:00
Da “eresia” a possibilità: i parlamentari 5 stelle tentati da un “governo di responsabilità” con il Pd
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/0 ... d/5388825/
Tensione e preoccupazione in casa 5 stelle in attesa delle comunicazioni del presidente del Consiglio al Senato. Una parte consistente del gruppo parlamentare chiede di dare una chance ai democratici, dopo averla data al Carroccio. Grillo non è contrario e ha lasciate aperte tutte le strade, dal Colle hanno fatto sapere che non sono contrari a prescindere. L'urgenza è evitare il massacro alle urne e di consegnare il Paese al centrodestra. Ma una parte, tra cui Di Maio, frena e non esclude il voto con la deroga della regola del secondo mandato
Il momento per i 5 stelle è cruciale e mai il clima è stato così teso. Non tanto per quello che chiamano “il tradimento” di Matteo Salvini, ma piuttosto per quello che sarà. Perché la strada che prenderanno una volta al bivio che traccerà il presidente della Repubblica, rischia di segnare la storia del Movimento. Andare al voto con il rischio di scomparire o almeno con la consapevolezza di tornare all’opposizione? Oppure accettare di fare un altro contratto e questa volta firmarlo con il Partito democratico? “Il casino l’ha fatto la Lega e non tocca a noi risolverlo”, è il ragionamento che fanno dentro il M5s. Ma la crisi con la Lega ormai è aperta e le pressioni sono tante: prima fra tutte quella del Colle. Se Sergio Mattarella ha fatto sapere in tutte le le lingue che “non sarà lui a preparare maggioranze”, proprio perché non spetta al suo ruolo, i 5 stelle raccontano che, tramite i suoi consiglieri, il Quirinale sta facendo capire la sua apertura a una nuova formazione che si presenti con un progetto stabile. Insomma, come già un anno fa, ci sarà un accompagnamento e una predisposizione a trovare una soluzione.
Una data limite c’è e l’ha fissata il Senato ieri: il 20 agosto Giuseppe Conte farà le sue comunicazioni al Parlamento e solo a quel punto si capirà se per arrivare alle dimissioni sarà necessario un voto di sfiducia dell’Aula. Poi inizieranno le consultazioni e Luigi Di Maio e i suoi dovranno avere le idee chiare. Cosa che per il momento non è per niente scontata: “Se fossimo un partito normale”, racconta un parlamentare a ilfattoquotidiano.it, “sarebbe già pronto l’accordo con il Pd. Il gruppo parlamentare è pronto: non si vede perché abbiamo dato una chance a Matteo Salvini e non dovremmo darla ai democratici”. Ma non è così facile. “Diciamola così”, rilanciano dal fronte più dialogante, “la strada è difficile ma non impossibile”. Insomma, non solo i contatti ci sono, ma ci lavorano in tanti. Del resto il via libera più importante è già arrivato ed è quello di Beppe Grillo: “Ci ha lasciato aperte tutte le strade”, dicono facendo riferimento al suo ultimo post sul blog. La benedizione del fondatore non è poco, senza contare che da Davide Casaleggio non sembra esserci nessun veto. Chi resiste allora? Di Maio non è contrario, ma sicuramente per il momento è il più rigido: la sua figura è ormai compromessa e se nessuno ha il coraggio di metterlo in discussione a microfoni accesi, dietro le quinte è la pedina che balla per prima. Da non dimenticare poi l’elemento Alessandro Di Battista: l’ex deputato, da mesi in contrasto con il capo politico, vuole il voto il prima possibile e si porta dietro un bel gruppo di esclusi. Una via d’uscita, come sempre quando le previsioni si fanno nere, sarà chiedere l’opinione della base sulla piattaforma Rousseau proprio come fu per il contratto con il Carroccio: ma per arrivare alla rete, prima sarà necessario accettare di sedere al tavolo. E su questo punto nessuno si è ancora espresso ufficialmente.
Accordo con il Pd, per molti non è più un’eresia – Se gliel’avessero detto due settimane fa si sarebbero fatti una risata, eppure la corrente che chiede di provare a sedere al tavolo con i democratici è molto consistente. “Salvini deve assumersi la responsabilità di quello che ha fatto”, dicono. “Ma anche noi. E non possiamo permetterci di lasciare il Paese nelle mani della Lega con una manovra ancora da scrivere”. Certo, i 5 stelle dicono di essere pronti alle elezioni, ma la verità è che le urne domani vorrebbero dire “uno sterminio”. Se la legge elettorale non viene cambiata e se i sondaggi fossero confermati, i grillini rischierebbero di perdere tutti i collegi uninominali. Senza contare le difficoltà a essere rieletti al Nord, ma anche per chi è in terza o quarta posizione nelle liste al Sud. “Quando mai ci potremo ritrovare in una posizione di forza per poter fare qualcosa a livello di governo?”, è l’osservazione che fanno in tanti. A esporsi apertamente per il momento sono stati in pochi, anche se fonti interne garantiscono che il gruppo parlamentare è quasi interamente schierato per un esecutivo di responsabilità con il Pd o con chi è disponibile.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/0 ... d/5388825/
Tensione e preoccupazione in casa 5 stelle in attesa delle comunicazioni del presidente del Consiglio al Senato. Una parte consistente del gruppo parlamentare chiede di dare una chance ai democratici, dopo averla data al Carroccio. Grillo non è contrario e ha lasciate aperte tutte le strade, dal Colle hanno fatto sapere che non sono contrari a prescindere. L'urgenza è evitare il massacro alle urne e di consegnare il Paese al centrodestra. Ma una parte, tra cui Di Maio, frena e non esclude il voto con la deroga della regola del secondo mandato
Il momento per i 5 stelle è cruciale e mai il clima è stato così teso. Non tanto per quello che chiamano “il tradimento” di Matteo Salvini, ma piuttosto per quello che sarà. Perché la strada che prenderanno una volta al bivio che traccerà il presidente della Repubblica, rischia di segnare la storia del Movimento. Andare al voto con il rischio di scomparire o almeno con la consapevolezza di tornare all’opposizione? Oppure accettare di fare un altro contratto e questa volta firmarlo con il Partito democratico? “Il casino l’ha fatto la Lega e non tocca a noi risolverlo”, è il ragionamento che fanno dentro il M5s. Ma la crisi con la Lega ormai è aperta e le pressioni sono tante: prima fra tutte quella del Colle. Se Sergio Mattarella ha fatto sapere in tutte le le lingue che “non sarà lui a preparare maggioranze”, proprio perché non spetta al suo ruolo, i 5 stelle raccontano che, tramite i suoi consiglieri, il Quirinale sta facendo capire la sua apertura a una nuova formazione che si presenti con un progetto stabile. Insomma, come già un anno fa, ci sarà un accompagnamento e una predisposizione a trovare una soluzione.
Una data limite c’è e l’ha fissata il Senato ieri: il 20 agosto Giuseppe Conte farà le sue comunicazioni al Parlamento e solo a quel punto si capirà se per arrivare alle dimissioni sarà necessario un voto di sfiducia dell’Aula. Poi inizieranno le consultazioni e Luigi Di Maio e i suoi dovranno avere le idee chiare. Cosa che per il momento non è per niente scontata: “Se fossimo un partito normale”, racconta un parlamentare a ilfattoquotidiano.it, “sarebbe già pronto l’accordo con il Pd. Il gruppo parlamentare è pronto: non si vede perché abbiamo dato una chance a Matteo Salvini e non dovremmo darla ai democratici”. Ma non è così facile. “Diciamola così”, rilanciano dal fronte più dialogante, “la strada è difficile ma non impossibile”. Insomma, non solo i contatti ci sono, ma ci lavorano in tanti. Del resto il via libera più importante è già arrivato ed è quello di Beppe Grillo: “Ci ha lasciato aperte tutte le strade”, dicono facendo riferimento al suo ultimo post sul blog. La benedizione del fondatore non è poco, senza contare che da Davide Casaleggio non sembra esserci nessun veto. Chi resiste allora? Di Maio non è contrario, ma sicuramente per il momento è il più rigido: la sua figura è ormai compromessa e se nessuno ha il coraggio di metterlo in discussione a microfoni accesi, dietro le quinte è la pedina che balla per prima. Da non dimenticare poi l’elemento Alessandro Di Battista: l’ex deputato, da mesi in contrasto con il capo politico, vuole il voto il prima possibile e si porta dietro un bel gruppo di esclusi. Una via d’uscita, come sempre quando le previsioni si fanno nere, sarà chiedere l’opinione della base sulla piattaforma Rousseau proprio come fu per il contratto con il Carroccio: ma per arrivare alla rete, prima sarà necessario accettare di sedere al tavolo. E su questo punto nessuno si è ancora espresso ufficialmente.
Accordo con il Pd, per molti non è più un’eresia – Se gliel’avessero detto due settimane fa si sarebbero fatti una risata, eppure la corrente che chiede di provare a sedere al tavolo con i democratici è molto consistente. “Salvini deve assumersi la responsabilità di quello che ha fatto”, dicono. “Ma anche noi. E non possiamo permetterci di lasciare il Paese nelle mani della Lega con una manovra ancora da scrivere”. Certo, i 5 stelle dicono di essere pronti alle elezioni, ma la verità è che le urne domani vorrebbero dire “uno sterminio”. Se la legge elettorale non viene cambiata e se i sondaggi fossero confermati, i grillini rischierebbero di perdere tutti i collegi uninominali. Senza contare le difficoltà a essere rieletti al Nord, ma anche per chi è in terza o quarta posizione nelle liste al Sud. “Quando mai ci potremo ritrovare in una posizione di forza per poter fare qualcosa a livello di governo?”, è l’osservazione che fanno in tanti. A esporsi apertamente per il momento sono stati in pochi, anche se fonti interne garantiscono che il gruppo parlamentare è quasi interamente schierato per un esecutivo di responsabilità con il Pd o con chi è disponibile.
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Re: Da “eresia” a possibilità: i parlamentari 5 stelle tentati da un “governo di responsabilità” con il Pd
Messaggioda scommettitore siracusano » 15/08/2019 - 08:12
Intanto lo SPREAD, che dà l'indice di fiducia dei mercati internazionali sul nostro debito pubblico e sulla possibilità di ripagarlo, dai 241 punti di venerdi a cui era schizzato dopo la mossa di Salvini, ieri ha chiuso a 217.
E stamattina, nel mercato secondario, è in ulteriore discesa.
https://it.investing.com/rates-bonds/go ... nd-spreads
Quindi gli investitori finanziari STANNO SCOMMETTENDO sulla nascita di un nuovo governo, non sovranista.
E stamattina, nel mercato secondario, è in ulteriore discesa.
https://it.investing.com/rates-bonds/go ... nd-spreads
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Re: Da “eresia” a possibilità: i parlamentari 5 stelle tentati da un “governo di responsabilità” con il Pd
Messaggioda scommettitore siracusano » 15/08/2019 - 10:55
Pd e Cinque Stelle, sherpa in campo Le mosse per dribblare la Lega.
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Delrio, Franceschini, Orlando, D’Uva e Patuanelli: ecco chi lavora per l’intesa
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«Verificare nelle consultazioni la possibilità di una maggioranza diversa ma solo alzando il livello del confronto e dei contenuti di programma». Le ventuno parole che passano per tutta la giornata di ieri di smartphone in smartphone, partite dal cuore della comunicazione del Nazareno, riassumono l’atto finale del prologo della trattativa che vede Pd e M5S impegnati nella ricerca di una nuova maggioranza. La «fase uno» della partita a scacchi più incredibile della storia parlamentare recente potrebbe appunto terminare il 21 agosto, quando quelle ventuno parole potrebbero passare dagli schermi dei telefonini all’ordine del giorno messo in votazione alla direzione del Pd. Scontando alcuni no già messi in preventivo (Carlo Calenda), qualche distinguo e alcuni mal di pancia — insomma — in quell’esatto momento del tempo (mercoledì) e dello spazio (il Nazareno), il Pd darebbe un mandato esplorativo al suo segretario per valutare la possibilità di dar vita insieme ai M5S a un nuovo governo di legislatura.
Ma perché tutto questo possa trasformarsi in realtà, senza intoppi di sorta, è necessario che alcuni passaggi preliminari vadano a buon fine. E che il canovaccio di martedì al Senato, il D-day delle comunicazioni di Giuseppe Conte e della mozione di sfiducia della Lega confermata ancora ieri mattina da Matteo Salvini, fili liscio come da copione. Già, ma il copione? Nel Pd e nel M5S sono state individuate delle figure chiave che, a nome dei rispettivi fronti, muovono le pedine sullo scacchiere della crisi. Da una parte ci sono Dario Franceschini, Andrea Orlando e Graziano Delrio; dall’altra si muovono i capigruppo Francesco D’Uva (Camera) e Stefano Patuanelli (Senato), che già da giorni hanno ricevuto la benedizione di Davide Casaleggio, fatta filtrare sulle agenzie dalla Comunicazione del M5S (nessun veto, ricordando tra l’altro che Prodi era stato invitato a un evento di Rousseau). Ieri mattina, quando dopo la commemorazione del primo anniversario del ponte Morandi gli ambasciatori pd hanno fiutato l’ipotesi che Salvini potesse fare retromarcia sulla mozione di sfiducia, i due capigruppo del Cinque Stelle hanno rassicurato l’altro fronte. Della serie, «anche se lo facesse, per noi quell’alleanza è morta». D’altronde non è un mistero per nessuno che la quasi totalità dei parlamentari del M5S è pronta a cambiare compagni di strada.
Nella trattativa, tra l’altro, iniziano a farsi largo i termini programmatici di un eventuale nuovo accordo di governo. Scartati fantascientifici ripensamenti sulla Tav (l’opera si farà, col bollino del governo Conte) o questioni troppo spinose per essere servite come antipasto (la riforma della giustizia), si punta tutto sul lavoro, il fisco, l’ecologia. Con un’attenzione ai passaggi politici che il M5S dovrà percorrere per scavare un solco tra l’era Salvini e la nuova fase, a cominciare dall’accoglimento dei rilievi del Colle sul decreto Sicurezza bis. «Non abbiamo paura del voto», ripete a ogni pie’ sospinto Nicola Zingaretti. Ma la trattativa è partita. Ed entrerà nelle sue fasi cruciali solo quando il D-day del Senato sarà archiviato. Come? Senza retromarce di Salvini, il Pd potrebbe votare la sfiducia al governo Conte, che quindi cadrebbe. Ma se nella Lega maturasse un colpo di scena, allora gli ambasciatori del Pd potrebbero chiedere agli sherpa del M5S di far annunciare a Conte le proprie dimissioni durante le comunicazioni al Senato. «Tanto — è l’analisi fatta da Di Maio ai suoi — tutta Italia già saprebbe che il governo l’ha fatto cadere Salvini». A quel punto, solo a quel punto, inizierebbe la fase due.
https://www.corriere.it/politica/19_ago ... 1f58.shtml
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Delrio, Franceschini, Orlando, D’Uva e Patuanelli: ecco chi lavora per l’intesa
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«Verificare nelle consultazioni la possibilità di una maggioranza diversa ma solo alzando il livello del confronto e dei contenuti di programma». Le ventuno parole che passano per tutta la giornata di ieri di smartphone in smartphone, partite dal cuore della comunicazione del Nazareno, riassumono l’atto finale del prologo della trattativa che vede Pd e M5S impegnati nella ricerca di una nuova maggioranza. La «fase uno» della partita a scacchi più incredibile della storia parlamentare recente potrebbe appunto terminare il 21 agosto, quando quelle ventuno parole potrebbero passare dagli schermi dei telefonini all’ordine del giorno messo in votazione alla direzione del Pd. Scontando alcuni no già messi in preventivo (Carlo Calenda), qualche distinguo e alcuni mal di pancia — insomma — in quell’esatto momento del tempo (mercoledì) e dello spazio (il Nazareno), il Pd darebbe un mandato esplorativo al suo segretario per valutare la possibilità di dar vita insieme ai M5S a un nuovo governo di legislatura.
Ma perché tutto questo possa trasformarsi in realtà, senza intoppi di sorta, è necessario che alcuni passaggi preliminari vadano a buon fine. E che il canovaccio di martedì al Senato, il D-day delle comunicazioni di Giuseppe Conte e della mozione di sfiducia della Lega confermata ancora ieri mattina da Matteo Salvini, fili liscio come da copione. Già, ma il copione? Nel Pd e nel M5S sono state individuate delle figure chiave che, a nome dei rispettivi fronti, muovono le pedine sullo scacchiere della crisi. Da una parte ci sono Dario Franceschini, Andrea Orlando e Graziano Delrio; dall’altra si muovono i capigruppo Francesco D’Uva (Camera) e Stefano Patuanelli (Senato), che già da giorni hanno ricevuto la benedizione di Davide Casaleggio, fatta filtrare sulle agenzie dalla Comunicazione del M5S (nessun veto, ricordando tra l’altro che Prodi era stato invitato a un evento di Rousseau). Ieri mattina, quando dopo la commemorazione del primo anniversario del ponte Morandi gli ambasciatori pd hanno fiutato l’ipotesi che Salvini potesse fare retromarcia sulla mozione di sfiducia, i due capigruppo del Cinque Stelle hanno rassicurato l’altro fronte. Della serie, «anche se lo facesse, per noi quell’alleanza è morta». D’altronde non è un mistero per nessuno che la quasi totalità dei parlamentari del M5S è pronta a cambiare compagni di strada.
Nella trattativa, tra l’altro, iniziano a farsi largo i termini programmatici di un eventuale nuovo accordo di governo. Scartati fantascientifici ripensamenti sulla Tav (l’opera si farà, col bollino del governo Conte) o questioni troppo spinose per essere servite come antipasto (la riforma della giustizia), si punta tutto sul lavoro, il fisco, l’ecologia. Con un’attenzione ai passaggi politici che il M5S dovrà percorrere per scavare un solco tra l’era Salvini e la nuova fase, a cominciare dall’accoglimento dei rilievi del Colle sul decreto Sicurezza bis. «Non abbiamo paura del voto», ripete a ogni pie’ sospinto Nicola Zingaretti. Ma la trattativa è partita. Ed entrerà nelle sue fasi cruciali solo quando il D-day del Senato sarà archiviato. Come? Senza retromarce di Salvini, il Pd potrebbe votare la sfiducia al governo Conte, che quindi cadrebbe. Ma se nella Lega maturasse un colpo di scena, allora gli ambasciatori del Pd potrebbero chiedere agli sherpa del M5S di far annunciare a Conte le proprie dimissioni durante le comunicazioni al Senato. «Tanto — è l’analisi fatta da Di Maio ai suoi — tutta Italia già saprebbe che il governo l’ha fatto cadere Salvini». A quel punto, solo a quel punto, inizierebbe la fase due.
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Re: Da “eresia” a possibilità: i parlamentari 5 stelle tentati da un “governo di responsabilità” con il Pd
Messaggioda scommettitore siracusano » 19/08/2019 - 09:54
PREMIER, NEL NEGOZIATO CADE IL TABU' CONTE. Il Pd pronto a valutare il bis.
.................
L’altro fronte della trattativa è il veto su Di Maio al governo. I 5 Stelle non possono accettarlo. La scelta: Casaleggio avrebbe preferito le urne. Ha cambiato idea per i sondaggi sul M5S.
...................
«Siamo disponibili anche a trattare sul fatto che il premier possa farlo di nuovo Conte. Possiamo partire da quel nome, poi dipenderà anche da lui se riuscirà ad arrivare fino in fondo. Le resistenze del Pd sono molto meno di quante non possano sembrare oggi».
È l’ultimo giorno dedicato alla tattica. Poi la parola, da oggi, passerà alla strategia. Il percorso e gli obiettivi di un governo che fino a otto giorni fa sarebbe sembrato fantapolitica, quello Pd-M5S con l’appoggio di Leu, cominciano a prendere corpo. Il «come», da stamattina, sarà arrivarci. Evitare che il treno finisca su un binario morto.
Trecentosessantadue chilometri separano la villa di Beppe Grillo a Bibbona, dov’è riunito lo stato maggiore del M5S, da Venezia, dove Dario Franceschini ha fatto una sosta di ritorno da qualche giorno di vacanza sulle Dolomiti. Poco distante c’è anche Matteo Renzi. In mezzo alle due località c’è Bologna, la città di Romano Prodi, che ieri ha benedetto la nuova maggioranza. Si devia di qualche chilometro, sulla via Emilia, e c’è un altro telefono bollente, quello di Graziano Delrio, il capogruppo del Pd in costante contatto col pari grado pentastellato Francesco D’Uva.
La rete della trattativa tra Pd e M5S è politicamente circoscritta. A dispetto dei rumors che davano una pattuglia forzista in marcia di avvicinamento verso la maggioranza, Silvio Berlusconi ha già detto ai suoi che Forza Italia rimarrà all’opposizione, saldamente ancorata al centrodestra. Ma è anche geograficamente circoscritta, ieri, l’area della trattativa. Ci si può sentire al telefono ma se ci fosse bisogno di vedersi, trovandosi a metà strada, basterebbero due ore di macchina. E proprio all’interno di questo perimetro che ieri, dal fronte del centrosinistra, è partita una precisa disponibilità a vagliare anche il nome di Giuseppe Conte tra quelli che potrebbero guidare il governo giallorosso. Certo, l’operazione è tutt’altro che semplice. Ma, come dice una fonte di primo livello del centrosinistra, «siamo comunque disponibili a ragionare».
Le interlocuzioni del Pd con l’altro fronte hanno tre terminali. Uno è Roberto Fico, l’altro rimanda ai capigruppo D’Uva e Patuanelli, gli ultimi due — i più importanti — portano dritti a Giuseppe Conte e Davide Casaleggio.
Casaleggio, idealmente, sarebbe stato tra i più favorevoli al ritorno alle urne. Ma, da quando ha visto coi suoi occhi un sondaggio che dà il M5S tra il 7 e l’8%, ha capito che l’unica strada per la sopravvivenza del Movimento è tentare l’alleanza parlamentare col Pd. Da qui è cambiata la storia e la posizione di Di Maio — ultimo tra i big a tifare per un ritorno alle urne — è finita in minoranza, anche nel gruppo parlamentare.
Le prime aperture del Pd sull’ipotesi di riportare Conte a Palazzo Chigi arrivano sul tavolo di Bibbona mentre il gotha pentastellato ha appena deciso di tagliare definitivamente i ponti con Salvini. Gli emissari del M5S riportano agli ambasciatori dell’altro fronte che la trattativa su Palazzo Chigi sarà bene avviarla soltanto dopo aver risolto un’altra questione. Quella che riguarda, appunto, il futuro personale di Di Maio. La «richiesta» è trovare un’exit strategy per il capo politico; che cadano, insomma, i veti per un suo ingresso nel governo. Difficile, al momento, capire se verrà accettata. Ma questa è la bacchetta di Shanghai che, se rimossa dal tavolo, può sbloccare il gioco.
Nicola Zingaretti rimane coperto sulla linea del «siamo pronti comunque al voto» e sarà l’ultimo staffettista a raccogliere il testimone per arrivare al traguardo. Il dividendo che potrebbe incassare il segretario del Pd nel medio periodo è altissimo. L’ha fatto notare un suo fedelissimo a Renzi. «Le Regionali in Toscana ed Emilia avrebbero potuto trasformarsi nella tomba della segreteria Zingaretti. E invece grazie a noi, se parte a Roma l’alleanza Pd-M5S, saranno vinte. Entrambe».
.................
L’altro fronte della trattativa è il veto su Di Maio al governo. I 5 Stelle non possono accettarlo. La scelta: Casaleggio avrebbe preferito le urne. Ha cambiato idea per i sondaggi sul M5S.
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«Siamo disponibili anche a trattare sul fatto che il premier possa farlo di nuovo Conte. Possiamo partire da quel nome, poi dipenderà anche da lui se riuscirà ad arrivare fino in fondo. Le resistenze del Pd sono molto meno di quante non possano sembrare oggi».
È l’ultimo giorno dedicato alla tattica. Poi la parola, da oggi, passerà alla strategia. Il percorso e gli obiettivi di un governo che fino a otto giorni fa sarebbe sembrato fantapolitica, quello Pd-M5S con l’appoggio di Leu, cominciano a prendere corpo. Il «come», da stamattina, sarà arrivarci. Evitare che il treno finisca su un binario morto.
Trecentosessantadue chilometri separano la villa di Beppe Grillo a Bibbona, dov’è riunito lo stato maggiore del M5S, da Venezia, dove Dario Franceschini ha fatto una sosta di ritorno da qualche giorno di vacanza sulle Dolomiti. Poco distante c’è anche Matteo Renzi. In mezzo alle due località c’è Bologna, la città di Romano Prodi, che ieri ha benedetto la nuova maggioranza. Si devia di qualche chilometro, sulla via Emilia, e c’è un altro telefono bollente, quello di Graziano Delrio, il capogruppo del Pd in costante contatto col pari grado pentastellato Francesco D’Uva.
La rete della trattativa tra Pd e M5S è politicamente circoscritta. A dispetto dei rumors che davano una pattuglia forzista in marcia di avvicinamento verso la maggioranza, Silvio Berlusconi ha già detto ai suoi che Forza Italia rimarrà all’opposizione, saldamente ancorata al centrodestra. Ma è anche geograficamente circoscritta, ieri, l’area della trattativa. Ci si può sentire al telefono ma se ci fosse bisogno di vedersi, trovandosi a metà strada, basterebbero due ore di macchina. E proprio all’interno di questo perimetro che ieri, dal fronte del centrosinistra, è partita una precisa disponibilità a vagliare anche il nome di Giuseppe Conte tra quelli che potrebbero guidare il governo giallorosso. Certo, l’operazione è tutt’altro che semplice. Ma, come dice una fonte di primo livello del centrosinistra, «siamo comunque disponibili a ragionare».
Le interlocuzioni del Pd con l’altro fronte hanno tre terminali. Uno è Roberto Fico, l’altro rimanda ai capigruppo D’Uva e Patuanelli, gli ultimi due — i più importanti — portano dritti a Giuseppe Conte e Davide Casaleggio.
Casaleggio, idealmente, sarebbe stato tra i più favorevoli al ritorno alle urne. Ma, da quando ha visto coi suoi occhi un sondaggio che dà il M5S tra il 7 e l’8%, ha capito che l’unica strada per la sopravvivenza del Movimento è tentare l’alleanza parlamentare col Pd. Da qui è cambiata la storia e la posizione di Di Maio — ultimo tra i big a tifare per un ritorno alle urne — è finita in minoranza, anche nel gruppo parlamentare.
Le prime aperture del Pd sull’ipotesi di riportare Conte a Palazzo Chigi arrivano sul tavolo di Bibbona mentre il gotha pentastellato ha appena deciso di tagliare definitivamente i ponti con Salvini. Gli emissari del M5S riportano agli ambasciatori dell’altro fronte che la trattativa su Palazzo Chigi sarà bene avviarla soltanto dopo aver risolto un’altra questione. Quella che riguarda, appunto, il futuro personale di Di Maio. La «richiesta» è trovare un’exit strategy per il capo politico; che cadano, insomma, i veti per un suo ingresso nel governo. Difficile, al momento, capire se verrà accettata. Ma questa è la bacchetta di Shanghai che, se rimossa dal tavolo, può sbloccare il gioco.
Nicola Zingaretti rimane coperto sulla linea del «siamo pronti comunque al voto» e sarà l’ultimo staffettista a raccogliere il testimone per arrivare al traguardo. Il dividendo che potrebbe incassare il segretario del Pd nel medio periodo è altissimo. L’ha fatto notare un suo fedelissimo a Renzi. «Le Regionali in Toscana ed Emilia avrebbero potuto trasformarsi nella tomba della segreteria Zingaretti. E invece grazie a noi, se parte a Roma l’alleanza Pd-M5S, saranno vinte. Entrambe».
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