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CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 11/03/2015 - 09:56
CHALLENGER SANTIAGO 40.000$ terra...
GIANLUIGI QUINZI, testa di serie n° 1 delle qualificazioni è entrato in scioltezza nel tabellone principale con un BYE al 1° turno, poi eliminando facilmente 2 peones...
nel 1° turno del tabellone principale ha incontrato LONDERO, 21enne argentino che lo sopravanza in classifica di oltre 100 posti...favoritissimo QUINZI già in apertura a 1.50, poi quota ancora in calo...
avevo pensato di bancarlo, ieri sera, poi la scarsezza dell' avversario mi ha fatto lasciar stare...
esito conclusivo 6-4 6-4 con poca storia...
...QUINZI avrà una wild-card per le quali di MIAMI...
P. S. nel torneo cileno, in tabellone, solo giocatori latini...
GIANLUIGI QUINZI, testa di serie n° 1 delle qualificazioni è entrato in scioltezza nel tabellone principale con un BYE al 1° turno, poi eliminando facilmente 2 peones...
nel 1° turno del tabellone principale ha incontrato LONDERO, 21enne argentino che lo sopravanza in classifica di oltre 100 posti...favoritissimo QUINZI già in apertura a 1.50, poi quota ancora in calo...
avevo pensato di bancarlo, ieri sera, poi la scarsezza dell' avversario mi ha fatto lasciar stare...
esito conclusivo 6-4 6-4 con poca storia...
...QUINZI avrà una wild-card per le quali di MIAMI...
P. S. nel torneo cileno, in tabellone, solo giocatori latini...
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 11/03/2015 - 10:00
Intervista esclusiva a Monachesi, coach di Quinzi: “Diventerà un campione”
l nuovo coach di Gianluigi Quinzi, intervistato in esclusiva da Ubitennis, ci parla del futuro del giovane tennista azzurro, fra pressione e maturità
Mariano Monachesi segue dall’ottobre del 2014 la promessa del tennis azzurro Gianluigi Quinzi, attualmente al n. 368 della classifica Atp. Monachesi ha 43 anni ed è direttore, assieme a Mariano Hood della “Monachesi & Hood Tennis Academy” in Argentina. In passato ha allenato Guillermo Coria, Guillermo Cañas, Agustín Calleri, Juan Ignacio Chela, Mariano Zabaleta e Tommy Robredo. Intervistato per Ubitennis in esclusiva da Iván Tricárico, Mariano ha posto l’accento sulla fiducia e la certezza che Quinzi possa diventare un giorno un campione, e che adesso è necessario che trovi la maturità per poter affrontare serenamente la pressione di un intera nazione tennistica, che vede in lui il futuro dei colori azzurri.
Da quando lavori con Quinzi?
Lavoriamo insieme da ottobre. Abbiamo fatto una prova di due mesi, abbiamo trovato un buon feeling e abbiamo stabilito il piano per lavorare insieme per il 2015.
Come lo vede per il futuro? A lungo è stato una promessa junior, gioca da molti anni, ha giocato vari Challenger, vari Futures.
È un grande giocatore, davvero. Spero di avere la fortuna di poterlo accompagnare per un processo di qualche anno, perché sono convinto che con me o con qualunque altro allenatore, potrà diventare un grande tennista. Gioca a tennis molto bene, è una grande realtà. Ha bisogno di trovare la maturità per potersi tranquillizzare, iniziare a vincere le partite, ad avere fiducia in se stesso e questo non è semplice. Non è facile essere il numero 1 del mondo, o vincere Wimbledon, e stare in un paese come l’Italia, che è un paese latino, molto sanguigno. L’Italia non ha una giovane promessa da molto tempo, però lo osservo e vedo che è un gran lavoratore e mi sembra un grande giocatore.
La pressione di essere la grande promessa del tennis italiano può avergli giocato contro?
Credo che la pressione sia qualcosa con cui tutti devono imparare a convivere, nel tennis come nella vita. Sì, può avergli creato qualche problema in alcuni risultati, ma già dopo impari a convivere con questo, e poi comprendi che la carriera è estremamente individuale, è personale. Un tennista gioca per se stesso. E poi con il tempo tutto si riduce, la pressione diminuisce.
Come con Fabio Fognini, anche lui molto criticato dal pubblico e dalla stampa italiana per il suo modo di giocare, che è stato n. 13 del mondo. Crede che anche in questo caso è stato il pubblico a mettere pressione?
Io credo che il pubblico italiano, come tutti, è molto esigente. Ti segue e vuole che tu vinca, ma credo che anche con questo aspetto bisogna imparare a convivere. Devi vederne l’aspetto positivo, perché se non vedi il lato buono delle cose, ed inizi a litigare con tutti, non ti conviene. Fognini, credo che per le qualità tecniche che possiede, avrebbe potuto ottenere dei grandi risultati nei tornei maggiori. Ad uno che è stato n.13 del mondo può succedere.
Vede Quinzi come un possibile top 50?
Certo, se non lo vedessi così non lo allenerei.
Un’ultima domanda. Come avete preparato il tour in questi mesi?
Bene. Giocheremo un Challenger a Santiago, abbiamo una wild card per partecipare alle qualificazioni di Miami. Successivamente abbiamo una serie di quattro Challenger, uno vicino Miami e tre in Messico.
Cercherete di giocare a Roma, chiederete una wild card per le qualificazioni?
Sì, ovviamente ci proveremo.
Si sente preparato per un torneo così importante? Un Masters 1000?
Sì, assolutamente.
l nuovo coach di Gianluigi Quinzi, intervistato in esclusiva da Ubitennis, ci parla del futuro del giovane tennista azzurro, fra pressione e maturità
Mariano Monachesi segue dall’ottobre del 2014 la promessa del tennis azzurro Gianluigi Quinzi, attualmente al n. 368 della classifica Atp. Monachesi ha 43 anni ed è direttore, assieme a Mariano Hood della “Monachesi & Hood Tennis Academy” in Argentina. In passato ha allenato Guillermo Coria, Guillermo Cañas, Agustín Calleri, Juan Ignacio Chela, Mariano Zabaleta e Tommy Robredo. Intervistato per Ubitennis in esclusiva da Iván Tricárico, Mariano ha posto l’accento sulla fiducia e la certezza che Quinzi possa diventare un giorno un campione, e che adesso è necessario che trovi la maturità per poter affrontare serenamente la pressione di un intera nazione tennistica, che vede in lui il futuro dei colori azzurri.
Da quando lavori con Quinzi?
Lavoriamo insieme da ottobre. Abbiamo fatto una prova di due mesi, abbiamo trovato un buon feeling e abbiamo stabilito il piano per lavorare insieme per il 2015.
Come lo vede per il futuro? A lungo è stato una promessa junior, gioca da molti anni, ha giocato vari Challenger, vari Futures.
È un grande giocatore, davvero. Spero di avere la fortuna di poterlo accompagnare per un processo di qualche anno, perché sono convinto che con me o con qualunque altro allenatore, potrà diventare un grande tennista. Gioca a tennis molto bene, è una grande realtà. Ha bisogno di trovare la maturità per potersi tranquillizzare, iniziare a vincere le partite, ad avere fiducia in se stesso e questo non è semplice. Non è facile essere il numero 1 del mondo, o vincere Wimbledon, e stare in un paese come l’Italia, che è un paese latino, molto sanguigno. L’Italia non ha una giovane promessa da molto tempo, però lo osservo e vedo che è un gran lavoratore e mi sembra un grande giocatore.
La pressione di essere la grande promessa del tennis italiano può avergli giocato contro?
Credo che la pressione sia qualcosa con cui tutti devono imparare a convivere, nel tennis come nella vita. Sì, può avergli creato qualche problema in alcuni risultati, ma già dopo impari a convivere con questo, e poi comprendi che la carriera è estremamente individuale, è personale. Un tennista gioca per se stesso. E poi con il tempo tutto si riduce, la pressione diminuisce.
Come con Fabio Fognini, anche lui molto criticato dal pubblico e dalla stampa italiana per il suo modo di giocare, che è stato n. 13 del mondo. Crede che anche in questo caso è stato il pubblico a mettere pressione?
Io credo che il pubblico italiano, come tutti, è molto esigente. Ti segue e vuole che tu vinca, ma credo che anche con questo aspetto bisogna imparare a convivere. Devi vederne l’aspetto positivo, perché se non vedi il lato buono delle cose, ed inizi a litigare con tutti, non ti conviene. Fognini, credo che per le qualità tecniche che possiede, avrebbe potuto ottenere dei grandi risultati nei tornei maggiori. Ad uno che è stato n.13 del mondo può succedere.
Vede Quinzi come un possibile top 50?
Certo, se non lo vedessi così non lo allenerei.
Un’ultima domanda. Come avete preparato il tour in questi mesi?
Bene. Giocheremo un Challenger a Santiago, abbiamo una wild card per partecipare alle qualificazioni di Miami. Successivamente abbiamo una serie di quattro Challenger, uno vicino Miami e tre in Messico.
Cercherete di giocare a Roma, chiederete una wild card per le qualificazioni?
Sì, ovviamente ci proveremo.
Si sente preparato per un torneo così importante? Un Masters 1000?
Sì, assolutamente.
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Gugaste » 11/03/2015 - 10:10
ieri non sapendo che fare gioco su un match dell'ITF che si sta svolgendo in Canada, il n. 205 del Mondo Jarmere Jenkins perde 6-0 4-6 0-6 con il n. 1000 Sami Reinwein..... mi credo conoscitore di tennis giocando da quasi vent'anni, in base a questa esperienza sono convinto che le classifiche solo in casi particolari non vengano rispettate ed in questo caso sarebbe dovuta essere rispettata ad occhi chiusi
chiedo agli esperti del forum come sia possibile un risultato del genere, grazie
chiedo agli esperti del forum come sia possibile un risultato del genere, grazie
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 11/03/2015 - 10:45
Gugaste ha scritto:ieri non sapendo che fare gioco su un match dell'ITF che si sta svolgendo in Canada, il n. 205 del Mondo Jarmere Jenkins perde 6-0 4-6 0-6 con il n. 1000 Sami Reinwein..... mi credo conoscitore di tennis giocando da quasi vent'anni, in base a questa esperienza sono convinto che le classifiche solo in casi particolari non vengano rispettate ed in questo caso sarebbe dovuta essere rispettata ad occhi chiusi
chiedo agli esperti del forum come sia possibile un risultato del genere, grazie
caro GUGA, a parte le eccezioni, negli ITF io vedrei più possibilità, per un emergente, di battere anche un avversario che lo sopravanza così nettamente in classifica...magari il tedesco sta per esplodere a livelli più alti...magari l' americano era disinteressato a questo torneo...le variabili possono essere diverse...
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 11/03/2015 - 14:03
nel CHALLENGER cinese di GUANGZHOU, su cemento da 50.000$ sono 2 gli italiani impegnati...GHEDIN dopo essersi qualificato ha preso una stesa dal francese LAMASINE, mentre MARCORA è al 2° turno e se la vede con l' australiano THOMPSON 20enne emergente...più indietro in classifica del nostro, ma netto favorito...
...testa di serie n° 2 del tabellone è CHUNG, Hyeon vecchia conoscenza di QUINZI...
...testa di serie n° 2 del tabellone è CHUNG, Hyeon vecchia conoscenza di QUINZI...
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 11/03/2015 - 18:40
ONE PHOTO, ONE STORY...
Fine Anni 70, Bjorn Borg sta preparando la cinquina a Wimbledon. Si concede una sosta a Las Vegas, che nel corso degli anni ha sempre organizzato un torneo pro, alternandolo a ricche esibizioni. Borg si presenta con la sua solita fascetta, i pantaloncini attillati della Fila, la racchetta Bancroft, perché all’epoca poteva accadere di usare un brand quando giocavi negli States e un altro (Donnay) quando eri impegnato in Europa. BB è stato il primo tennista-sandwich, marchiato da testa a piedi: shampoo, dentifrici, automobili, orologi, non si faceva mancare nulla.
In quell’occasione, gli chiesero di posare con un ragazzino che non aveva manco dieci anni e che dicevano esser eun piccolo fenomeno. Capello biondo con taglio a caschetto, che all’epoca era di moda. Non era griffato come capita alle giovani promesse odierne, dove trovi un padre capace di chiedere un contrattino al figlio under 8. Papà Mike svernava come portiere al Tropicana, uno dei tanti hotel-casinò, che qualche anno fa hanno abbattuto perché non era dei più recenti, né dei più raccomandabili. Ma diamine, il figlio giocava proprio bene. Ci aveva palleggiato anche Jimmy Connors e Harold Solomon si era spinta a dire: “Per essere così piccolo non è male: di rovescio gioca già meglio di me!”.
Quel ragazzino, manco a dirlo, era Andre Agassi e, come Borg, ha rivoluzionato il tennis. In campo e fuori. Borg è stato il primo, autentico atleta prestato al tennis: un mezzofondista che sbagliava una palla ogni due ore, perché il top spin non l’ha inventato lui, ma l’ha saputo adoperare per i suoi scopi come pochi altri. E così ha fatto il Kid di Las Vegas, creando il ping-tennis, un gioco fatto di solo anticipo, con l’obbligo di non arretrare mai, di offendere anche nelle situazioni più disperate, grazie a due piedi che si muovevano veloci come quelli di un pugile, carriera mancata dal padre.
E se Borg era tappezzato di sponsor, Agassi non è stato da meno, con quello slogan della Canon “Image is everything” che gli è rimasto appiccicato addosso per una carriera intera. Un personaggio che ha affascinato un’intera generazione, che si è ritrovata a battagliare al tennis club indossando pantaloncini in jeans e scaldamuscoli fucsia che spuntavano da sotto.
Due stili che hanno viaggiato a braccetto seppur distanti nel tempo e che hanno avuto solo l’appendice diversa: BB ha cambiato spesso compagna, è stato accusato di bigamia dalla Berté, e ha pensato di vendere i suoi cinque trofei di Wimbledon per evitare il fallimento, prima che una compagnia di giovani businessman creassero slip e canotte a suo nome, facendolo tornare benestante con le royalties pattuite. AA invece, mollata la Shields, ha trovato il suo equilibrio con Stefi Graf, si è fatto una famiglia, ha creato una fondazione che “chapeau!” e ha chiesto ad un premio Pulitzer di fare chiarezza su una gioventù controversa e un'età adulta da libro cuore.
In attesa che Open diventi la straordinaria sceneggiatura di un film: l’hanno meritato personaggi meno affascinanti.
Fine Anni 70, Bjorn Borg sta preparando la cinquina a Wimbledon. Si concede una sosta a Las Vegas, che nel corso degli anni ha sempre organizzato un torneo pro, alternandolo a ricche esibizioni. Borg si presenta con la sua solita fascetta, i pantaloncini attillati della Fila, la racchetta Bancroft, perché all’epoca poteva accadere di usare un brand quando giocavi negli States e un altro (Donnay) quando eri impegnato in Europa. BB è stato il primo tennista-sandwich, marchiato da testa a piedi: shampoo, dentifrici, automobili, orologi, non si faceva mancare nulla.
In quell’occasione, gli chiesero di posare con un ragazzino che non aveva manco dieci anni e che dicevano esser eun piccolo fenomeno. Capello biondo con taglio a caschetto, che all’epoca era di moda. Non era griffato come capita alle giovani promesse odierne, dove trovi un padre capace di chiedere un contrattino al figlio under 8. Papà Mike svernava come portiere al Tropicana, uno dei tanti hotel-casinò, che qualche anno fa hanno abbattuto perché non era dei più recenti, né dei più raccomandabili. Ma diamine, il figlio giocava proprio bene. Ci aveva palleggiato anche Jimmy Connors e Harold Solomon si era spinta a dire: “Per essere così piccolo non è male: di rovescio gioca già meglio di me!”.
Quel ragazzino, manco a dirlo, era Andre Agassi e, come Borg, ha rivoluzionato il tennis. In campo e fuori. Borg è stato il primo, autentico atleta prestato al tennis: un mezzofondista che sbagliava una palla ogni due ore, perché il top spin non l’ha inventato lui, ma l’ha saputo adoperare per i suoi scopi come pochi altri. E così ha fatto il Kid di Las Vegas, creando il ping-tennis, un gioco fatto di solo anticipo, con l’obbligo di non arretrare mai, di offendere anche nelle situazioni più disperate, grazie a due piedi che si muovevano veloci come quelli di un pugile, carriera mancata dal padre.
E se Borg era tappezzato di sponsor, Agassi non è stato da meno, con quello slogan della Canon “Image is everything” che gli è rimasto appiccicato addosso per una carriera intera. Un personaggio che ha affascinato un’intera generazione, che si è ritrovata a battagliare al tennis club indossando pantaloncini in jeans e scaldamuscoli fucsia che spuntavano da sotto.
Due stili che hanno viaggiato a braccetto seppur distanti nel tempo e che hanno avuto solo l’appendice diversa: BB ha cambiato spesso compagna, è stato accusato di bigamia dalla Berté, e ha pensato di vendere i suoi cinque trofei di Wimbledon per evitare il fallimento, prima che una compagnia di giovani businessman creassero slip e canotte a suo nome, facendolo tornare benestante con le royalties pattuite. AA invece, mollata la Shields, ha trovato il suo equilibrio con Stefi Graf, si è fatto una famiglia, ha creato una fondazione che “chapeau!” e ha chiesto ad un premio Pulitzer di fare chiarezza su una gioventù controversa e un'età adulta da libro cuore.
In attesa che Open diventi la straordinaria sceneggiatura di un film: l’hanno meritato personaggi meno affascinanti.
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda lob » 11/03/2015 - 20:00
Applausi per Ghepard prima di tutto non essendo purtroppo più di primo pelo mi piacciono gli amarcord
La biografia di Agassi l'ho divorata in 10 gg, romanzata o no credo che debba essere letta da ogni appassionato
La biografia di Agassi l'ho divorata in 10 gg, romanzata o no credo che debba essere letta da ogni appassionato
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda lob » 11/03/2015 - 20:00
Applausi per Ghepard prima di tutto non essendo purtroppo più di primo pelo mi piacciono gli amarcord
La biografia di Agassi l'ho divorata in 10 gg, romanzata o no credo che debba essere letta da ogni appassionato
La biografia di Agassi l'ho divorata in 10 gg, romanzata o no credo che debba essere letta da ogni appassionato
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Kook » 11/03/2015 - 20:32
Odio il tennis.....mi pare lo ripeta parecchie volte
Bel libro.....nomi che ci fanno tornare in mente momenti di tennis che ora ci possiamo scordare. Io non faccio parte dell'epoca di borg o connors, ma ho cominciato a seguire il tennis grazie ai grandi match tra lendl e Becker, grazie alle finali tra edberg e Becker a Wimbledon, grazie al nostro paolino Canè che in Davis si trasformava. Poi, ovviamente sono arrivato a Sampras e agassi passando da kuerten e mister....wow, che brividi!.
Bel libro.....nomi che ci fanno tornare in mente momenti di tennis che ora ci possiamo scordare. Io non faccio parte dell'epoca di borg o connors, ma ho cominciato a seguire il tennis grazie ai grandi match tra lendl e Becker, grazie alle finali tra edberg e Becker a Wimbledon, grazie al nostro paolino Canè che in Davis si trasformava. Poi, ovviamente sono arrivato a Sampras e agassi passando da kuerten e mister....wow, che brividi!.
Non aspettare che il vento gonfi la vela della tua fortuna. Soffiaci dentro tu.
Ugo Ojetti
Ugo Ojetti
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Mello » 12/03/2015 - 08:43
A Santiago ho preso Olivo @ 2.08 Pinnacle (3/10), Ramirez Hidalgo mi sembra ormai giocatore da terza fascia (futures), mentre l'argentino ha buoni scalpi anche in questo 2015
Stai tranquillo che se hai del culo, la sfiga è già lì a guardartelo! 
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 12/03/2015 - 10:30
ITF ARGENTINA Copa Municipalidad de Guaymallén 10.000$
siamo ai quarti, dominio totale dei giocatori di casa, in evidenza BAHAMONDE 1149 del ranking...
______________________
ITF AUSTRALIA Mildura Grand Tennis International 15.000$
qui naturalmente dominio AUSSIE con 7/8 ai quarti...in evidenza FANCUTT 2090 del ranking...
l' italiano RICCARDO STIGLICH (2123) si era qualificato ma è stato eliminato al 1° turno da BOURCHIER...
______________________
ITF CANADA Futures de Sherbrooke Présenté par Rouge FM 15.000$
2 italiani in tabellone, MAFER (433) subito eliminato da ESCOBAR (293) e DONATI (412) che ha vinto col più accreditato bulgaro KUTROVSKY (323) ...in evidenza il nostro forumista PELIWO...
______________________
ITF SVIZZERA Trimbach 15.000$
FRIGERIO (1054) eliminato al 1° turno dall' inglese MILTON (364) testa di serie n° 4, poi eliminato dalla sorpresona MROSE (1969)
______________________
ITF ISRAELE Herzlia 10.000$
BEGA (543) testa di serie n° 5 senza problemi ai quarti, se la vede con la WC di casa RUMYANTSEV (1285) unica sorpresa del tabellone...
______________________
ITF GIAPPONE Nishi-Tama 10.000$
LICCIARDI (622) sconfitto al 2° turno, mentre l' ottimo PANCALDI (745) è nei quarti e sfiderà TAKEUCHI (437) testa di serie n° 3...
_______________________
ITF CROAZIA Porec 10.000$
TREVISAN e NASO gli italiani rimasti in tabellone e teste di serie...in evidenza il ceco KOLAR (1434) che ha eliminato netto lo svedese LINDELL (243) testa di serie n° 1...
siamo ai quarti, dominio totale dei giocatori di casa, in evidenza BAHAMONDE 1149 del ranking...
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ITF AUSTRALIA Mildura Grand Tennis International 15.000$
qui naturalmente dominio AUSSIE con 7/8 ai quarti...in evidenza FANCUTT 2090 del ranking...
l' italiano RICCARDO STIGLICH (2123) si era qualificato ma è stato eliminato al 1° turno da BOURCHIER...
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ITF CANADA Futures de Sherbrooke Présenté par Rouge FM 15.000$
2 italiani in tabellone, MAFER (433) subito eliminato da ESCOBAR (293) e DONATI (412) che ha vinto col più accreditato bulgaro KUTROVSKY (323) ...in evidenza il nostro forumista PELIWO...
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ITF SVIZZERA Trimbach 15.000$
FRIGERIO (1054) eliminato al 1° turno dall' inglese MILTON (364) testa di serie n° 4, poi eliminato dalla sorpresona MROSE (1969)
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ITF ISRAELE Herzlia 10.000$
BEGA (543) testa di serie n° 5 senza problemi ai quarti, se la vede con la WC di casa RUMYANTSEV (1285) unica sorpresa del tabellone...
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ITF GIAPPONE Nishi-Tama 10.000$
LICCIARDI (622) sconfitto al 2° turno, mentre l' ottimo PANCALDI (745) è nei quarti e sfiderà TAKEUCHI (437) testa di serie n° 3...
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ITF CROAZIA Porec 10.000$
TREVISAN e NASO gli italiani rimasti in tabellone e teste di serie...in evidenza il ceco KOLAR (1434) che ha eliminato netto lo svedese LINDELL (243) testa di serie n° 1...
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 12/03/2015 - 14:14
LUCA VANNI: ultima biografia...non autorizzata...
La storia (straordinaria) di un ragazzo che a 16 anni fu retrocesso da 4.2 a 4.3 e che a 29 si ritrova in finale in un torneo ATP. Con la Bravo da 300.000 km e il signor Gattavecchi che si vanta di averlo battuto. Luca Vanni, per niente un esempio, sicuramente un esemplare unico.
«A 15 anni ero classificato 4.2. Un giorno giocai contro il signor Gattavecchi, 35 anni, era un viticultore che fa il Nobile a Montepulciano. Persi. Il mi’ cognato, che era 3.1 e fidanzato da poco con la mi’ sorella, era venuto a vedermi; dopo la partita, le si avvicinò e disse: “Ma ‘ndo va il tu’ fratello, 4.2 a 15 anni?”».
Aveva ragione, il cognato. A sedici, quando i migliori italiani ci provano col Bonfiglio, Luca Vanni era retrocesso a 4.3. Questa non è la storia di un esempio ma il suo contrario. Altrimenti, si insinuerebbe un messaggio devastante, brevettato da una fabbrica tedesca di abbigliamento sportivo e perfetto solo per gli spot: nulla è impossibile. Il ragionier Vanni di Valdichiana in finale in un torneo ATP a 29 anni, anche se un mese prima non aveva mai giocato un ATP? Certo che sì, basta crederci.
Ma quando mai. Per annodare le corna a una vita qualunque, non puoi essere uno qualunque. Quando Lucone, quasi due metri di sportivo figlio di un pallavolista di serie A2, ti racconta dieci anni di esistenza da folle (o da genio, da sprovveduto cosmico, vedete voi) non è l’episodio fuori dall’ordinario che ti colpisce, perché non c’è. È il tutto. Un terza categoria («Ci sono arrivato a diciassette anni, a 3.5, dopo aver vinto il circuito delle vallate aretine») che ha deciso: un giorno giocherà contro il suo idolo Marat Safin, campione allo US Open mentre lui, alla stessa età di Marat, la spunta sì e no al terzo set contro il macellaio di Arezzo.
Siccome «a vent’anni ero ancora negato», abbastanza perché si rassegnasse a non giocare tornei oltre i confini della Toscana, Vanni si è diplomato. Non contento del suo tennis scadente, si è pure spaccato il ginocchio. Due volte. Crac all’articolazione e un altro in banca, dove la sorella tuttora custodisce il conto cointestato e lo strapazza quando legge prelievi strani («Mi piace fare regali a caso, mandare fiori alla mia ragazza il 13 marzo, quando non c’è niente da festeggiare»). Un lunedì, ancora convalescente, Lucone si presenta al mobilificio Vanni di Foiano della Chiana. Non per parlare col titolare, con papà, ma per mettersi a lavorare. Davanti c’è l’esposizione; dietro, la fabbrica di legno. I Vanni costruiscono e assemblano arredamenti su misura: stanze d’albergo, salotti, camere da letto. «Dopo due settimane, mio padre mi prese di brutto: “Luca, vattene. Qui non ti voglio più vedere. Se proprio vuoi andare a lavorare, cercati un altro posto”. Soffriva, a vedermi montare le cucine country». Gli aveva parlato il pallavolista che era in lui, nell’unico momento in cui il figlio stava tornando alla ragione e vedeva quel suo sgangheratissimo sogno ormai perso per sempre.
Durante una pausa forzata, Vanni si è fatto ogni santo giorno cinquanta più cinquanta chilometri, da casa al circolo di Montevarchi in statale, viaggio evidentemente insufficiente per ragionare sul senso delle sue giornate. Tirava su cinquecento euro al mese per non farsi sentire più, se non sulla coscienza, almeno sul bilancio di casa. «Fu un bene, rompermi quel ginocchio» ha il coraggio di argomentare: perché gli pesava da morire, dover chiedere ogni lunedì i soldi ai genitori per finanziare quell’ossessione, il mestiere di tennista. Risparmiava sulle spese vivendo in casa, un po’ si allenava a vanvera con qualche ragazzino, un po’ faceva il cesto ai soci del club. Finché un giorno del 2006, classifica 2.4 e anni 21, Luca Vanni da Foiano riparte in macchina, con l’amico Federico Raffaelli. È guarito. Provano le qualificazioni al Future di Cesena, lui pesca la wildcard del circolo e fa bingo: 300 dollari e il primo punto ATP.
Bingo? Non scherziamo. In quei giorni, altri ragazzi dell’85 fanno bingo: Stan Wawrinka è al terzo turno di Wimbledon; Tomas Berdych ha appena messo il piede nei primi 20 al mondo; Simone Bolelli è la nuova stella dei challenger italiani; i francesi, che pompano decine di milioni di euro l’anno nel settore tecnico, hanno scovato un’85 forte, Tsonga, e un ’86 da lanciare, Monfils. Vanni invece torna in Valdichiana, dopo aver perso al secondo turno contro Paul Baccanello, ex (molto ex) 120 ATP. Perso lottando, sì: di quella partita conserva un ricordo, una sensazione quasi fastidiosa, che la distanza tra il diritto marcio del commercialista e la vita, se non di Berdych, almeno di Bolelli, si potesse annullare. Se solo uno dei suoi salti coi trampoli non gli avesse scardinato un’altra gamba, pensava. Se solo avesse imparato a giocare a tennis, avrebbe aggiunto chiunque altro. Se solo avessi conosciuto Charlize Theron. Se solo mio nonno avesse le ruote…
uell’estate, Vanni è numero 600; contabilmente, può permettersi di rinunciare per un anno alle lezioni private, mollare il lavoretto pomeridiano al club e riprendere a bussare ovunque offrano punti ATP a distanza di automobile. Vuoi non provarci, diamine, mentre gli altri smettono e si riciclano alla scuola maestri? Monterotondo, Teramo, Bassano, Castelfranco, Palazzolo, Carpi, Avezzano, un po’ di oltrefrontiera. In mezzo, viaggi per i tornei di club italiani e le serie omologhe europee come la Regionalliga tedesca, per fare in modo che il conto in banca torni almeno arancione. Perché il primo turno di un Future è una presa per i fondelli: fanno 90 euro lordi e lo chiamano “futuro”. “Disperazione”, dovrebbe intitolarsi quel circuito, dove ci si scanna per comprare un numero al lotto. Novanta euro, neanche benzina e autostrada per «la mi’ Bravina»: una Fiat bravissima, ancora tra noi, che sta per compiere – non si sa come, senza aver lanciato almeno un pistone nella troposfera – i suoi primi 300.000 chilometri.
Un giorno squilla il telefono a casa Vanni, Luca è chissà dove a giocare contro chissà chi. «“Siamo una ditta di Valdarno”, dicono dall’altra parte. Risponde mia mamma. Cercavano il ragionier Vanni, avevano trovato il nome nell’elenco dei diplomati e volevano sapere se ero interessato. “No, grazie, Luca non è il tipo”». Lui farà il tennista, dice.
Quelli che parlano di sofferenza nel perdere la finale dell’ATP di San Paolo, stando 5-4 e servizio nel terzo set, non hanno capito che sofferenza è sacrificare un bene senza ritorno, dieci dei migliori anni delle nostre vite, rincorrendo uno spettro alato che solo i suoi occhi percepivano. Lui vedeva Nadal e Roland Garros ma era a Brusaporto e di là c’era Hans Podlipnik-Castillo, che approfittava della distrazione e lo batteva. Ecco perché le prime parole, dopo il match point in Brasile, non sono state «Maremma» e qualcos’altro di irripetibile sfasciando la racchetta, ma «Vi amo tutti».
La sofferenza non è sbagliare tre diritti in quel game e far rientrare in pista Pablo Cuevas, 23 al mondo, fallendo l’occasione della vita. È farsi sopraffare da un esaurimento nervoso, sei mesi prima. Hai l’età in cui i tuoi amici trovano un lavoro (forse) e fanno figli (se possono). Hai appena perso nelle qualificazioni dello US Open, anzi, hai fatto «hahare contro una wildcard che più scarsa non esiste», che poi è Collin Altamirano e tanto brocco non deve essere, se è l’unico nella storia ad aver vinto i campionati nazionali Usa da non testa di serie. Francesca, che ti ha accompagnato per la prima volta a New York facendoti assaggiare dieci giorni di vita quasi normale, torna in Italia e la vuoi riaccompagnare. Francesca è la donna della tua vita, tu ormai sei in età da famiglia: lei ha una sorella che si chiama Sara e tu pure, entrambe sono nate il 31 di maggio e «non per la testa ma per i piedi», insomma, è destino. Lei è quella con cui vorresti «fa’ un figliolo se ci fossero le condizioni». Però lei studia e tu non hai un euro: le condizioni mancano, tutte quante. Dopo Altamirano, invece di proseguire per il challenger di Bangkok, cedi al cuore e la riaccompagni a casa. Errore. «A Roma siamo rimasti in auto mezza giornata a parlare e abbracciarci. Quando è andata, sono tornato in aeroporto: dovevo partire per Istanbul, da lì raggiungere Bangkok. Passo il check-in, mi siedo e scoppio a piangere. Chiamo coach Gorietti che cerca di consolarmi, mi dice di partire, che questa era ancora la mia vita, che pure lui usciva di casa di notte per non vedere il figlioletto che lo salutava piangendo. Sul volo, mi è venuto un attacco di panico. Non volevo smettere di giocare a tennis, volevo buttarmi giù dall’aereo! Le prime due sere, in albergo, aspettavo l’alba con gli occhi sbarrati. Telefonavo a casa nel cuore della notte, dovevo sentire una voce amica, qualcosa cui attaccarmi per non impazzire. Poi ho vinto il primo match 7-6 7-6 contro un indiano e puff, la cappa di angoscia è evaporata».
L’abitudine a vedersela con se stesso e il proprio mondo artificiale, alla John Nash, talvolta aiuta. Del resto la federazione, giustamente, mai si è sognata di contribuire alle utopie di un fuoricorso cronico. Potevano, sì, fargli una telefonata dopo il Brasile, un messaggio, invece niente. «L’anno scorso ero 847 del mondo, in estate 220. C’era Todi, scrissi una mail a Sergio Palmieri: ciao, sono Luca Vanni, vorrei chiedere la prima wildcard di sempre, penso di meritarla. Mi rispose: caro Luca, mi spiace ma 3 su 4 sono già assegnate e normalmente le diamo agli under 25. Io dico grazie lo stesso, sono sempre gentile, come quando mandavo i baci ai brasiliani nel match con Souza. Poi incontro Naso: anche lui aveva chiesto la wild card. La mail di risposta era la stessa, copiata e incollata. Solo che “caro Luca” era diventato “caro Gianluca”». In fondo, lo stile è l’abito dei pensieri.
Questo è Luca Vanni. Mai fatto un torneo ETA. Mai visto, fino a gennaio 2015, un torneo ATP. A San Paolo del Brasile ci è andato perché sapeva di poter finire in pari la trasferta in Sudamerica, anche perdendo. Si è qualificato, ha vinto il primo match nel Tour contro Thiemo de Bakker, ha preso in dono il posto in tabellone di Feliciano Lopez, è arrivato in finale, a tre punti dal successo contro un top 30, ha perso 7-6 al terzo. In una settimana ha incassato il 20% del prize money di tutta la vita; con la classifica di oggi entrerebbe davvero a Roland Garros. Magari sul centrale, magari contro Rafa Nadal.
E non lo ha fatto per diventare ricco, perché la gratificazione economica «non ti piena». Il denaro lo usi per campare e, nella sua generosità così sfacciatamente autentica, per raddrizzare una giornata storta a un tuo caro, o a chi ti va. San Paolo varrà una sola gratificazione, l’orologio che coccola da quindici anni, e pazienza se è un pataccone da commendatore: uno sfizio deve pur essere un po’ pacchiano. Però Bravina non verrà rottamata e la cena a casa con Francesca, per risparmiare i 50 euro di due sedute dall’osteopata, non cadrà in prescrizione per la chianina del Falconiere di Cortona.
Chiamatelo un folle, un genio, un incosciente, o la cosa più insana mai capitata al tennis italiano. Ma non un esempio: Luca Vanni da Foiano, semmai, è un esemplare. Unico.
La storia (straordinaria) di un ragazzo che a 16 anni fu retrocesso da 4.2 a 4.3 e che a 29 si ritrova in finale in un torneo ATP. Con la Bravo da 300.000 km e il signor Gattavecchi che si vanta di averlo battuto. Luca Vanni, per niente un esempio, sicuramente un esemplare unico.
«A 15 anni ero classificato 4.2. Un giorno giocai contro il signor Gattavecchi, 35 anni, era un viticultore che fa il Nobile a Montepulciano. Persi. Il mi’ cognato, che era 3.1 e fidanzato da poco con la mi’ sorella, era venuto a vedermi; dopo la partita, le si avvicinò e disse: “Ma ‘ndo va il tu’ fratello, 4.2 a 15 anni?”».
Aveva ragione, il cognato. A sedici, quando i migliori italiani ci provano col Bonfiglio, Luca Vanni era retrocesso a 4.3. Questa non è la storia di un esempio ma il suo contrario. Altrimenti, si insinuerebbe un messaggio devastante, brevettato da una fabbrica tedesca di abbigliamento sportivo e perfetto solo per gli spot: nulla è impossibile. Il ragionier Vanni di Valdichiana in finale in un torneo ATP a 29 anni, anche se un mese prima non aveva mai giocato un ATP? Certo che sì, basta crederci.
Ma quando mai. Per annodare le corna a una vita qualunque, non puoi essere uno qualunque. Quando Lucone, quasi due metri di sportivo figlio di un pallavolista di serie A2, ti racconta dieci anni di esistenza da folle (o da genio, da sprovveduto cosmico, vedete voi) non è l’episodio fuori dall’ordinario che ti colpisce, perché non c’è. È il tutto. Un terza categoria («Ci sono arrivato a diciassette anni, a 3.5, dopo aver vinto il circuito delle vallate aretine») che ha deciso: un giorno giocherà contro il suo idolo Marat Safin, campione allo US Open mentre lui, alla stessa età di Marat, la spunta sì e no al terzo set contro il macellaio di Arezzo.
Siccome «a vent’anni ero ancora negato», abbastanza perché si rassegnasse a non giocare tornei oltre i confini della Toscana, Vanni si è diplomato. Non contento del suo tennis scadente, si è pure spaccato il ginocchio. Due volte. Crac all’articolazione e un altro in banca, dove la sorella tuttora custodisce il conto cointestato e lo strapazza quando legge prelievi strani («Mi piace fare regali a caso, mandare fiori alla mia ragazza il 13 marzo, quando non c’è niente da festeggiare»). Un lunedì, ancora convalescente, Lucone si presenta al mobilificio Vanni di Foiano della Chiana. Non per parlare col titolare, con papà, ma per mettersi a lavorare. Davanti c’è l’esposizione; dietro, la fabbrica di legno. I Vanni costruiscono e assemblano arredamenti su misura: stanze d’albergo, salotti, camere da letto. «Dopo due settimane, mio padre mi prese di brutto: “Luca, vattene. Qui non ti voglio più vedere. Se proprio vuoi andare a lavorare, cercati un altro posto”. Soffriva, a vedermi montare le cucine country». Gli aveva parlato il pallavolista che era in lui, nell’unico momento in cui il figlio stava tornando alla ragione e vedeva quel suo sgangheratissimo sogno ormai perso per sempre.
Durante una pausa forzata, Vanni si è fatto ogni santo giorno cinquanta più cinquanta chilometri, da casa al circolo di Montevarchi in statale, viaggio evidentemente insufficiente per ragionare sul senso delle sue giornate. Tirava su cinquecento euro al mese per non farsi sentire più, se non sulla coscienza, almeno sul bilancio di casa. «Fu un bene, rompermi quel ginocchio» ha il coraggio di argomentare: perché gli pesava da morire, dover chiedere ogni lunedì i soldi ai genitori per finanziare quell’ossessione, il mestiere di tennista. Risparmiava sulle spese vivendo in casa, un po’ si allenava a vanvera con qualche ragazzino, un po’ faceva il cesto ai soci del club. Finché un giorno del 2006, classifica 2.4 e anni 21, Luca Vanni da Foiano riparte in macchina, con l’amico Federico Raffaelli. È guarito. Provano le qualificazioni al Future di Cesena, lui pesca la wildcard del circolo e fa bingo: 300 dollari e il primo punto ATP.
Bingo? Non scherziamo. In quei giorni, altri ragazzi dell’85 fanno bingo: Stan Wawrinka è al terzo turno di Wimbledon; Tomas Berdych ha appena messo il piede nei primi 20 al mondo; Simone Bolelli è la nuova stella dei challenger italiani; i francesi, che pompano decine di milioni di euro l’anno nel settore tecnico, hanno scovato un’85 forte, Tsonga, e un ’86 da lanciare, Monfils. Vanni invece torna in Valdichiana, dopo aver perso al secondo turno contro Paul Baccanello, ex (molto ex) 120 ATP. Perso lottando, sì: di quella partita conserva un ricordo, una sensazione quasi fastidiosa, che la distanza tra il diritto marcio del commercialista e la vita, se non di Berdych, almeno di Bolelli, si potesse annullare. Se solo uno dei suoi salti coi trampoli non gli avesse scardinato un’altra gamba, pensava. Se solo avesse imparato a giocare a tennis, avrebbe aggiunto chiunque altro. Se solo avessi conosciuto Charlize Theron. Se solo mio nonno avesse le ruote…
uell’estate, Vanni è numero 600; contabilmente, può permettersi di rinunciare per un anno alle lezioni private, mollare il lavoretto pomeridiano al club e riprendere a bussare ovunque offrano punti ATP a distanza di automobile. Vuoi non provarci, diamine, mentre gli altri smettono e si riciclano alla scuola maestri? Monterotondo, Teramo, Bassano, Castelfranco, Palazzolo, Carpi, Avezzano, un po’ di oltrefrontiera. In mezzo, viaggi per i tornei di club italiani e le serie omologhe europee come la Regionalliga tedesca, per fare in modo che il conto in banca torni almeno arancione. Perché il primo turno di un Future è una presa per i fondelli: fanno 90 euro lordi e lo chiamano “futuro”. “Disperazione”, dovrebbe intitolarsi quel circuito, dove ci si scanna per comprare un numero al lotto. Novanta euro, neanche benzina e autostrada per «la mi’ Bravina»: una Fiat bravissima, ancora tra noi, che sta per compiere – non si sa come, senza aver lanciato almeno un pistone nella troposfera – i suoi primi 300.000 chilometri.
Un giorno squilla il telefono a casa Vanni, Luca è chissà dove a giocare contro chissà chi. «“Siamo una ditta di Valdarno”, dicono dall’altra parte. Risponde mia mamma. Cercavano il ragionier Vanni, avevano trovato il nome nell’elenco dei diplomati e volevano sapere se ero interessato. “No, grazie, Luca non è il tipo”». Lui farà il tennista, dice.
Quelli che parlano di sofferenza nel perdere la finale dell’ATP di San Paolo, stando 5-4 e servizio nel terzo set, non hanno capito che sofferenza è sacrificare un bene senza ritorno, dieci dei migliori anni delle nostre vite, rincorrendo uno spettro alato che solo i suoi occhi percepivano. Lui vedeva Nadal e Roland Garros ma era a Brusaporto e di là c’era Hans Podlipnik-Castillo, che approfittava della distrazione e lo batteva. Ecco perché le prime parole, dopo il match point in Brasile, non sono state «Maremma» e qualcos’altro di irripetibile sfasciando la racchetta, ma «Vi amo tutti».
La sofferenza non è sbagliare tre diritti in quel game e far rientrare in pista Pablo Cuevas, 23 al mondo, fallendo l’occasione della vita. È farsi sopraffare da un esaurimento nervoso, sei mesi prima. Hai l’età in cui i tuoi amici trovano un lavoro (forse) e fanno figli (se possono). Hai appena perso nelle qualificazioni dello US Open, anzi, hai fatto «hahare contro una wildcard che più scarsa non esiste», che poi è Collin Altamirano e tanto brocco non deve essere, se è l’unico nella storia ad aver vinto i campionati nazionali Usa da non testa di serie. Francesca, che ti ha accompagnato per la prima volta a New York facendoti assaggiare dieci giorni di vita quasi normale, torna in Italia e la vuoi riaccompagnare. Francesca è la donna della tua vita, tu ormai sei in età da famiglia: lei ha una sorella che si chiama Sara e tu pure, entrambe sono nate il 31 di maggio e «non per la testa ma per i piedi», insomma, è destino. Lei è quella con cui vorresti «fa’ un figliolo se ci fossero le condizioni». Però lei studia e tu non hai un euro: le condizioni mancano, tutte quante. Dopo Altamirano, invece di proseguire per il challenger di Bangkok, cedi al cuore e la riaccompagni a casa. Errore. «A Roma siamo rimasti in auto mezza giornata a parlare e abbracciarci. Quando è andata, sono tornato in aeroporto: dovevo partire per Istanbul, da lì raggiungere Bangkok. Passo il check-in, mi siedo e scoppio a piangere. Chiamo coach Gorietti che cerca di consolarmi, mi dice di partire, che questa era ancora la mia vita, che pure lui usciva di casa di notte per non vedere il figlioletto che lo salutava piangendo. Sul volo, mi è venuto un attacco di panico. Non volevo smettere di giocare a tennis, volevo buttarmi giù dall’aereo! Le prime due sere, in albergo, aspettavo l’alba con gli occhi sbarrati. Telefonavo a casa nel cuore della notte, dovevo sentire una voce amica, qualcosa cui attaccarmi per non impazzire. Poi ho vinto il primo match 7-6 7-6 contro un indiano e puff, la cappa di angoscia è evaporata».
L’abitudine a vedersela con se stesso e il proprio mondo artificiale, alla John Nash, talvolta aiuta. Del resto la federazione, giustamente, mai si è sognata di contribuire alle utopie di un fuoricorso cronico. Potevano, sì, fargli una telefonata dopo il Brasile, un messaggio, invece niente. «L’anno scorso ero 847 del mondo, in estate 220. C’era Todi, scrissi una mail a Sergio Palmieri: ciao, sono Luca Vanni, vorrei chiedere la prima wildcard di sempre, penso di meritarla. Mi rispose: caro Luca, mi spiace ma 3 su 4 sono già assegnate e normalmente le diamo agli under 25. Io dico grazie lo stesso, sono sempre gentile, come quando mandavo i baci ai brasiliani nel match con Souza. Poi incontro Naso: anche lui aveva chiesto la wild card. La mail di risposta era la stessa, copiata e incollata. Solo che “caro Luca” era diventato “caro Gianluca”». In fondo, lo stile è l’abito dei pensieri.
Questo è Luca Vanni. Mai fatto un torneo ETA. Mai visto, fino a gennaio 2015, un torneo ATP. A San Paolo del Brasile ci è andato perché sapeva di poter finire in pari la trasferta in Sudamerica, anche perdendo. Si è qualificato, ha vinto il primo match nel Tour contro Thiemo de Bakker, ha preso in dono il posto in tabellone di Feliciano Lopez, è arrivato in finale, a tre punti dal successo contro un top 30, ha perso 7-6 al terzo. In una settimana ha incassato il 20% del prize money di tutta la vita; con la classifica di oggi entrerebbe davvero a Roland Garros. Magari sul centrale, magari contro Rafa Nadal.
E non lo ha fatto per diventare ricco, perché la gratificazione economica «non ti piena». Il denaro lo usi per campare e, nella sua generosità così sfacciatamente autentica, per raddrizzare una giornata storta a un tuo caro, o a chi ti va. San Paolo varrà una sola gratificazione, l’orologio che coccola da quindici anni, e pazienza se è un pataccone da commendatore: uno sfizio deve pur essere un po’ pacchiano. Però Bravina non verrà rottamata e la cena a casa con Francesca, per risparmiare i 50 euro di due sedute dall’osteopata, non cadrà in prescrizione per la chianina del Falconiere di Cortona.
Chiamatelo un folle, un genio, un incosciente, o la cosa più insana mai capitata al tennis italiano. Ma non un esempio: Luca Vanni da Foiano, semmai, è un esemplare. Unico.
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Ghepard » 12/03/2015 - 14:35
nel challenger di SANTIAGO invoglia la quota di SAMPER MONTANA da 2.30, spagnolo che ha più tennis del giovanissimo JARRY...il problema è che il ragazzo è il pupillo di casa e questo può complicare la situazione...
...ancora più indeciso su OLIVO-RAMIREZ HIDALGO...anche se 37 anni sono davvero tanti per lo spagnolo, siamo ancora a livello basso per poter avere certezze sull' argentino, che qualche segnale l' ha mandato...quote abbastanza equilibrate...
...ancora più indeciso su OLIVO-RAMIREZ HIDALGO...anche se 37 anni sono davvero tanti per lo spagnolo, siamo ancora a livello basso per poter avere certezze sull' argentino, che qualche segnale l' ha mandato...quote abbastanza equilibrate...
...non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare...
Re: CHALLENGERS, FUTURES ed altre storie...
Messaggioda Mello » 12/03/2015 - 17:20
Gugaste ha scritto:Olivo lo pensavo un emergente, lo sto guardando, è disastroso
...in effetti, oggi grandissima delusione...
Stai tranquillo che se hai del culo, la sfiga è già lì a guardartelo! 
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