Riccardo Fedrigo e la Virtus in A: Bellissimo. Ma non mi vedrete festeggiare…

Il giornalista bolognese racconta le emozioni vissute col ritorno dei bianconeri nella massima serie: "Grande gioia ma il lavoro è appena cominciato".

Virtus Bologna finale vinta con Trieste e Serie A ritrovata dopo solo un anno

Riccardo Fedrigo è nostro amico. Oltre che giornalista, musicista di altri tempi e padre di due splendidi gemelli. Esperto di pallacanestro. Appassionato di Virtus Bologna e di tutto quello che le ruota intorno. Abbiamo chiesto a lui come il popolo bianconero ha vissuto il ritorno in Serie A della V, a un anno da una retrocessione difficile da dimenticare.

“Cercale, mi raccomando, cercale e sceglile per bene, quelle parole. Che siano di trasporto, di entusiasmo, di trionfo!”. Soliloquio delle nove del mattino, mentre ragiono su come parlare del ritorno della Virtus Bologna in A1.

Ma, domanda, voi volete la letteratura o la verità?
Perché se è la prima che cercate io non ci metto niente a scaraventarvi addosso quintali di iperboli folkloristiche e variopinte, potrei provare a far scappar fuori anche qualche lacrimuccia. E magari tirare in ballo anche chi un anno abbondante fa si trovava a festeggiare il deragliamento nella serie cadetta.
Ma la verità è che dentro non mi passa niente di tutto questo.

L’impresa compiuta dagli uomini di Ramagli è gigantesca, il lavoro fatto dalla società è stato perfetto. Gli innesti a stagione in corso si sono dimostrati azzeccatissimi, come considero a modo suo una fortuna aver potuto contare su Ndoja da metà stagione in poi. Non ditelo a lui, che se mi viene a cercare sotto casa per manifestarmi le sue perplessità sulla mia considerazione, queste potrebbero essere le ultime righe che scrivo.

Ma è vero che il suo inserimento ha rappresentato un clamoroso cambio di marcia. Come, a un altro livello, è capitato con l’entrata in gioco della nuova proprietà. Che ha poi fatto la sua parte nell’ingaggiare Stefano Gentile, manna dal cielo se ce n’è stata una, nell’allungare un roster che aveva bisogno di un esterno del genere, per rimettere in condizione Umeh di essere letale, ma non l’unica opzione esterna e proporre un’alternativa di altissimo livello al pur ottimo Spissu in regia.
Hanno lavorato bene tutti e quando si vince è un assioma indiscutibile. È stato un campionato molto emozionante, decisamente più coinvolgente delle ultime scialbe stagioni di A1. E questa è una considerazione più rivolta all’apparato organizzativo che non alle V Nere.

Le emozioni mi sono arrivate dai ragazzini protagonisti all’inizio, dall’ammirare un pivot americano (finalmente) dominante, stazza imponente e mani da violoncello. Il rendimento a volte schizofrenico di Umeh mi ha spesso portato a pochi metri dall’infarto, ma è un giocatore che quando si accende non appartiene a questa categoria. Forse nemmeno all’Italia. E che splendore vedere la furia di Ndoja, l’esperienza piena di generosità di un commovente Michelori, la crescita di Spizzichini, la lucida sfrontatezza di Spissu, il contributo silenzioso e determinante di Bruttini.
La sobrietà di Ramagli, la dedizione di Alberto Bucci.
Ecco, tutto questo ha riportato al palazzo la gente. Tutto questo mi ha lasciato il segno ed è quello che ricorderò.
Ma, in tutta onestà, non mi vedrete festeggiare.
Ho esultato, certo. Ci mancherebbe. E squadra e società festeggeranno alla grande, per un paio di giorni.
Ma il lavoro della Virtus è appena cominciato. La A2 era il posto in cui era giusto che finisse una squadra che si era comportata come quella dello scorso anno.

Ma non è il posto uscendo dal quale a me, da virtussino, venga da farlo a braccia alzate.
Siamo semplicemente finiti lontani da dove dobbiamo essere. Ci stiamo tornando e questo step lo incasso con soddisfazione, non in parata.
La Virtus ha altri compiti.
Il basket italiano ha iniziato il suo declino quando la Virtus ha dato alle iene che la circondavano la possibilità di abbatterla.
Treviso, la Effe, poi Siena hanno arraffato quello che hanno potuto per fare poi la fine che sappiamo. Nel frattempo chi poteva spendere lo ha fatto spaventosamente male e tutto intorno un coro di mediocri, intervallati da qualche buon progetto che però non ha saputo avere una continuità.
Questo è finito sotto gli occhi di chi ama uno sport al quale si riserva sempre meno rispetto.
Ci si è persi. Pochi soldi. Poche idee. Quelle poche, sbagliate. Furbetti che cercavano di approfittarne, tifoserie più impegnate a guardare se stesse che non il campo.
Tutto questo è ciò che la non è la Virtus.
E la vera Virtus è quello che è mancato e che manca al basket dal 2003 a oggi.
Riuscirà, tornando al suo posto, a invertire la tendenza?
Non lo so. Probabilmente no.
Ma so che questo è quello che deve fare. Questo è quello che, una volta fatto, sarà il caso di accogliere con le braccia alzate, il Nettuno vestito di Bianconero e i fiumi di quello che vorranno stappare.
Ieri è successa una cosa bella. E anche giusta. Ma non si è vinto. Perché si vince alla fine. E quello di ieri era l’inizio. La Virtus è tornata a essere la Virtus. Ha la possibilità di tornare anche a fare la Virtus.
Vedremo.