
La mia prima volta fu nel 1977, anche se ovviamente non avrei potuto. A quei tempi però ci si faceva poco caso.
Si chiamava Fritz, e lo avevo scelto per il nome. ‘L’amico Fritz’ è una commedia lirica di fine ottocento del compositore Pietro Mascagni inconsapevolmente citata da milioni di italiani. E’ un modo di dire e mi suonava bene. Familiare e di buon auspicio. Un amico non può tradire.
E non lo fece.
Si correva in Steeplechase, la tipologia di corse a ostacoli più impegnativa. Avevo puntato cinquecento lire su Fritz piazzato ma verso il termine della diagonale discendente, poco prima dell’ingresso in dirittura, si trovava in quarta posizione e al totalizzatore pagavano solo le prime tre.
Non ricordo che corsa fosse, ma credo importante. Probabilmente era domenica, e la giornata all’ippodromo rappresentava una prima assoluta per tutta la famiglia. Eravamo al seguito di facoltosi amici romani.
C’era anche mia sorella, di nove anni. Troppo piccola e distratta. A un certo punto diede la mano a uno sconosciuto pensando che fosse nostro padre. Recuperata affannosamente dalla mamma, raccontò di essere stata incuriosita da “uomini su un rialzo quadrato che gridavano numeri“. Così potevano sembrare i picchetti a una bimba degli anni settanta.
Successivamente scoprii che la l’azienda di famiglia di questi amici compariva nel listino di Piazza Affari. Quella col grano era la signora, mentre il marito era un tipo simpatico, bevitore di rango e di fede giallorossa. Di lui ricordo una frase, pronunciata qualche anno dopo: “Gli anni sessanta sono stati gli anni vostri, ora tocca a noi…“. Si riferiva alla Roma dei primi anni ottanta, quella dello scudetto e di Falcao.
Insomma, quarto. La delusione avrebbe forse spento sul nascere ogni passione per l’ippica. Il condizionale non è lì per caso. Saltando l’ultima siepe, posta di fronte alle tribune gremite e quindi ben visibile, il cavallo che occupava la terza posizione cadde rovinosamente ma senza farsi del male.
Fritz, l’amico Fritz, che in quanto tale non poteva tradire, ne prese così il posto nell’ordine di arrivo ufficiale.
Al totalizzatore pagò 17. Cioè si incassavano 17 lire ogni 10 puntate. Oggi diremmo 1.70 ma la sostanza non cambia. Ci mettemmo in coda allo sportello, quello contrassegnato dalla scritta blu ‘500’, per incassare 850 lire.
Oltre a una piccola banconota e alle consuete monetine il piccolo malloppo comprendeva anche una nuova moneta, quella da 200 lire, di colore dorato e introdotta proprio nel 1977. Provate a cercarla nei vecchi cassetti: se sul lato destro trovate la dicitura ‘PROVA’ sappiate che siete in possesso di uno dei 1500 esemplari che fecero parte della prima tiratura. Oggi, se in buone condizioni, vale diverse centinaia di euro.
I soldi finirono nel borsellino paterno e quella fu anche l’unica scommessa del pomeriggio. Ma bastò. Per i quindici anni successivi le scommesse ippiche furono al centro della mia vita e, al postutto, credo di poter dire che mi ha detto bene. Certo non sono mancati i momenti difficili ma fanno parte della vita di tutti, sia fuori che dentro gli ippodromi.
Sto pensando ai prossimi articoli, in cui vi parlerò di due esperienze importanti, e altamente formative, fatte nell’anno successivo, il 1978.
Vi racconterò di quando il Signor Camussi un mercoledì pomeriggio mi portò alle corse. Fu una giornata indimenticabile. Chi c’era, ed eravamo oltre diecimila, credo che abbia già capito. Nello stesso anno io e mio padre per la prima volta seguimmo una dritta e per me fu l’occasione per imparare che la sfortuna fa parte del gioco.







