
Il mese di marzo difficilmente verrà dimenticato anche dal punto di vista sportivo. In Europa e poi nel resto del mondo le federazioni, qui con specifico riferimento al calcio, si sono mosse in maniera disordinata provando ad andare avanti il più possibile, anche contro l’evidenza e la logica. Prima sospensione di qualche partita con criteri geografici, poi la disposizione delle porte chiuse ma non per tutti, quindi partite a porte chiuse per tutto il campionato e la misura finale, chiusura totale a tempo indeterminato. In questo marasma ha spiccato invece la gestione dell’emergenza della Nba, che aveva soltanto ipotizzato alcune partite a porte chiuse ma che l’11 marzo ha dichiarato interrotta la regular season senza soluzioni intermedie. Idee chiare di quello che stava succedendo e sul da farsi. Ma perché la Nba ha gestito questa situazione in maniera più chiara e netta rispetto al calcio europeo?
La Nba e la Cina
La risposta sintetica è che nonostante i rapporti tesi dopo le dichiarazioni in prestagione di Daryl Morey riguardo a Hong Kong che avevano irritato Pechino, nella strategia globale della Nba un mercato fondamentale è e rimane la Cina e per questo paradossalmente dopo la crisi di autunno i rapporti tra le due parti si sono intensificati. Nei giorni in cui si celebrava il ricordo di David Stern, era lo stesso commissioner Adam Silver a ricevere rapporti dettagliati sull’evoluzione dell’emergenza Coronavirus che arrivavano dagli organi cinesi. Il 23 gennaio, quando il governo cinese ha stabilito la quarantena nella regione dello Hubei, la Nba aveva già attivato i propri protocolli legati alla pandemia distribuendo una guida dettagliata alle franchigie. Anche un ex chirurgo dell’esercito americano, Vivek Murthy, aveva già nel 2016 messo in guardia la Lega riguardo la possibilità di una pandemia negli anni successivi. La pianificazione di una strategia nel caso della diffusione del virus non si è fermata nemmeno nei giorni drammatici della scomparsa di Kobe Bryant.
I protocolli Nba
A fine gennaio il Senior vice president David Weiss ha attivato una serie di protocolli per preparare le squadre e i giocatori all’emergenza. Uno dei quali recitava espressamente: ‘Non esistono al momento vaccini e cure per prevenire l’infezione da coronavirus. Per favore ricordate a giocatori, staff tecnico e personale di tutelarsi per evitare il propogarsi di raffreddore, influenza e diffusione di ogni genere di virus, compreso il coronavirus’. Lo stesso Adam Silver ha spiegato che la Nba stava già lavorando a questo scenario a metà gennaio, in allerta nel caso il virus si fosse diffuso negli Stati Uniti come poi è successo. Il commissioner aveva parlato dell’emergenza anche durante il weekend dell’All Star Game a Chicago. La sera dell’11 marzo, nella sfida tra Thunder e Jazz, i medici delle squadre sapevano già come comportarsi nel caso in cui un giocatore avesse febbre oltre 37,7 e per questo Rudy Gobert, poi risultato il primo giocatore Nba positivo al test, è stato sottoposto immediatamente al tampone. Successivamente otto squadre sono state sottoposte al tampone con centri medici e laboratori che già da alcune settimane prima erano state messe in allerta dalla Nba. Questo ha peraltro generato alcune polemiche, visto che il test non si trova facilmente negli Stati Uniti mentre per le franchigie non è stato difficile ottenerlo.
Le conseguenze
Anche dopo la sospensione le varie squadre hanno continuato a ricevere da Weiss comunicazioni ufficiali sui protocolli da seguire, compresa la chiusura di centri sportivi, palestre e uffici per giocatori e staff. Contestualmente la Nba si è anche attivata per studiare le conseguenze che l’isolamento sociale può avere sulla psicologia di giocatori, allenatori, assistenti e dipendenti, telefonate quotidiane a esperti di salute mentale e potenziamento delle tecnologie per mitigare l’effetto del dovere affrontare l’emergenza da soli. La chiusura di Silver è stata: ‘Nel mio lavoro ho certamente imparato, e questo momento lo conferma, che quando si prova a predire il futuro senza dati certi in mano certamente si sbaglia’. Naturalmente la Nba sta tentando in ogni modo di provare a salvare la stagione, come anche tutte le altre organizzazioni sportive del mondo. Ma è evidente la differenza di velocità non solo nella comprensione della situazione, ma anche nella gestione delle scelte rispetto al calcio europeo. Di base la Nba ha iniziato a preoccuparsi della diffusione del virus prima ancora che fosse diffuso negli Stati Uniti, mentre in Europa si è iniziato a ipotizzare quando tornare in campo con l’emergenza già iniziata. Programmazione e unità di intenti non sono però l’unico aspetto a fare la differenza. Spicca il fatto che la Nba sia un organo primario che prende decisioni alle quali ogni franchigia deve sottostare. E sebbene sia chiaramente più facile la gestione di un fenomeno tanto complesso all’interno di una sola nazione, un ruolo analogo in Europa lo avrebbe l’Uefa che invece è stata l’ultima a reagire e a fare sentire la propria voce. Anche i singoli organi nazionali, vedi Lega A e Figc, non si sono fatte trovare pronte all’emergenza. Un chiaro segnale di come la pianificazione e la scelta di prendere decisioni anche drastiche non possano essere frammentate tra i vari organi e necessitano di una strategia che comincia molto prima dell’emergenza stessa. Da questo punto di vista, nello sport, l’esempio della Nba potrà insegnare molto in futuro.




