
Nba Finals: Stephen Curry non doveva esserci. LeBron James c’è sempre, ormai per il sesto anno consecutivo. Le Finals portano impresso il loro nome. Golden State, dopo avere scritto la storia vincendo 73 partite in regular season, si è trovata sotto 3-1 nella finale di Conference contro i Thunder: solo nove squadre nella storia Nba erano riuscite a ribaltare un simile divario. I Warriors l’hanno fatto, trascinati dalla sua stella e anche da Klay Thompson, l’altra metà degli Splash Brothers: insieme hanno frantumato anche un altro record, quello delle triple mandate a bersaglio in una singola serie playoff. Golden State sfrutta soprattutto la propria mentalità, plasmata da coach Steve Kerr, capace di trovare con Iguodala un antidoto alle giocate di Durant e Westbrook. E adesso tornano a difendere il titolo, oltre che l’appellativo di squadra più forte di sempre che si sono cuciti addosso durante la regular season.
A sfidarli c’è King James: LeBron la finale la frequenta ininterrottamente dal 2011: ne ha giocate quattro consecutive con la canotta dei Miami Heat e adesso vuole la rivincita con i suoi Cavs, battuti 4-2 nelle Finals 2015. A James era stato rimproverato il licenziamento di David Blatt, coach capace all’esordio nella Nba di trascinare Cleveland alla seconda finale della sua storia, con conseguente promozione di Tyronn Lue, suo pupillo. Ma LeBron, rispetto allo scorso anno, avrà due frecce in più in faretra: Kyrie Irving e Kevin Love, assenti lo scorso giugno per infortunio. Cleveland, pur nella non strepitosa concorrenza a Est, ha perso soltanto due partite in questi playoff e non è mai stata veramente in difficoltà.
Fari puntati su Curry e James, quindi, ma in una serie che si preannuncia lunga (difficile che possa risolversi in meno di sei partite) i nomi decisivi potrebbero essere altri. Oltre a Thompson, Irving e Love, Draymond Green è uomo chiave su due lati del campo per i Warriors: se non funziona lui, l’intero meccanismo perde una mossa di vantaggio sulle squadre avversarie come hanno dimostrato i Thunder. Per Cleveland l’anno scorso furono Dallavedova e Mozgov ad allungare la serie con difesa, fisicità, agonismo e presenza sotto i tabelloni. Oggi potrebbe essere JR Smith, esterno con punti nelle mani e follia nel cuore, che si sta ritagliando un ruolo di specialista dall’arco grazie agli spazi aperte dalle tre punte dei Cavs. Si comincia a Oakland e il fattore campo potrebbe influire ma non incidere come in regular season. Se Cleveland riesce a portare a casa almeno una delle prime due partite, potrebbero essere NBA Finals indimenticabili.









