Il lutefisk e quello scambio che s’ha da fare

Brevi scorribande nordeuropee ma senza mai dimenticare i doveri di tifoso

Non mi faccio vivo da qualche giorno. Ho clamorosamente marcato visita dopo Inter-Torino, mi è mancato lo spunto finale, un po’ come come a Joao Mario, di cui dirò dopo. Un giorno nato sotto una stella svogliata nel cielo uggioso di Germania. Trovandomi a Berlino per lavoro, ho deciso di non tornare subito indietro ma di allungare la trasferta proseguendo verso nord.

Tutto studiato con attenzione. Partenza da Amburgo domenica mattina e viaggio in treno di cinque ore abbondanti per raggiungere Copenaghen. Certo un aereo ci avrebbe messo di meno ma alle 12:30 dovevo trovarmi al sicuro, in un luogo stabile.

Il passaggio dalla seconda città più popolosa della Germania non è stato casuale. La squadra locale se la passa male, anche se proprio quel sabato le ha suonate allo Stoccarda. Non vince un campionato dal 1983, anno in cui vinse anche la Coppa dei Campioni.

Grazie Felix. Sono passato per dirtelo, per affidare ai venti di questa terra anseatica che ti ha reso grande, e che hai onorato, il compito di portare le mie parole fino in Cina, dove stai allenando lo Shandong Luneng. Sappi che anche se in Italia non hai mai giocato c’è un sacco di gente che ti vuole bene e che non dimenticherà mai quel tiro di sinistro.

Ma torniamo a domenica mattina. Il treno è un EC, un treno europeo. Non so se avete mai preso un treno tedesco, in particolare un ICE. Vagoni larghi e possenti, posti comodi, ampi corridoi. Non avrà lo stile di una Freccia forse, ma è solido e si viaggia bene. Partendo dalla Germania ho puntato su quello, sul fatto che avrei trovato un mezzo confortevole per un lungo viaggio. Biglietto di prima classe per non rischiare, VPN, linea di riserva in caso di défaillance del Wi-Fi.

Si parte alle 09:40 e c’è già casino per capire su quale carrozza salire. I numeri luminosi posti sopra le porte di ingresso dei vagoni sono in parte spenti. Dopo il 72 viene il 71 e a seguire, in base ad oscuri algoritmi, ci dovrebbe essere il numero 81. O forse 82? Chiedo aiuto a una graziosa addetta dal cappellino rosso che pare saperla lunga e mi posiziono armi e bagagli al 16 D.

A bordo di un vecchio trenaccio ammuffito una babele di viaggiatori cerca di districarsi tra tabelloni spenti e staff latitante.

Il mio posto si trova accerchiato da una chiassosa famigliola danese in viaggio verso casa. Qualcosa non torna. Indago, e scopro che la bella col cappellino mi ha dato una storta. Sbaracco tutto e mi dirigo verso il numero giusto. Trovo una situazione leggermente migliore, ma sempre molto peggio del previsto.

Non individuo subito la presa elettrica. E il Wi-Fi? Smoccolo di brutto.

Appena a una definizione qualsiasi anteponi il prefisso Euro, esso influisce negativamente sulla qualità di quello che segue. I tedeschi hanno treni bellissimi, e così pure suppongo i danesi, ma se ne usano uno in comune chissà perché vien fuori così. Probabilmente se italiani e francesi facessero il vino assieme saprebbe di cavolfiore andato a male.

Dopo il panico iniziale le cose migliorano, c’è anche tempo per un passaggio in traghetto. La partita si vede così così. A un certo punto un cinese senza scarpe si alza per prendere qualcosa dal proprio bagaglio ma scivola e si va a schiantare contro un anziano signore. “Sorry, sorry”, ma intanto la copia del Die Welt è bella che andata.

“Did you hurt yourself?” chiede un baffuto caucasico.

Intanto si arriva a Køge e in quel momento Eder fa 1-1.

Per un attimo mi è balenata l’idea, ma poi sapete come è finita. E’ li che ho perso lo spunto per scrivere, come Joao Mario da Crotone in poi, o giù di lì.

Cosa dobbiamo fare con il portoghese? Alle difficoltà di impiego si aggiunge anche una pacata insofferenza alla panchina emersa durante il ritiro con la sua nazionale. Ci sta. Il ragazzo è ben lungi dall’essere una causa persa ma con la penuria di risorse umane che caratterizza la rosa di Spalletti ci possiamo permettere di tenere uno che giocherà poco, senza garanzie di rendimento, e pure scontento? Secondo me no. Io lo scambio di prestiti con Pastore lo farei, senza decidere nulla. Un salto nel buio non sempre è la mossa più avventata. Poi a giugno decideranno con calma ma intanto ci sarebbe un’opzione in più.

I giardini di piazza Axum da ieri si chiamano giardini Helenio Herrera e qualche casciavitt è anche andato lì a contestare durante la cerimonia. Ma non voglio chiudere su note tristi.

Voglio farlo sfatando un falso mito. Quello del Lutefisk, un piatto tradizionale dei paesi nordici. Si tratta di merluzzo, di stoccafisso per la precisione. Si dice che abbia un sapore terribile dopo la marinatura nella liscivia (o soda caustica). Non è assolutamente così, si apprezza accompagnato da patate e bacon. E’ l’ultimo ricordo che porto a casa dal profondo nord prima di rimettermi sul pezzo.