
Questa è una storia nella quale mancano quasi tutti gli elementi tipici di una storia. C’è un inizio ma non una fine, almeno non una fine ufficiale, c’è un atleta Nba che a un certo punto dice no alla Nba e anche al suo nome originale, i soldi dello sport professionistico hanno un ruolo ma non quello che si potrebbe immaginare e in mezzo allo storia ci sono pure i Platters. Ecco perché il 6 aprile vogliamo dedicarlo al racconto di una vicenda tanto inaspettata quanto surreale, data di nascita di Bison Dele, vero nome Brian Williams, che oggi avrebbe compiuto 51 anni. E per quanto ne sappiamo potrebbe averli compiuti da qualche parte nel mondo, ma è più probabile che il suo corpo da quasi diciotto anni sia disperso nei fondali dell’oceano Pacifico.
Prima parte – L’atleta che non volle più la Nba
Brian Williams nasce a Fresno, in California, il 6 aprile 1969. Avrà anche un fratello maggiore, Kevin, ma questa informazione per ora lasciatela da parte. Oppure no, frugate internet e troverete una foto di entrambi, adolescenti. Brian è quello sulla destra. Il sorriso è magnetico, contagioso, ma c’è un altro elemento che lo rende disturbante, inquietante. Somiglia in maniera impressionante a quello del giovane Kobe Bryant, con il quale probabilmente ha condiviso un destino prematuro e un epilogo violento. Nascono entrambi dall’unione di Patricia Phillips e Geno Williams Jr che, nel loro vorticoso ricambio di formazioni, diventerà membro dei Platters. I due divorziano, i fratelli rimangono con la madre e il rapporto con il loro successivo patrigno sarà pessimo. Non che il loro sia proprio idilliaco, ma anche questa tenetela per dopo. Lungo di 208 cm e 118 kg, gioca due stagioni ad Arizona e viene scelto alla 10 del Draft 1991 dagli Orlando Magic. L’atletismo è smisurato, le mani hanno abbondante educazione cestistica, ci sarà un tiratore biondo qualche anno dopo che dirà che il suo potenziale fisico era semplicemente senza limiti. Il fuoco interiore per il gioco no, quello non l’aveva condiviso con Kobe Bryant e nemmeno con tutti gli altri giocatori americani pronti a sgomitare e sbranarsi per un contratto. Gioca un paio di stagioni in Florida, ed è qui che arriva un primo indizio. Legge la biografia di Miles Davis (e il nome Miles c’entrerà ancora, in questa storia) e confida al compagno Tom Tolbert: ‘Mi piacerebbe avere per il basket la passione che aveva lui per la musica’. Poi va ai Denver Nuggets nel 1993-94 e c’è anche la sua firma nella squadra che al primo turno elimina 3-2 i Sonics che avevano dominato la regular season. Circa 8 punti di media. Firma con i Clippers nel 1995-96 e sale a 15.8 punti a partita, le idee ce le ha chiare ma non ha ancora lo status che gli permette di negoziare alle proprie condizioni. Quando si tratta di prolungare il contratto la dirigenza gli comunica che le sue richieste sono eccessive e buona parte del 1996-97 la passa in borghese a guardare gli altri giocare. A nove gare dal termine della regular season, in una mossa geniale e quasi mai ricordata di Phil Jackson e Jerry Krause nella crociera verso il secondo three peat, lo firmano i Bulls. E lui è un tassello importante, a tratti decisivo, di quei playoff. Dei quali ricordiamo sempre il flu game di Michael Jordan in gara cinque e il suo assist per il canestro vincente di Steve Kerr (il tiratore biondo che lo aveva definito illimitato dal punto di vista atletico) in gara sei. Ma se Chicago era riuscita a non arrendersi nelle tre gare giocate a Salt Lake City contro i Jazz, buona fetta del merito fu di Williams. Aggiungeva rimbalzi, sapeva portare palla, segnare spalle a canestro e offrire un’alternativa efficace dentro un attacco triangolo spesso troppo statico contro la difesa di Jerry Sloan. Nella tipica situazione di backup che grazie a una primavera in stato di grazia può monetizzare, diventa il giocatore più pagato dei Detroit Pistons per due stagioni, dal 1997 al 1999, viaggiando a 16.2 punti e 8.9 rimbalzi a partita. Non proprio una star, ma uno dei lunghi più solidi della Nba sì. Nel 1998 ha anche fatto in tempo a cambiare il proprio nome in Bison Dele per onorare il proprio sangue Cherokee. Da qualche parte in questi frangenti anche il fratello ha cambiato nome, diventando Miles Dabord. Miles, come Davis, ricordate? Senza dissolvenza, come un tuono nel silenzio del deserto, fine della prima parte. All’inizio della stagione 1999-00, a trent’anni e nella fase culminante della carriera, Bison Dele dice basta. Basta con il basket, basta con la Nba, basta con la carriera. Si ritira.
Seconda parte – In mare aperto
Cosa spinge un trentenne che sta trovando il proprio spazio nella lega più competitiva del mondo a rinunciare a parte di un contratto quinquennale che avrebbe portato nelle sue tasche altri 36.4 milioni di dollari? La risposta forse è in quel fuoco che proprio non arde come nei suoi colleghi. La vita nella Nba è lussuosa e privilegiata, ma è anche una routine. Ti alleni, giochi anche cento partite a stagione, piccola vacanza, palestra, allenamenti, stagione successiva e così via. Il tutto per diventare più forte, più degli altri in un’orgia competitiva che non è solo sportiva ma anche economica. A un certo livello non vuoi guadagnare più soldi per quello a cui i soldi servono, ma per quello che i soldi dicono: che li vali tutti, perché sei più forte di quelli che ne guadagnano di meno. Non tutti resistono, durante la scalata. Ma raramente vi ricordate di qualcuno che scenda dalla scala dopo essere arrivato in cima. Se però quel fuoco brucia in maniera diversa, anche il basket diventa una parte del tutto e non il tutto che lega l’insieme. Un suo compagno di università ad Arizona, Matt Muehlebach, disse di lui: ‘Sapeva che se avesse avuto passione per il gioco 24 ore al giorno, sarebbe diventato uno dei migliori in assoluto. Ma non ce l’aveva’. Probabilmente c’entra anche la musica nel sangue o quella respirata da un genitore che cantava in uno dei gruppi vocali più famosi della storia. Bison Dele oltre a giocare nella Nba era anche uno che suonava il sassofono, la tromba, la chitarra, il violino. Aveva una visione oltre il campo da gioco e, finché faceva parte di quel campo da gioco, la competizione sembrava interessarlo solo fino a un certo punto. Così come progressivamente tendeva a isolarsi per evitare che altri, compagni, allenatori, procuratori, continuassero a domandargli ciò che era troppo difficile spiegare: ‘Perché hai mollato tutto?’. Sapeva di saperlo, che quella passione così forte non ce l’aveva, e sapeva che era difficile farlo capire al resto del mondo. Le cronache dell’epoca lo riportano come un tipo eccentrico. Che fosse capace di andare da Tucson a Denver in bici con solo una carta di credito addosso. Che abbia avuto una relazione con Madonna e che, anche grazie a quei suoi occhi verdi, risultava magnetico per l’universo femminile. Mai una storia lunga, nemmeno un matrimonio, niente figli sparsi per il paese come tanti colleghi. Anche quella in fondo è una routine. Si disse all’epoca che non aveva abbastanza passione per la pallacanestro, che giocare non fosse il suo piacere più grande, ma in un quadro più ampio se hai un orizzonte, un mare aperto da esplorare e la possibilità economica di farlo, il parquet e il canestro potrebbero anche sembrarti solo un tassello del tutto e forse nemmeno il più urgente. Di base, questa è la storia di un trentenne che ha scoperto di avere abbastanza soldi in tasca per potersi permettere di fare tutto ciò che vuole nella vita e questo è ciò che succede quando nella tua lista di priorità il basket non sta nella top five, e nemmeno nella top ten. Bison Dele divenne un esploratore di mondo. Vaste aree del mediterraneo, spesso in Libano con un amico a condividere un impianto di purificazione dell’acqua, anche dopo avere preso il brevetto come pilota di aerei. Corse dei tori a Pamplona. L’aria, e comunque il mare soprattutto dopo avere approfondito i rapporti con l’Australia e l’oceano Pacifico. Dice che la terra è la sua casa e lui il suo re. Compra un catamarano che si chiama Hakuna Matata e salpa.
Terza parte – La resa dei conti
Che è dove i nodi intrecciati in questo spartito insolito vengono al pettine. Dove puoi cambiare nome, professione, identità, ma le origini tornano sempre a cercarti ed è l’unica parte della storia che somigli a una trama hollywoodiana. E’ anche la parte nella quale si procede per ipotesi, congetture, perché tu sei già un atleta Nba che ha fatto perdere le proprie tracce da tre anni e di tuo fratello non si sapeva praticamente niente neanche prima, tranne che cambiava continuamente lavoro. E probabilmente il cambio di nome è l’unica cosa che avete in comune. E’ ipotizzabile che sia andata più o meno così. Mentre Brian Williams diventa un giocatore Nba, ovvero un giovane uomo che trasforma lo sport nel proprio lavoro, il livello di livore di Kevin nei suoi confronti cresce. Non hanno mai avuto un rapporto idilliaco e tuttora non è chiaro che cosa abbia fatto negli anni in cui il fratello giocava per professione. Si sa solo che a un certo punto provano a riallacciare i rapporti e che saltuariamente Dele gli gira dei soldi, quando il maggiore ne ha bisogno. E che il 6 luglio 2002 l’Hakuna Matata salpa da Tahiti con quattro persone a bordo. Bison Dele con la fidanzata Serena Karlan, lo skipper Bertrand Saldo e Miles Dabord. Le ultime chiamate dal telefono satellitare del catamarano risalgono all’8 luglio. Dell’imbarcazione si perdono le tracce e quando Miles Dabord la riporta a Tahiti, il 20 luglio, è da solo a bordo. Passa un mese e mezzo e il 5 settembre Dabord prova a utilizzare un documento e la firma del fratello per comprare, a nome Bison Dele, monete d’oro per un importo di 152000 dollari a Phoenix, mentre si trova in un albergo a Tijuana in Messico. L’operazione viene sventata dalla polizia e dall’Fbi, messe in allarme dalla scomparsa di Dele denunciata dalla famiglia e dagli amici dell’ex giocatore. A inizio settembre l’Hakuna Matata, registrata alla capitaneria di porto con un altro nome, viene ritrovata al largo della costa di Tahiti con la targa di identificazione rimossa e alcuni fori di proiettili sulla fiancata riparati alla meglio. Più o meno negli stessi giorni è riportata una telefonata di Dabord alla madre nella quale giura di non avere fatto del male al fratello dichiarando che non avrebbe mai potuto sopravvivere in prigione. Una frase che ricorda l’epilogo di un famoso film con l’oceano come protagonista, Point Break con Keanu Reeves e Patrick Swayze. Dabord in questo momento è l’unica persona informata dei fatti, ma si procura intenzionalmente un’overdose da insulina e va in coma. Muore in ospedale in California il 27 settembre 2002.
Le ipotesi
Prima di morire Dabord dichiara che i fatti si sono svolti così. Sul catamarano, come spesso succede, i due fratelli hanno una discussione accesa che sfocia apertamente in rissa. Serena Karlan prova a intervenire per separarli, Bison Dele accidentalmente le fa perdere l’equilibrio e la donna cade e muore sbattendo la testa sul corrimano del ponte. Quando lo skipper Bertrand Saldo si accorge della tragedia e cerca di contattare le autorità per riportare la morte, Bison Dele va nel panico, lo uccide con una chiave inglese e ha intenzione di fare la stessa cosa con il fratello, che per autodifesa gli spara uccidendo anche lui. Una ricostruzione che non ha mai convinto l’Fbi e le autorità polinesiane, per le quali invece Dabord potrebbe avere cercato di riallacciare i rapporti con il fratello per mettere le mani sul suo conto in banca e vendicarsi di lui, in una deriva di gelosia e ossessione nei confronti del parente che ce l’aveva fatta. Mesi, forse anni passati a covare rancore in un tipico caso, questo sì comune, di ragazzo e poi uomo che non riesce a digerire i successi del fratello. Un fratello minore che gravita su di sé le attenzioni, che ha successo nello sport pure senza impegnarsi, mentre tu cresci nell’ombra seminando nella tua parte più buia il dubbio che se nemmeno un parente così vicino ti vuole bene, nessuno mai lo farà. Sul catamarano avrebbe ucciso lui, la fidanzata e lo skipper zavorrando i loro corpi con i pesi e facendoli precipitare nell’oceano Pacifico, oppure costringendoli a tuffarsi alla deriva nel caso fossero ancora vivi. Parliamo di due estremi, mica di sfumature. Da una parte ci sarebbe una vittima coinvolta in un incidente casuale, dall’altra uno spietato killer a sangue freddo. L’avvocato di Dabord, Paul White, successivamente dichiarò che il suo assistito gli aveva riferito di essere sicuro che il fratello e la fidanzata si trovassero da qualche parte nella Polinesia francese, alimentando la possibilità che fossero ancora vivi. E sebbene l’ipotesi che come Elvis, Jim Morrison e tanti altri abbia deciso di continuare a vivere sotto un’altra identità sia suggestiva, è difficile crederci perché effettivamente l’aveva già fatto, la propria identità l’aveva già cambiata e la celebrità non lo stava di certo inseguendo. Ed è difficile anche farsi una ragione del fatto che un uomo con le idee tanto chiare rispetto al proprio posto nel mondo possa avere avuto una fine così incerta, confusa, intangibile. L’uomo che scappava da un’etichetta, da una definizione, dalle statistiche personali e di squadra per cercare le proprie risposte, a distanza di diciotto anni ha lasciato solo domande. Per Dele e Dabord ci fu soltanto, nell’autunno 2002, una cerimonia funebre congiunta. Nell’ultimo episodio certo e riportato che hanno condiviso insieme.




