
“A Parigi sono stronzi”, “A Londra piove”, “Berlino è pericolosa”. Se c’è una situazione che mi infastidisce, è quando qualcuno prova a spiegarti una città 48 ore dopo esserci arrivato. Quando non 48 ore, ma 48 mesi ti autorizzerebbero a emettere una sentenza che abbia uno straccio di criterio.
Traslando la questione sull’argomento che mi sta più a cuore, non vi racconterò la vita, la morte ma soprattutto i miracoli dei Golden State Warriors solo perché li ho visti giocare due volte dal vivo. Certo è che poche squadre in passato hanno rubato l’occhio più di quanto stiano facendo loro in queste settimane. In una stagione NBA che ha visto sparire i Cavaliers dalla mappa e nella quale si fatica a trovare una reale contendente, l’unica avversaria credibile dei Warriors al momento è la Noia. Per combatterla, i campioni in carica hanno deciso di trasformarsi in una banda di artisti di strada, di adorabili psicopatici, di Globetrotters, all’occasione di coatti che neanche al campetto sotto casa.
Il loro riscaldamento pre-partita è assimilabile a un’Esposizione di Arte Contemporanea, a un Flash Mob. I tiri impossibili di Steph Curry hanno contagiato il resto della truppa e quindi ora Durant prova i liberi dopo una doppia giravolta spaziale e Thompson li mette con una parabola alta 10 metri. Tutto sotto controllo.
Le partite. A Salt Lake City gli Warriors si sono salvati a fil di sirena e dopo aver perso in volata a Denver hanno scelto di esagerare. Nella passeggiata casalinga con Washington, Durant ha chiesto di essere sostituito perché non si divertiva, “…gli avversarsi sono troppo deboli”. Poi, il viaggio nella Grande Mela. Il +13 del primo tempo si è trasformato nel -11 del terzo quarto, prima del 35-6 che nell’ultimo periodo ha spazzato via il Madison Square Garden. Quarantotto ore dopo nel terzo quarto il +19 sui Nets, inerti e consegnati. Che palle, no? Ho un’idea, statemi a sentire: facciamoli rientrare a -2 e poi vinciamola, ma solo dopo averceli fatti credere.
Il linguaggio del corpo dei gialloblu è trasparente, inequivocabile, feroce. Quando hanno voglia, non li tiene nessuno. Quando si annoiano, si specchiano e diventano irritanti. La sensazione è che come con i flipper di una volta, Golden State abbia la necessità di accendere tutti gli Special prima di iniziare a giocare sul serio. Accelerano, frenano, testano tutti gli interruttori, anche quelli di cui ignoravano l’esistenza o il funzionamento.
A New York mi era caduto l’occhio su un paio di situazioni che solo dal campo riesci a notare. Velo pietoso su Cousins, che in borghese al Garden ha fatto di tutto per farsi espellere al primo timeout. Chi mi era sembrato insofferente era stato Thompson, spettatore di fronte alla “Guerra dei Roses” Curry-Durant. Steph ne segna 51 ai Wizards? Ok, Kevin ne rifila 41 ai Knicks, 25 nell’ultimo quarto.
Come quelli che a PES hanno già vinto il Mondiale giocando con Andorra in modalità Campione e allora passano alle sfide insensate, così i Warriors hanno deciso che di volta in volta proveranno a stupire il mondo con cose mai viste prima.
Per questo motivo l’eruzione di Thompson a Chicago non mi ha sorpreso e nessuno mi toglie dalla testa che allo United Center, Golden State puntava a segnarne 100 nel primo tempo. Si sono fermati a 92, cialtroni…
Nel corso della stagione, non mi stupirà la partita nella quale Green chiuderà con 19 assist, Curry con 10 stoppate, Livingston con un canestro di testa su cross dalla trequarti di Jerebko. Si divertono, i ragazzi di Kerr, e si divertono tanto, come confermato dalla coreografia improvvisata negli spogliatoi del Garden.
Sono i Golden State Warriors, signori. Prendere o lasciare. Potete amarli e potete odiarli ma non potrete mai sbadigliare, con loro in campo. Colorati. Irriverenti. Geniali. Per quanto mi riguarda, grazie di esistere!









