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Perché quello dell’Italia è un fallimento di campo e non di sistema

Naturalmente, un secondo dopo la fine della partita di Palermo e la seconda sciagura nazionale consecutiva con l’Italia fuori dai mondiali dopo il naufragio contro la Svezia nel 2017, in maniera automatica è ripartito il coro che cinque anni fa anche noi avevamo cantato su quanto sia inconcepibile che il nostro calcio non partecipi al ballo più ambito del mondo. Ed è ripartita la solita cantilena sul fallimento del sistema, sul fatto che non bisogna dare troppe colpe a Mancini che in fondo ha appena vinto gli Europei, su quanto il nostro pallone sia indietro rispetto alle scuole che attualmente dominano il continente e una serie infinita di luoghi comuni che qui è bene non elencare. Rimane effettivamente l’incongruenza mostruosa di come una squadra capace di vincere Euro 2020 in finale in trasferta, perché di questo si è trattato contro l’Inghilterra a Wembley, sia incapace di andare ai mondiali battendo Svizzera e Macedonia. Perciò ci siamo presi qualche giorno per riflettere con calma e siamo arrivati alla conclusione che no, quello della settimana scorsa non è stato il fallimento del nostro sistema calcio e che sì, è stato un fallimento tecnico e tattico, di campo in sintesi. Ed ecco perché.


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E’ colpa del sistema calcio se l’Italia non va ai mondiali 2022?

No, ed è un no che per essere motivato deve abbracciare un arco temporale lungo circa quattro anni e non quattro mesi, come invece si è fatto negli ultimi giorni. L’Italia eliminata dalla Svezia nel 2017 non aveva un progetto tecnico, non aveva un futuro ed era arrivata alla fine di un ciclo tecnico modesto per giocatori, con Antonio Conte in panchina, e anche per commissario tecnico con Giampiero Ventura. L’arrivo di Mancini ha ricostruito identità, visione, gioco. L’Italia dal 2018 al 2021 è rimasta imbattuta per 37 partite, nuovo record assoluto. Forse puoi vincere gli Europei se per un mese tutte le combinazioni si incastrano e vanno dalla tua parte, ma non puoi ottenere una striscia positiva così lunga e così convincente se non sei solido e se non hai un progetto. Risorse che l’Italia aveva, per interpreti sul campo e per idee tattiche del commissario tecnico, indipendentemente dal sistema. E’ vero, in Italia non si punta sui giovani, e nemmeno sugli italiani e soprattutto non sui giovani italiani. E’ vero, gli stadi e le strutture sono le più fatiscenti d’Europa. E’ vero, il campionato si è impoverito tecnicamente. E’ vero, le società sono indebitate e non hanno una visione a lungo termine. Ma non è che in campo ci va l’amministratore delegato della Juventus e nemmeno lo stadio di San Siro e nemmeno la bacheca vuota di coppe europee delle squadre italiane dal 2010 in avanti. Sono elementi che possono essere tenuti separati mentre l’opinione collettiva, in casi del genere, tende a farli diventare sequenziali. Causa ed effetto. Troppo semplice e semplicistico.

La complessità del sistema

In molti hanno paragonato la vittoria dell’Italia agli Europei a quella della Grecia, che nel 2002 e nel 2006 non andò ai mondiali ma vinse Euro 2004 in finale contro il Portogallo padrone di casa. A parte il diverso grado di difficoltà, con i greci che vinsero 1-0 contro la Francia ai quarti e poi con lo stesso risultato la Repubblica Ceca in semifinale e i lusitani in finale mentre l’Italia ha avuto di fronte nelle ultime tre gare Belgio, Spagna e Inghilterra, rimane il fatto che Euro 2020 doveva essere una tappa del percorso che portava in Qatar, non il punto di approdo. Il fatto di avere vinto da outsider una coppa che mancava dal 1968 dovrebbe dare alla squadra motivazioni aggiuntive, consapevolezza elevata al quadrato della propria forza, entusiasmo, carica a mille. Se questo non succede, certamente non è colpa del sistema. E’ come investire i propri risparmi dopo averli legittimamente guadagnati con il proprio lavoro, perderli e dare la colpa al fatto che i tuoi genitori non sono stati un buon esempio di economia domestica. E ancora, ci arriviamo al punto successivo, quando parliamo di sistema precisamente a cosa facciamo riferimento? A che genere di risultati? Perché se il nostro sistema non ci permette di arrivare a vincere gli Europei e i mondiali, possiamo parlarne. Ma se il nostro sistema non ci permette di battere la Svizzera, l’Irlanda del Nord e la Macedonia (però ci permette di non perdere una partita per quattro anni) non stiamo parlando di non ottenere risultati. Non stiamo parlando di uno che la mattina va in ufficio e fa male il proprio lavoro o lo fa peggio dei suoi colleghi. Stiamo parlando di uno che in ufficio non ci va proprio. Perciò, in sei mesi, come fa la nazionale ad andare in ufficio e fare il suo lavoro meglio di tutti gli altri a Euro 2020 e a non andarci proprio contro la Macedonia? E’ una questione tecnica, non di sistema, che peraltro porta con sé una complessità che raramente ci si sofferma ad approfondire.

Non si può criticare Roberto Mancini?

L’altro grande ritornello degli ultimi giorni. Se è stato merito principalmente suo la conquista degli Europei, tanto da trasformarlo in un Re Mida praticamente ubiquo a un certo punto in decine di spot televisivi di ogni genere, come può non essere principalmente demerito suo se una squadra con un gioco, un’identità, uno spessore tecnico e agonistico semplicemente sparisce da settembre in avanti? Come fa a perdere motivazioni dopo un successo inaspettato che invece dovrebbe moltiplicarle? Queste sono domande che non gli sono state fatte e sono risposte che non sono arrivate. Obiettivamente, non da un ct ma da un qualsiasi professionista, come può essere accettabile non solo a caldo ma anche a freddo sentire esprimere concetti come ‘fortuna’ fino all’estate e ‘sfortuna’ dall’autunno in avanti per spiegare i risultati della sua squadra? Siamo in balia degli dei e dei loro capricci? Il calcio è una pratica aleatoria? Si riduce tutto a un tiro di dadi? ‘E’ successo quello che è successo’ sono le ultime dichiarazioni. Siamo dentro il pantragismo di Hegel e Schopenhauer nella sua ineluttabile tragicità? Non è credibile e non è accettabile. Altro mantra ripetuto allo sfinimento: ‘non andiamo i mondiali perché i giocatori della nazionale hanno poca esperienza, non giocano le coppe, non fanno la Champions League’. Ecco la formazione dell’Italia contro la Macedonia e la rispettiva esperienza internazionale dei singoli giocatori.

  • Donnarumma – Ha giocato questa edizione della Champions League con il Psg
  • Florenzi – Ha giocato questa edizione della Champions League con il Milan e la semifinale nel 2018 con la Roma
  • Mancini – Ha giocato la semifinale di Europa League 2021 con la Roma
  • Bastoni – Ha giocato questa edizione della Champions League con l’Inter
  • Emerson – Ha vinto la Champions League nel 2021 con il Chelsea
  • Barella – Ha giocato questa edizione della Champions League con l’Inter
  • Jorginho – Ha vinto la Champions League nel 2021 con il Chelsea
  • Verratti – Gioca ininterrottamente la Champions League dal 2012 con il Psg
  • Berardi – Non ha giocato le coppe con il Sassuolo
  • Immobile – Ha giocato la Champions League 2020-21 con la Lazio
  • Insigne – Ha giocato la Champions League con il Napoli e questa edizione dell’Europa League

E ovviamente bisogna aggiungere al curriculum anche la cavalcata agli Europei la scorsa estate. Ora questi sono giocatori di scarsa esperienza internazionale? No. Sono giocatori con cui, come ha mille volte ripetuto Mancini, si può vincere il mondiale? Poco realistico ma non impossibile. Sono giocatori la cui esperienza non è sufficiente per vincere un girone di qualificazione ai mondiali o un playoff in partita secca contro la Macedonia? No, è evidente. Come pure bisognerà spiegare come fa un gruppo di giocatori capace di recuperare un gol incassato dopo due minuti nella finale degli Europei a Wembley, lo scenario emotivamente più difficile a questi livelli continentali, a non segnare nemmeno un gol nelle ultime due gare giocate, non contro l’Inghilterra ma contro Irlanda del Nord e Macedonia. Perciò qui siamo di fronte a un fallimento tecnico di dimensioni talmente grandi da richiedere spiegazioni circostanziate al commissario tecnico, che era stato preso con l’obiettivo prioritario di riportare l’Italia ai mondiali. E l’Italia ai mondiali non ci va perché, semplicemente, con un progetto in corso di sviluppo avanzato, dopo una vittoria trionfale in un grande torneo per nazionali, con un gruppo che a parte Bonucci e Chiellini non è nella fase conclusiva della carriera, con esperienza internazionale più che adeguata per l’obiettivo da raggiungere, ha fatto male il proprio lavoro. Un lavoro che aveva tutte le capacità e le possibilità di svolgere. Non gliel’ha fatto fare male il sistema calcio italiano, lo ha fatto per propria esclusiva responsabilità. Se si ripartirà da Mancini, queste dovrebbero essere analisi imprescindibili da fare parallelamente a quelle che riguardano il sistema calcio italiano. Perché qui non c’è un problema che ne genera un altro. Ce ne sono due, separati, da risolvere singolarmente.

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