Il presente di Irving e il futuro di LBJ, Cleveland sta per implodere?

Irving ha chiesto ai Cavs di essere ceduto. Una mossa che non è dettata dalla voglia di uscire dall'ombra di LBJ. Motivazioni e scenari

E’ una domanda interessante perché presenta diverse risposte. Una cosa è sicura: dopo il 4-1 contro i Warriors nelle Finals di giugno, i Cleveland Cavs sono adesso una squadra con molti dubbi, poche certezze e un futuro complicato come lo fu nel 2010 quando il Re se ne andò a Miami. Vediamo cosa succede.

Il caso Irving – L’ultima, del fine settimana, è che Kyrie Irving avrebbe chiesto di essere ceduto. Dice ma come, l’uomo che grazie a LBJ ha giocato tre finali consecutive (in realtà due, nella prima era infortunato), vincendo il più epico dei titoli nel 2016, se ne vuole andare? Sì, vuole. E non è casuale per due motivi. Tra questi non c’è il fatto di vivere nell’ombra di LeBron James, come molti hanno scritto. Non avrebbe senso in un’epoca nella quale, vedi Durant ai Warriors e ora Chris Paul ai Rockets, i top player Nba scelgono di andare dove c’è altro talento per provare a vincere. Irving ce l’ha in casa ed è grazie a LBJ che si è trasformato da prima scelta a uno dei cinque esterni più dominanti della Lega. Il primo motivo è che, come il caso di Paul George ha dimostrato, inventare il proprio futuro con un solo anno di contratto è molto difficile anche per i giocatori più ricercati. Irving al momento ne ha due, e se vuole essere padrone del proprio destino deve farlo questa estate, non la prossima. Il secondo è che nel 2018 Cleveland potrebbe implodere perdendo il re, destinazione probabile Lakers, e se sei Irving non vuoi ritrovarti a dovere ricostruire dalle macerie in una Eastern Conference sempre più povera di competitività rispetto alla Western. Irving deve essere più veloce e ha chiesto di essere ceduto. Specificando che gradirebbe particolarmente San Antonio, Popovich, Leonard e anche Gasol e Ginobili che hanno rinnovato. Sarebbe un nuovo superteam a Ovest e ne parleremo in maniera abbondante se accadesse.

Il precedente di LBJ – In realtà c’è anche un terzo motivo per Irving, che alla scuola di LBJ ha studiato tutti i dettagli, non solo quelli legati al campo. James ha insegnato all’attuale generazione di top player come prendere in mano il proprio futuro, come scegliere una destinazione più gradita sulla base delle possibilità di vincere. Dal 2010 a Miami fino al 2014 con il ritorno a Cleveland, tutti i movimenti che avete visto dal 2016 agli ultimi giorni nascono dalla capacità dei giocatori (e dalla loro associazione che si è trasformata da pittoresca congregazione a struttura che battaglia alla pari con i legali della Nba) di imporre la loro volontà alle dirigenze. Perciò è più corretto parlare di una clonazione dei movimenti di LeBron James piuttosto che un volersi allontanare dalla sua ombra.

Il caso David Griffin – Il proprietario dei Cavs, Dan Gilbert, è riuscito nell’impresa di rendersi impopolare nei confronti di LBJ chiudendo il rapporto con il gm David Griffin, l’uomo che ha costruito questa versione di Cleveland. Anche il management dei Cavs è da ricostruire, ma tutti sanno che chiunque arrivi negli uffici nel prossimo futuro il vero padrone della squadra è l’uomo con la maglia 23. Che ha già chiaro in mente un concetto visibile a tutti. Ai Warriors si fa la fila per andare a giocare riducendosi il salario. Agli Spurs, appena c’è la possibilità, pure. I Rockets stanno tentando di clonare il progetto e parleremo anche di questo. I Thunder stanno provando a darsi una prospettiva di futuro. Dai Cavs invece si scappa o si viene licenziati. Il che è comunque diretta responsabilità di LBJ. La scelta di Tyronn Lue in panchina ha la sua firma. La presenza di pretoriani dal contratto pesante da muovere sul mercato anche. Come al solito, con LeBron James, c’è un paradosso in tempo reale che meriterà un altro approfondimento. Avere in squadra il più forte di tutti ti impedisce di muoverti per diventare ancora più forte. Contrattualmente e filosoficamente. Basta per andare in finale ogni anno, non per dare vita a una dinastia. Non ci riuscì a Miami, due titoli ma anche due finali perse, non ci riesce a Cleveland, un titolo e due finali perse. Nel 2018 la resa dei conti. Ma c’è in mezzo una stagione che definire enigmatica è eufemistico. Nessuno vorrebbe essere nei panni di un giocatore o di un dirigente di Cleveland in questo momento. E infatti non vuole più esserlo nemmeno Kyrie Irving.