
Manu Ginobili ha deciso, lascia il basket. 41 anni, Manu è atterrato a Reggio Calabria nel 1998 e quando è ripartito dall’Italia, nel 2002, l’ha fatto da campione d’Italia e d’Europa per la maglia numero 20 dei San Antonio Spurs. In Texas ha vinto 4 anelli e nel 2004 con l’Argentina anche un Oro olimpico, a spese degli Azzurri.
Eppure, campione inarrivabile, quando penso a Manu Ginobili mi viene in mente la sua ultima conferenza stampa al Cierrebi di Bologna. Alzai la mano per chiedergli come si sarebbe preparato per l’estate con la sua Nazionale, mi sorrise rispondendo: “Scusa non ho capito, non parlo dialetto romanesco”. C’era un precedente… Questo…
Il 16 agosto 2000 feci il mio primo ingresso nella redazione di Superbasket: il passato remoto del verbo fare non è casuale perché l’emozione del debutto mi giocò un brutto scherzo e la mia prima domanda a Claudio Limardi, caporedattore di SB e ora Responsabile comunicazione dell’EA7 Milano, fu: “Scusa, mi sai dire dov’è il bagno?”. Le premesse perché diventassi un giornalista di merda c’erano tutte, mettiamola così.
Dopo pochi giorni arrivò la prima intervista, commissionata dal mio direttore Franco Montorro a un giocatore argentino appena acquistato dalla Virtus Bologna. Tale Emanuel Ginobili. Sì, quel Ginobili. Arrivava da Reggio Calabria, lui. E io da Roma. Ci accordammo telefonicamente per incontrarci in centro a Bologna: Totò e Peppino in Piazza del Duomo, tanto per darvi un’idea. “Sai dov’è un supermercato qua vicino?”, mi chiese lui. “E che ne so io, so’ arrivato qui l’altro ieri. Lo volevo chiedere io a te…”.
Capii subito che non sarebbe stata un’intervista normale, la mia prima intervista, perché la prima mezzora scorse via a confrontarci sui disagi incontrati al profondo Nord dagli emigranti (lui da Bahia Blanca, io dalla provincia di Terni).
Il giorno precedente mi era stato rubato il portafogli con dentro soldi, documenti, assegni e la carta di credito: avevo lasciato il marsupio incustodito per 30 secondi sul cruscotto della macchina, parcheggiata di fronte alla stazione, ed erano stati sufficienti.
Il maresciallo, romano, al momento della denuncia, mi aveva chiesto: “Ma te sei romano e te vieni a fa’ frega’ a Bologna?”. E io: “Sì ma quando uno è stupido, è stupido ovunque”. Sta di fatto che ero esule e nullatenente, a parte le 50.000 lire che mi erano state prestate per il sostentamento.
Lo intervistai al tavolo di un bar e non potete immaginare il mio sollievo quando Ginobili si alzò per pagare le 9.000 lire del conto. Eravamo sul punto di salutarci, quando mi chiese: “Mi accompagni in quel negozio di elettronica a comprare una spina per il computer?”.
E che fai, non l’accompagni, t’ha pure offerto un succo d’ananas…
Il tipo del negozio aveva riaperto dopo le ferie estive e non aveva in cassa le 45.000 lire di resto a fronte delle 50.000 di Ginobili. Da quel momento scatta la sequenza alla moviola: Emanuel che mi chiede se gli posso anticipare 5.000 lire, io che gli allungo il 10% del mio budget e il negoziante che sorride.
Ho rivisto Ginobili pochi mesi dopo, aveva appena vinto lo scudetto e alzato la coppa di miglior giocatore del campionato italiano. Gli passai vicino mentre 30 giornalisti lo torturavano di domande: “Ciccio, sì ok bravo, ma me devi sempre dà 5.000 lire”. Scoppiò a ridere. Pochi mesi più tardi quelle 5.000 lire si trasformarono in 2.58 euro. Ebbi modo di ricordarglielo l’estate successiva dopo la prima trionfale stagione a San Antonio.
Ci incontrammo in un albergo di Napoli: lui era lì per un evento Nike, io ero lì per lui: si aprirono le porte dell’ascensore e mi vide nella hall. “Non mi dire, sei tu che mi devi intervistare?”. E io: “Ma quale intervista, tira fuori ‘sti 3 dollari”. “Non se ne parla. Facciamo così, vieni a trovarmi a San Antonio e siamo pari, ok?”.
Finsi di trovare interessante la proposta e chiusi l’intervista per American Superbasket.
Quindi, immenso Emanuel, io in Texas a trovarti non ci sono venuto. Quindi sempre 5.000 lire me devi dà, anche se ora ti sei ritirato.
Sono sempre 5.000 lire…




