Il calcio al tempo dei cinesi: è possibile costruire una storia con (tanti) soldi?

Calcio mercato Cina 2017, i cinesi spendono e investono nel calcio a ogni livello con l'obiettivo di vincere i mondiali entro il 2050. E' davvero possibile?

Calcio mercato Cina 2017, + 400% – Da un paio di anni ci siamo abituati a convivere con l’idea, che si lega a un concetto più ampio, che i cinesi e i loro soldi siano destinati a comprare tutto ciò che è commerciabile sul pianeta. Il calcio, da questo punto di vista, non fa differenza. L’abbiamo visto succedere prima con gli oligarchi russi e poi con i miliardari arabi. La Cina è l’ultima frontiera, la più avanzata economicamente, di un mondo occidentale che si trova a combattere, anche se specificatamente in senso sportivo, contro quelli che stanno per diventare i nuovi padroni del mondo. La differenza però è sostanziale: russi e arabi si sono concentrati esclusivamente nell’acquisizione di società, prevalentemente prestigiose, presenti nei campionati del vecchio continente. Dal Chelsea al Manchester City al Paris Saint Germain. I cinesi stanno sì mettendo le pedine sul Monopoli investendo all’estero, la Milano che passa da Berlusconi e Moratti a Suning ne è un esempio evidente, ma hanno un obiettivo diverso. Costruire un sistema calcistico competitivo con l’obiettivo di prima organizzare e poi vincere i mondiali. Entro il 2050. E per questo importano nel loro sistema tutto ciò che nella loro concezione sportiva può renderli competitivi: calciatori, allenatori, dirigenti, arbitri. E non badano a spese.

Calcio mercato Cina 2017, spese folli – Di folle c’è poco, anche se le cifre sono da capogiro. Più 400% negli ultimi due anni. Nel 2016 hanno speso circa 500 milioni di euro, nel mercato di gennaio 2017 hanno speso oltre 170 milioni, più della Premier League, quasi quanto serie A, Ligue 1 e Bundesliga messi insieme. La Chinese Super League, per la quale è nevralgica la finestra invernale visto che il campionato riparte a marzo, potrebbe da qui alla primavera superare i 277 milioni che nello stesso periodo spese lo scorso anno. Come detto, comprano o provano a comprare tutto ciò che è comprabile: Lippi, Villas Boas, Ferrara e Cannavaro allenano in Cina. Ci provano con Clattenburg e Webb, perché anche di arbitri hanno bisogno. Riempiono d’oro giocatori che qui hanno fatto, o stavano facendo, la differenza. Tevez guadagna 42 milioni a stagione, Lavezzi 32, Oscar strappato al Chelsea 25. Capitali praticamente illimitati almeno fino a quando non verrà imposto il FPF con le nuove norme richieste dal governo con la riduzione dei costi per l’acquisto di calciatori in proporzione al fatturato e tetto agli ingaggi. E’ prevista anche una limitazione al numero di stranieri ma ancora non c’è niente di definito. Intanto avanzano anche sul mercato straniero: hanno quote di partecipazione con Aston Villa, Birmingham, West Bromwich Albion e Wolverhampton. In misura minore con Manchester City, Lione e Nizza in Francia, Atletico Madrid, Espanyol e Granada. Dove c’è calcio, in questo momento, c’è Cina. E da qui una domanda.

Calcio mercato Cina 2017, è possibile costruire una tradizione con i soldi? – Risposta che arriverà nei prossimi anni, quando si saprà se questa è stata una bolla di sapone, sia pure farcita di miliardi di euro, o se il calcio del futuro avrà gli occhi a mandorla. Ma è difficile credere che si possa costruire una tradizione, un fascino, una competitività anche mediatica del calcio cinese basandola principalmente su poteri economici che nessun altro al mondo si può permettere. Alcuni nomi si sono già opposti al trasferimento in Cina e anche se rinunciare a cifre che non guadagneresti nell’intera carriera è inizialmente quasi impossibile, alla lunga la prospettiva di giocare in competizioni prive di fascino e storia potrebbe fare la differenza. E’ vero che la carriera di un giocatore è di breve durata, ma è anche vero che i top player guadagnano comunque cifre destinate a sfamare generazioni. E che rinunciare a una vittoria in Champions, o in Premier League, o nella Liga, rinunciare anche solo alla possibilità di giocarci ogni anno, avrà un suo peso nel futuro prossimo. Il resto potrebbe farlo il cartello messo in piedi dalla grandi società per evitare il saccheggio. Roman Abramovich ne è un grande fautore e difficilmente i grandi club europei potranno tollerare a lungo il rimanere sotto ricatto da parte di procuratori e calciatori allettati dai facili guadagni.

Ma per tornare alla domanda iniziale, la differenza la farà ciò che non si vede se l’obiettivo è trasformare la Cina in una potenza calcistica. Grandi nomi portano persone allo stadio e davanti agli schermi, fanno appassionare i più giovani, ma se l’obiettivo è vincere il mondiale in trent’anni è difficile immaginare che si possano costruire calciatori competitivi a livello internazionale con un gap di circa un secolo rispetto alle scuole tradizionali europee e sudamericane. E che non lo diventeranno mai senza competizioni di altissimo livello come i campionati e le coppe del vecchio continente. Del resto la Cina al mondiale è stata vista solo una volta, nel 2002. La allenava Bora Milutinovic e fu eliminata al girone senza segnare nemmeno un gol e incassandone nove contro Costa Rica, Brasile e Turchia. Mai qualificata, prima e dopo. E attualmente all’ottantunesimo posto nel ranking Fifa, dietro a Guatemala, Isole di Capo Verde, St. Kitts e Navis, appena davanti alle Isole Faroe. I soldi comprano tutto, ma non la storia. Non ancora, perlomeno.