
A Boston si vive di sport. E fa strano pensare che in una città con meno di un milione di abitanti, in uno stato che si classifica quattordicesimo con una popolazione di 6,7 milioni di persone in tutti gli USA, ci possano essere quattro squadre così forti, importanti e fondamentali per la storia dello sport a stelle e strisce (oltre che una maratona decisamente famosa).
I Boston Bruins, che giocano allo sport più europeo dei quattro come l’hockey, sono tra le prime squadre fondate della NHL in assoluto, facendo parte delle cosiddette “Original Six”, ed infatti nel Massachusetts l’hockey spopola anche a livello collegiale, diventando seguitissimo in tutti i suoi aspetti.
I Boston Celtics, che assieme ai Los Angeles Lakers sono la squadra più tifata negli Stati Uniti e nel mondo, per quello che è lo sport americano più amato fuori dal suo paese d’origine. Necessitano poche spiegazioni; semplicemente sono la storia della pallacanestro.
I New England Patriots, che vestono i panni dello sport per eccellenza americano, il football, e che hanno reso Boston un’icona sportiva contro tutti, rappresentando un sistema perfetto con due protagonisti di livello assoluto come Tom Brady e Bill Belichick. Ovviamente sono campioni in carica della NFL, con tutto quel che ne segue. O si amano, o si odiano.
E poi ci sono loro, lasciati volutamente per ultimi. I Boston Red Sox. Baseball. Agli occhi di un europeo una noia mortale, se paragonato agli “altri tre” o ad altre discipline come calcio, tennis, motorsport e chi più ne ha più ne metta. Eppure questa squadra rappresenta Boston meglio di tutte le altre tre, sebbene siano offuscati dal successo dei Patriots, dalla fama dei Celtics, o dall’energia dei Bruins.
Ma di fatto, i Red Sox sono l’entità che lega assieme le varie parti di una città unica come Boston. Hollywood ha immortalato “Beantown” con diversi film, e tutti, in una certa maniera, comprendono lo sport e i Red Sox. In “Will Hunting” Robin Williams spiega a Matt Damon come ha conosciuto sua moglie, mettendoci di mezzo i Sox; in “The Town” Ben Affleck e Jeremy Renner tentano l’ultimo grande colpo a Fenway Park, lo stadio più vecchio degli USA (Datato 1912) e i giornalisti di “Spotlight” sono comodamente seduti in tribuna mentre discutono del caso che scandalizzò gli Stati Uniti. Si potrebbe continuare all’infinito, ma questa non è una lezione di storia del cinema.

I Red Sox dunque rappresentano non solo una squadra e una città, bensì degli ideali. Una fede che inizia ad aprile e termina ad ottobre, che dura 162 partite l’anno più eventuale postseason, nella speranza di aggiungere un altro “banner” fuori da Fenway. Perchè proprio i Red Sox furono i protagonisti di uno dei digiuni più lunghi della storia dello sport (1918-2004) prima di vincere anche nel 2007 e nel 2013. La cosiddetta maledizione del bambino, che aggiunge ulteriormente fascino ad una franchigia che assomiglia ad una pagina di storia americana.
Nell’hall of fame dei Red Sox e del baseball possiamo leggere i seguenti nomi di giocatori che hanno rappresentato la squadra, e indirettamente, la città e gli USA: Ted Williams, il miglior battitore di sempre, icona durante la seconda guerra mondiale (altro riferimento cinematografico, Tarantino lo cita in “Bastardi Senza Gloria”), Carl Yastrzemski, figlio dell’immigrazione est europea che invase gli Stati Uniti nel XX secolo, e poi gli italiani, ovviamente, come Tony Conigliaro, figlio dei suburbs di Boston e che ha speso tutta la sua carriera vestendo le calze rosse, oppure Terry Francona, il manager che spezzò la maledizione, vincendo le World Series nel 2004.
Tutte queste righe sono inutili tuttavia senza aver sperimentato veramente l’emozione dei Red Sox, e quindi lo farò con due partite che ho visto durante il mio soggiorno a Boston.

La prima in assoluto, ad inizio aprile, il secondo giorno di regular season, contro Pittsburgh. E’ anche il debutto di Chris Sale, lanciatore partente acquistato dai Chicago White Sox per aggiungere ulteriore qualita’ alla rotazione di Boston. La partita inizia alle 19.10, ma da casa (a due passi da Fenway Park) vedo del movimento già dalle 16.30. Solo uscendo scoprirò il motivo: i cancelli aprono alle 17.00 e uno sciame di tifosi è pronto ad entrare, ma per cosa? Il batting practice, ovvero sia l’allenamento dei battitori. E li’ si capisce come la partita di baseball sia un evento vero e proprio, come andare ad una mostra, o a teatro. Entrando a Fenway si viene catapultati indietro di 100 anni, l’impianto è identico a come lo hanno costruito, salvo qualche ammodernamento. All’interno, è come essere al parco giochi; si può assistere al batting practice, oppure farsi un giro nei negozi ufficiali della squadra, o ancora ammirare l’enorme quantità di posti dove poter mangiare e bere (sì, ci sono anche sulle tribune, con sgabelli appositi per mangiare e guardare la partita allo stesso momento). L’atmosfera che si respira è diversa, e la partita non può essere da meno: 0-0 fino al dodicesimo inning, quando Sandy Leon, il catcher, spara la palla nel Green Monster, concludendo con un walk off home run la serata. Per le strade si discorre del match successivo, che si disputerà in meno di 24 ore. D’altronde, un calendario con 162 partite l’anno offre davvero pochissime pause.
La seconda gara offre decisamente più fascino: a fine aprile arrivano i New York Yankees. Per chi non sapesse, Yankees – Red Sox è la rivalità più antica del baseball, e potremmo star qui a scrivere un libro intero su aneddoti, curiosità e storie sulle due squadre, ma il tempo scarseggia. Su Boston incombe la pioggia, e la partita è a rischio sospensione, ma per fortuna circa mezzora prima dell’inizio l’acqua fa spazio alle nubi; si gioca. Solitamente il tifoso americano medio è tutt’altro che rissoso, per loro assistere a qualsiasi evento sportivo è come fare qualsiasi attività piacevole e ricreativa. Nel caso però di questa partita, anche il pubblico mite di Fenway si lascia scappare qualche insulto rivolto ai tifosi Yankees sparsi per lo stadio, che ovviamente non mancano di rispondere. Ovviamente siamo anni luce distanti dalle rivalità alle quali siamo abituati in Europa, ma nella concezione sportiva americana, la violenza a causa di uno sport è praticamente impensabile. Alla fine vinceranno gli Yankees per 3-1, lasciando delusione tra i sostenitori dei Red Sox.

Alla fine di questo viaggio, sono piuttosto sicuro di aver imparato che:
– Il baseball è un mondo a parte; se decidiamo di calcare il diamante, si apre un universo, altrimenti, rimarrà sempre lo sport più noioso e indecifrabile che esista.
– I Red Sox sono una religione non riconosciuta dallo stato del Massachusetts. Per rispondere alla domanda del titolo, tifare Boston Red Sox significa firmare un patto di lealtà invisibile con la città, abbracciando tutto ciò che essa rappresenta. Le regole sono semplici: vietato tradire, e soprattutto, recarsi alla Cattedrale per la messa inaugurale ad aprile.
Vorrei chiudere con delle righe scritte da Joesox, un tifoso di vecchia data dei Red Sox: ‘Il baseball non è uno sport, è un passatempo. È il sottofondo dell’estate. Come già detto è poesia, arte, romanzo, chiacchiere, aneddoti, dramma, passione, follia, orgoglio, arroganza, finzione, presunzione, occhio, tempismo, velocità, potenza, furbizia, ripensamento, infortuni, movimenti violenti, scontri al piatto, palle, guanti, mazze, calzettoni alti, scarpini con gli spilli e tanti sputacchi. Credo sia la differenza maggiore con gli altri sport, in nessun altro sport si sputa così tanto. Scherzo. È molto più di uno sport, è un pezzo di vita, e se la vita vi annoia, peggio per voi.’




